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Il mese della Resistenza: una Mostra sui “Gruppi di Combattimento”

di Vice |


Si apre venerdì 22 aprile a Torino (preceduta da una conferenza stampa alle 11) presso il Mastio della Cittadella, e proseguirà fino al 1° maggio, la mostra fotografica “1943-1945. Dai Gruppi di Combattimento al nuovo Esercito italiano”. L’iniziativa rientra nelle attività promosse per il Centenario dell’Associazione nazionale artiglieri d’Italia (1923-2023) e si avvale del sostegno del Museo Storico nazionale di Artiglieria. I “Gruppi di combattimento” dell’Esercito italiano rappresentano una pagina importante della Resistenza del nostro Paese. Ma per una serie di ragioni, anche inconfessabile sul piano politico negli anni immediatamente successivi alla fine della Seconda guerra mondiale, il loro ruolo negli eventi della Liberazione è stato marginalizzato, tenuto in ombra, divulgato con parsimonia e raramente affrontato in sede storica con l’attenzione che si doveva alle migliaia di militari che risalirono la penisola combattendo a fianco delle forze Alleate.

Il 23 luglio del 1944, con Roma liberata da oltre un mese, lo Stato maggiore generale del Regio Esercito fu autorizzato a costituire due Gruppi di Combattimento, con gli uomini delle Divisioni “Cremona” e “Friuli”, da trasferire dalla Sardegna sul continente e da vestire, equipaggiare, armare e addestrare da parte dell’Esercito britannico. Le Unità, ognuna con una forza complessiva di circa 10.000 uomini, erano ordinate su due reggimenti di fanteria, uno di artiglieria e unità minori, corrispondenti alle nostre Divisioni di fanteria “binarie”. Qualche settimana dopo si formarono altri quattro Gruppi: il “Folgore”, il “Piceno”, il “Legnano” e il “Mantova” (in https://www.esercito.difesa.it/storia/pagine/gruppi-di-combattimento.aspx) .In sostanza, si rendeva adulto il Corpo Italiano di Liberazione (CIL) che nel marzo del 1944 era di circa 22 mila uomini, erede del Primo Raggruppamento Motorizzato che si era formato a San Pietro Vernotico, in provincia di Brindisi sul finire del 1943 per partecipare alla campagna d’Italia con le truppe anglo-americane. Dell’unità faceva parte la 58ª Divisione Fanteria Legnano per complessivi 5.500 uomini tra soldati e ufficiali, gli stessi che combatteranno nel gennaio del 1944 a Montecassino. In una sua nota, l’Anpi ricorda che nei Gruppi di Combattimento entrarono interi reparti partigiani, “realizzando una sintesi, che si rivela presto militarmente vincente, tra forze armate regolari e combattenti della guerra cosiddetta >i>irregolare. L’esempio più importante di questa sintesi è rappresentato dall’inserimento ufficiale dalla 28a Brigata Garibaldi Mario Gordini nelle file del Cremona. I partigiani di Arrigo Boldrini, il comandante Bulow, e i soldati dell’esercito combattono insieme la battaglia sul Senio e liberano la zona del Delta del Po, arrivando fino a Venezia”. Alla stessa battaglia partecipano i Gruppi Friuli e Folgore, che entreranno con gli alleati a Bologna (20 aprile 1945). Il Legnano si muoverà sulle direttrici per Brescia, Bergamo e Torino (in https://www.anpi.it/storia/289/la-resistenza-dei-militari-in-italia-i-gruppi-di-combattimento

