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Il vuoto lasciato da Umberto Eco. I novant’anni dalla sua nascita

di Maurizio Jacopo Lami|


“Mi hanno detto che stanno traducendo Il nome della rosa in islandese. Ecco, se penso a quando l’ho scritto e credevo che sarebbe stata una lettura per quei pochi eroi in Italia che si appassionano alla Storia, pensare che ora viene tradotto in una lingua e in un contesto così diverso dall’Italia mi fa meditare sui risvolti imprevedibili della vita”.

Così Umberto Eco, il grande scrittore morto il 19 febbraio del 2016, semiologo e filosofo, ma soprattutto professione universitario, felice di condividere il sapere con i suoi studenti. Parole da cui emergeva una dote rara in chi si ritrova circondato da un inatteso quanto travolgente successo: la passione di approfondire quanto ti accade attorno. Ancora oggi, nel Novantesimo anniversario della sua nascita (5 gennaio 1932, Alessandria) lo si ricorda per i suoi molteplici successi letterari, per le tirature maiuscole dei suoi libri, la trasposizione cinematografica de Il nome della rosa, con un insuperabile Sean Connery nel ruolo di padre Guglielmo da Baskerville.

Ma Umberto Eco per la cultura e l’intellighenzia italiana è stato anche altro. In primis, un grande innovatore dell’establishment Rai, in cui entro nel 1954 insieme a personaggi del calibro di Furio Colombo e Gianni Vattimo. Furono intellettuali che in pochi anni diedero autentici do di petto alla mentalità della televisione appena nata. Del resto, il professore era già consapevole dell’immensa potenzialità del mezzo, quanto dei suo intrinseci pericoli. E amava ripeterlo: “Spesso, i giornali si mettono in posizione subordinata al mezzo televisivo, la scaletta non è più orientata sulla sensibilità dei direttori, ma sull’importanza che le televisioni hanno dato a quella o questa notizia”. Eco era un uomo che aveva anche il genio della battuta folgorante unita alla citazione colta. Ricordiamo con emozione una conferenza stampa alla Libreria Fogola (una delle tante purtroppo chiusa) a Torino nel 1987: un invitato ingenuamente gli chiese se aveva altre passioni oltre alla scrittura, come se fosse poco cosa esercitarla al suo livello) e lui imperturbabile, ma consapevole del suo sguardo penetrante sostenuto da occhi sempre vivaci, rispose: “Come Sherlock Holmes ho la passione per lo studio degli indizi insignificanti, l’analisi delle ceneri di sigaro e sono un discreto cultore di clavicembalo e violino.”. Una forma di autoironia che lo avvicinava ancora più ai suoi estimatori e che oggi aumenta il rimpianto per l’assenza della sua voce in tempi di pandemia.

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