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Il DEF e l’oblio sulla riforma pensionistica

di Emanuele Davide Ruffino e Cristina Naro|


La riforma delle pensioni avrebbe dovuto essere contenuta nel DEF, il documento di economia finanza da inviare al Parlamento entro il 10 aprile di ogni anno. Ma lo slittamento è inevitabile, dal momento che le parti sociali non si sono neanche incontrate. Così, anziché utilizzare il termine “rinvio” si è preferito emanare la direttiva n. 28 del 2022 con cui il ministero del Lavoro stabilisce i passaggi per la programmazione strategica e operativa per l’anno in corso. Si dovrebbe attuare “attraverso il dialogo e il confronto con le parti sociali” al fine di “garantire un sistema equo e flessibile nell’uscita dal mercato del lavoro”. Un rinvio per mancanza di ipotesi concrete e condivisibili.

Per dare certezze e stabilità al sistema, le parti sociali si erano proposte di inserire la riforma delle pensioni nel DEF, allo scopo di definire le linee programmatiche che si sarebbero dovute perseguire nel futuro. Non è successo. Anzi, il dibattito si è arenato, lasciando nel dubbio non solo milioni di persone (almeno due milioni direttamente coinvolti) che si stanno avvicinando all’età pensionabile, ma anche tutte quelle imprese cui si è impedito di programmare una seria politica del personale, perché non sanno se e quando una parte dei loro dipendenti, lascerà il lavoro. I silenzi sulla riforma pensionistica

Nel corso degli ultimi decenni i documenti programmatici hanno assunto un ruolo chiave nella definizione ed esposizione delle linee guida di politica economica. In un contesto caratterizzato da imprevedibili e rapidi cambiamenti, il documento programmatico svolge una cruciale funzione informativa a livello nazionale, comunitario e internazionale, in grado di rendere pienamente visibili e trasparenti le scelte di policy. La sua elaborazione implica conseguentemente un processo complesso che coinvolge tutti i Ministeri e i loro Dipartimenti e le parti sociali per giungere ad un più alto livello di condivisione. Nonostante si parli da lustri di “giungla pensionistica”, con sperequazioni ingiustificate che la riforma Fornero e l’abortita abolizione di quota 100 hanno superato, si vive ora in uno stato d’incertezza dettato dalla provvisoria adozione di quota 102, valida solo per il 2022 (di fatto un blocco delle pensioni). Nel DEF che si accinge a presentare alle Camere non si è riusciti ad elaborare una linea di indirizzo chiara per superare dette incertezze e ciò non giova al Paese. La scusa per il mancato inserimento della questione “pensioni” nel DEF, viene ricondotta allo scoppio della guerra in Ucraina (anche prima però non è che si fossero avanzate ipotesi risolutive). La spiegazione appare quanto mai debole, in quanto i tavoli potevano tranquillamente proseguire i lavori, se vi fosse stata davvero la volontà di offrire una riforma strutturale). Si continua a navigare tra ipotesi insostenibili e calcoli inaffidabili sull’evolversi degli scenari, con ogni tanto qualche slogan, forse già in preparazione delle elezioni del 2023 (tenendosi le mani libere per esasperare i toni al momento opportuno). La riforma delle pensioni comporta una previsione sulla longevità media della popolazione, ma le previsioni sul futuro remoto comportano sempre un certo grado di aleatorietà, anche perché si tende a ragionare su una popolazione statica, mentre le ondate migratorie, prima quelle provenienti dal sud del mondo, ora dall’Ucraina, rende vana qualsivoglia congettura sul lungo periodo. I termini del problema

Anche il rapporto occupati/pensionati appare poco significativo, in quanto, in certi settori, la mancata uscita di una parte dei lavoratori, impedisce il ricambio generazionale, rendendo anacronistica la gestione operativa; in altri, le nuove forme di lavoro flessibile richiedono un sistema meno rigido, ma più consono alla realtà di tanti giovani che presentano carriere quanto mai frastagliate. Il discorso poi non regge nei settori ad alto livello professionale, come quello sanitario, dove per preparare un medico occorrono minimo 10 anni e periodi simili sono necessari anche per altri operatori sanitari: il problema è semmai la discrasia fra programmi scolastici e necessità emergenti nel mondo produttivo/erogativo che lasciano spesso scoperte ampie esigenze. In Italia sono in pochi quelli che lavorano (e in più con un basso livello di produttività), guadagnano poco (e quindi pagano pochi contributi) e, per di più, viviamo pure più a lungo: sembra un rebus irrisolvibile, ma che non si risolve allungando l’età pensionabile, bensì permettendo a più persone di lavorare con attività maggiormente redditizie (creando così i presupposti per rendere maggiormente attuabile l’opzione R.I.T.A. – Rendita Integrativa Temporanea Anticipata, introdotta dall’articolo 1, commi 168 e 169, della legge 205/2017, sconosciuta ai più, che permette di anticipare la liquidazione della pensione integrativa e che potrebbe essere ulteriormente potenziata accrescendo i vantaggi fiscali). Ad invertire la tendenza della longevità, purtroppo ci ha già pensato la Covid: secondo l’Istat la variazione negativa è dello -0,25 di anno, pari a tre mesi. Il dato però non viene considerato, causa la necessità di finanziare la spesa assistenziale su cui non si riesca neanche a trovare l’accordo sulla definizione e sui confini (figuriamoci il valore monetario). E così diventa più facile giocare sui numeri proponendo una combinazione più favorevole di quella che propone la controparte politica, o difendere una qualche clientela elettoralmente interessante. L’unica ipotesi per rendere sostenibile la riforma è quella di non gravare troppo sulle prossime generazioni perseguendo la cosiddetta “opzione tutti“, all’età che si desidera, in base al calcolo contributivo. Così nessuno ci guadagna e nessuno ci rimette. In realtà, ciò che maggiormente preoccupa e la non volontà, ormai palese, di affrontare il problema.

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