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Espropri e licenze, il rebus dei vaccini

di Emanuele Davide Ruffino e Germana Zollesi |


Le soluzioni miracolose accontentano l’ansia della gente, ma raramente risolvono i problemi. L’argomento era già stato sollevato in precedenti articoli1. Ma l’iniziativa di Biden di sospendere i brevetti delle aziende produttrici di vaccini che hanno accumulato ingenti profitti nell’ultimo anno, ha riproposto la questione con la maggiore pressione che si riconosce al presidente della nazione più potente del mondo. Del resto, è insito nei compiti dello Stato difendere la collettività da possibili attacchi esterni: per millenni questo ruolo si è esplicitato nel predisporre un esercito e tutelare gli interessi economici. Oggi le contingenze imposte dalla pandemia obbligano a difendere la popolazione da un nemico invisibile predisponendo nuove soluzioni, rinunciando però a rincorrere gli isterismi estemporanei.

A dire il vero, le “armi” giuridiche per affrontare la problematica dell’esproprio ce sono fin troppe: già i romani, causa la loro propensione a costruire opere pubbliche ne ipotizzarono il concetto. Le radici storiche dell’esproprio

Il primo caso si ritrova nei libri di Numa, citati da Livio: lo storico narra che un proprietario fece ricorso ai tribuni della plebe, ma che l’intervento del Senato concluse la diatriba, confortando la decisione pretoria e ordinando, nello stesso tempo, che al proprietario venisse corrisposta un’indennità (Cicerone racconta che si ordinò la demolizione della casa di un privato cittadino poiché, a causa della sua altezza, impediva di interpretare il volo degli uccelli).In tempi moderni già le prime carte costituzionali moderne (quella francese del 1791) sancirono l’inviolabilità della proprietà privata, quale uno dei diritti naturali dell’uomo, stemperandolo però con la possibilità di espropriazione, solo in caso di assoluta necessità pubblica e previo equo indennizzo. Anche sui vaccini la legislazione italiana ed europea aveva già codificato il problema prevedendo il concetto di esproprio per pubblica utilità (con equo indennizzo) all’articolo 141, I comma, del Codice della Proprietà Industriale, che conferisce allo Stato il potere di espropriare i brevetti per «ragioni di pubblica utilità». Inoltre il trattato Trips, ratificato dall’Italia nel 1995 e dalla Ue nel 2007, consente di utilizzare il brevetto senza il consenso del titolare in caso di emergenza nazionale: concetto in cui nel 2001 gli stessi Stati aderenti stessi hanno fatto pacificamente rientrare «crisi sanitarie» ed «epidemie». Se gli orpelli burocratici già lo permettono, perché ha fatto così scalpore la dichiarazione del Presidente Biden2: forse perché arriva da una così autorevole personalità politica o perché si poteva procedere da mesi verso una simile soluzione, senza proclami altisonanti? L’obiettivo è quello di combattere nel modo più efficace possibile e per ottenere questo risultato accrescere la produzione di vaccini è sicuramente un passaggio obbligato. Sul come però vi possono essere molte strade: quella dei proclami o quella di intensificare le attività di ricerca e gli investimenti nel settore. Se sul serio fosse sufficiente rimuovere il brevetto, molti paesi ne avrebbero già avviato la produzione (sicuri che non sarebbero invasi dai carri armati dei difensori del diritto del brevetto!). L’aumento della produzione come passaggio obbligato

La discussione sulla sospensione del brevetto, al di là di rispolverare le diatribe tra i fautori della proprietà privata e chi vedeva in questa la fonte di tutti i mali (che ha condizionato il dibattito del secolo breve, appena trascorso), non è in grado di accrescere la quantità di vaccini prodotti o di migliorarne la loro efficienza. Le potenzialità produttive dipendono dalla disponibilità di impianti idonei e dal know how acquisito. E su questi fronti che bisognerebbe agire con decisione e non lasciarsi trasportare su dibattiti… un po’ datati, comunque divisivi (Merkel versus Biden, i paesi ricchi/produttori in grado di acquisire grandi quantità contro quelli poveri/consumatori. Per la prima volta nella storia si concretizza una domanda planetaria, il cui consumo porta beneficio solo se consumato dalla stragrande maggioranza della popolazione, rendendo inutile la selezione discriminatoria data dal prezzo. Il problema si sposta sulla capacità di produrre (anche perché i costi unitari del prodotto “vaccini” di pochi dollari, sono perfettamente accessibili dalle Nazioni progredite) e la soluzione di sospendere il diritto del brevetto, può aiutare, ma non riuscirà mai a risolvere il problema se non associato ad una crescita economico-sociale, ancora tutta da inventare. Non si può, in questo contesto, non ricordare che la classe politica americana riceve legalmente ingenti sovvenzioni dalle industrie farmaceutiche (ed è facile presupporre che l’azione di lobbing non si limiti a coinvolgere solo gli yankee) e notevole è la loro capacità d’influenzare l’opinione pubblica. Tenuto conto che la ricerca viene svolta, con successo, proprio da queste organizzazioni, i margini di autonomia su cui può operare la classe politica internazionale e locale paiono quanto mai limitati e il dividersi su polemiche di certo non aiuta. Anzi, fa sorgere il sospetto che siano pretestuose. _______

1“Io vaccino, tu vaccini … essi “svaccinano”, ossia come scrivere la storia dell’ultimo anno” in https://www.laportadivetro.org/wp-content/uploads/2021/04/model_-rz-1.pdfe “Vaccini: stop alle speculazioni, ma non cediamo al panico” in https://www.laportadivetro.org/wp-content/uploads/2021/03/model.rz2_docx.pdf 2In proposito, “Il taccuino politico della settimana. Biden e le Big Pharma: lezioni americane” in https://www.laportadivetro.org/wp-content/uploads/2021/05/model_artusi.pdf

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