Una delle foto in esposizione

Fu così che l’Italia “sconfitta” riuscì a conquistarsi il titolo di “cobelligerante”, un gradino e più sotto le Forze anglo-americane, comunque sulla scala delle libertà liberal-democratiche, dopo essere caduta da fascista nell’inferno delle guerre di aggressione con la criminale cricca di Hitler. Non era stato semplice. L’Italia non piaceva. E ancora meno piaceva vista da molto vicino, dopo l’invasione della Sicilia: immagini di una decadenza morale e sociale, nonostante le splendide “quattro giornate di Napoli”, che si accompagnavano ai racconti di chi era stato aggredito, greci, slavi, russi, popolazioni che avevano provato sulla loro pelle la guerra con il marchio d’occupazione italiana. Le riluttanze, soprattutto inglesi (e a ruota francesi) erano note. A far da contrappeso c’era un gigante: Roosevelt, il presidente americano che vedeva lungo e già profetizzava una modifica istituzionale. La storia, però, con i suoi protagonisti dimezzati, giocava a sfavore dell’Italia: dalla dittatura fascista, di cui ci si era liberati con un “colpo di Stato” della Monarchia sabauda, vile e codarda negli anni del Ventennio, opportunista e cinica a guerra oramai perduta, all’8 Settembre 1943, il credito italiano si affidava unicamente alla Resistenza, ai giovani che insieme a migliaia di militari sbandati, ma indisponibili a piegare la testa davanti all’occupazione tedesca, erano saliti in montagna per dare energia a un nuovo e coraggioso risorgimento, e ai partiti antifascisti ritornati alla luce del sole dopo il 25 luglio 1943 con l’arresto di Mussolini. A far rientrare in gioco il Regio Esercito furono anche le circostanze, tra cui le difficoltà degli anglo-americani a dare una vigorosa spallata alle divisioni del maresciallo tedesco Kesselring, che dopo l’abbandono di Roma si erano attestate sulla linea Gotica, solido sistema difensivo che attraversava l’Appennino tosco-emiliano, mentre l’invasione del Continente europeo degli Alleati con lo sbarco in Normandia del 6 giugno 1944 concorreva a distogliere mezzi e uomini dalla Campagna d’Italia. Ma fu soprattutto la formazione del nuovo governo di unità nazionale che sostituiva lo screditato esecutivo Badoglio, con Ivanoe Bonomi presidente del Consiglio, con Alberto Cianca, Alcide De Gasperi, Bartolomeo Meuccio Ruini, Giuseppe Saragat, Carlo Sforza, Palmiro Togliatti, Nicolò Carandini ministri, con il liberale di una delle più antiche famiglie milanesi Alessandro Casati al dicastero della Guerra (il cui unico figlio Alfonso, morirà il 6 agosto del 1944 nelle file della Resistenza, medaglia d’oro al valor militare) e con l’ammiraglio Raffaele De Courten al ministero della Marina, a convincere gli Alleati a far cadere le prevenzioni nei confronti dell’Italia. Secondo le cifre ufficiali, i gruppi di combattimento reclutarono circa 450 mila uomini, a partire dalla chiamata di leva della classe nata nel 1925, e si stima in almeno 80 mila i militari che entrarono a far parte di unità partigiane. Il cambio di rotta portò l’Italia in guerra contro la Germania, all’interno della quale se ne consumava anche un’altra altrettanto dolorosa e sanguinosa, destinata a provocare ferite ancora oggi non cicatrizzate: quella civile. Una guerra intestina combattuta tra i militari del Regio Esercito e i partigiani da una parte, e i militi della Repubblica di Salò dall’altra. Italiani contro italiani con le armi in pugno, in un orrore che si moltiplicò di giorno in giorno. Arresti, torture, massacri, alimentati dalla repressione nazista con il sostegno dell’alienazione rabbiosa dei repubblichini per una guerra perduta, senza sbocchi, che portò le forze della Rsi a uccidere patrioti partigiani, a depredare, eliminare e deportare cittadini di origine ebraica, secondo un logica di annientamento che durante e alla fine della guerra civile sfociò in una altrettanta brutale resa dei conti. A questa divisione, dura sul piano psicologico e morale, vissuta in condizioni materiali altrettanto dure, è doveroso aggiungerne un’altra: quella che si registrò nei campi di prigionia alleati. Furono in migliaia i militari italiani prigionieri, spesso osteggiati e tacciati di tradimento da altri compagni di prigionia, che aderirono all’invito di collaborare allo sforzo bellico nei campi e nelle industrie di Stati Uniti e Gran Bretagna. Ricordarli come il settimo gruppo di combattimento è un atto di riconoscenza che ci sembra giusto proporre. 5/continua I precedenti articoli Il ricordo del Beato Girotti in https://www.laportadivetro.org/wp-content/uploads/2022/04/docs_model.pdf Condove, il ricordo dei Martiri del Gravio in https://www.laportadivetro.org/wp-content/uploads/2022/04/docs_model-copia.pdf Quel 13 aprile 1945 del generale Clark inhttps://www.laportadivetro.org/wp-content/uploads/2022/04/docs_resistenza.pdf Lo sciopero del 18 aprile 1945 inhttps://www.laportadivetro.org/wp-content/uploads/2022/04/docs_model-8.pdf

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