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Il mese della Resistenza: quel 13 aprile 1945 del generale Clark

A Mark Wayne Clark, il risoluto comandante della V armata americana che risaliva la penisola italiana nel corso della Seconda guerra mondiale, non difettava l’egocentrismo. Per tutta la “campagna d’Italia” si guardò bene dal condividere le decisioni con altri comandanti alleati e il 5 giugno del 1944 volle essere il primo ad entrare nella Roma liberata dai tedeschi, poco incline a dividere la gloria con i britannici. Calcoli politici, ambizione personale e preminenza degli interessi militari americani (che peraltro divennero fondamentali per il ritorno alla democrazia dell’Italia e il referendum costituzionale) lo portarono il 13 aprile del 1945 a inviare un messaggio alle formazioni partigiane con il quale le invitava a desistere da azioni e iniziative di combattimento.

L’invito fu vissuto dai patrioti e resistenti italiani come una pugnalata alla schiena. Inattesa. Alla stessa stregua di qualche mese prima, quando con il suo radiomessaggio del 13 novembre del 1944, il maresciallo britannico Harold Alexander aveva ordinato ai gruppi resistenziali di cessare le operazioni su vasta scala. Un ordine interpretato – forse al di là delle intenzioni di Alexander, dietro cui vi era comunque l’ombra di Winston Churchill, preoccupato del peso della Resistenza sui futuri assetti politici dell’Italia – come “disarmo” o peggio abbandono dei partigiani al loro destino. Ma da quel 13 novembre 1944, il rapporto di forza con gli alleati era cambiato. Il movimento partigiano, secondo la relazione del maresciallo d’Italia Giovanni Messe, comandante dell’Esercito Cobelligerante italiano, aveva raggiunto un numero compreso 100-120 mila uomini, di cui tra i 40-50 mila in Piemonte. Un vero esercito che dalle montagne fiaccava costantemente con le sue operazioni di guerriglia i presidi fascisti e le truppe della Wehrmacht. Il “freno a mano” di Clark fu ignorato da tutte le forze partigiane. Lo stesso Palmiro Togliatti, capo del Partito comunista e vicepresidente del consiglio nel governo Bonomi, sempre prudente e attento a non provocare contrasti con gli alleati, scrisse in forma perentoria, senza ricevere opposizioni dagli altri partiti del Comitato di Liberazione nazionale: “Il nuovo ordine del giorno del generale Clark è stato emanato senza l’accordo del governo, né nostro. Tale ordine del giorno non corrisponde agli interessi del popolo. È nostro interesse vitale che l’armata nazionale e il popolo si sollevino in un’unica lotta per la distruzione dei nazifascisti prima della venuta degli alleati. Questo è indispensabile specialmente nelle grandi città, come Milano, Torino, Genova ecc., che noi dobbiamo fare il possibile per liberare con le nostre forze ed epurare integralmente dai fascisti. Prendete tutte le misure necessarie per la rapida realizzazione di questa linea, scegliete voi stessi il momento dell’insurrezione sulla base dello sviluppo generale della situazione sui fronti, sul movimento del nemico e sulla base della situazione delle forze patriottiche”. L’invito del comandante della V Armata sortì così l’effetto opposto a quello desiderato. La guerra dei partigiani nel giro di pochi giorni liberò le principali città dell’Emilia. Le forze partigiane penetrarono a Bologna qualche giorno prima del 21 aprile, data in cui in città entravano il gruppo di combattimento italiano “Legnano” e le divisioni polacche. Nello stesso giorno insorse Ferrara e successivamente i patrioti liberarono Modena, Reggio, Parma, ultima Piacenza. Il 23 aprile insorse Genova con l’appoggio di tutte le brigate liguri. Il 25 aprile cominciò l’insurrezione e Piemonte, Lombardia, Veneto e Friuli e alla fine del mese furono progressivamente liberate. L’Italia dei partigiani non aveva vinto da sola, ma da sola si era riscattata. 3/continua I precedenti articoli Il ricordo del Beato Girotti in https://www.laportadivetro.org/wp-content/uploads/2022/04/docs_model.pdf Condove, il ricordo dei Martiri del Gravio https://www.laportadivetro.org/wp-content/uploads/2022/04/docs_model-copia.pdf

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