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Elezioni per il Colle a bassa intensità di pensiero

di Emanuele Davide Ruffino e Chiara Laura Riccardo|


La valanga di schede bianche che si è formata ieri in Parlamento all’esordio delle votazioni per l’elezione del nuovo Presidente della Repubblica, il successore di Sergio Mattarella, ha rivelato quanto sia alta la prudenza mista a confusione che attanaglia i partiti nella corsa al Colle. Prudenza e confusione che sono figlie di una crisi che arriva da lontano. Una crisi di cui si parla e scrive con continuità e puntualità da decenni, utilizzando (vero e proprio abuso) la locuzione “fase di transizione”, poi diventata “lunga fase di transizione” e adottando (un autentico falso storico e costituzionale) l’idea di un nuovo passaggio istituzionale (Seconda Repubblica, poi diventata Terza, Quarta… sic!). A lungo andare, è apparso sempre più evidente ai cittadini, a loro volta ostaggio dell’effetto “pancia” (emozioni più, razionalità meno), che la politica tende a minimizzare o a delimitare la stessa crisi narcotizzandone gli effetti – catastrofici per i valori della democrazia – con la sovraesposizione mediatica dei leader (o presunti tali). Sono essi, infatti, sordi e indifferenti ai rischi di penose figure (inevitabili per la legge dei grandi numeri), che si offrono sul teatrino della politica con una partitura che ne fa vittime sacrificali designate. Sacrificio necessario, comunque ben remunerato, il cui fine ultimo è quello di distrarre l’opinione pubblica dai reali problemi della società con analisi superficiali, spot a mitraglia, comparsate televisive di modestia conio garantite dal sistema mediatico, uno spettacolo rigorosamente privo di una benché minima profondità di pensiero. E la conferma di questo stato di malessere sociopolitico arriva non tanto e solo dalle schede bianche quirinalizie, ma come ci si è arrivati. Del resto, le interdipendenze conseguenti ai fenomeni di globalizzazione, resesi ancor più strette con il lockdown, dove l’unica possibilità di comunicare con il mondo era data dai social, ha ulteriormente compromesso le capacità di elaborare idee proprie, trovando molto più comodo approfittare dell’ampia possibilità di scelta presente su internet. Perché sottoporsi alla fatica di pensare, se c’è già qualcuno che pensa per te? Ma la domanda successiva, quando si guarda all’elezione del Presidente della Repubblica, è: in questo momento, c’è qualcuno che davvero pensa per te? Domanda che diventa legittima, se seguiamo la riflessione di Emanuele Davide Ruffino e Chiara Laura Riccardo. La Porta di Vetro

Elemento base del funzionamento di qualsivoglia sistema, risiede nel comportamento dei soggetti e nella loro capacità di esercitare un proprio ragionamento autonomo attraverso decisioni prese senza essere ostacolati da determinismi sociali (individualismo metodologico): il crescere delle sovrastrutture e l’invasione/sovrapposizione di normative (collettivismo metodologico) può portare l’individuo ad essere passivamente indirizzato nei suoi comportamenti (homo sociologicus), mettendolo in balia di pulsioni più o meno coscienti ed istintive. La lezione di Seneca

Seneca, nel “De tranquillitate animi” affronta la questione dell’antitesi tra la vita contemplativa e l’attività mondana (il contrasto tra epicureismo e stoicismo, tra una vita ripiegata sul privato e il desiderio di azione pubblica): “È importante sapersi ritirare in sé stessi: un eccessivo contatto con gli altri, spesso così dissimili da noi, disturba il nostro ordine interiore, riaccende passioni assopite, inasprisce tutto ciò che nell’animo vi è di debole e non ancora completamente guarito. Vanno opportunamente alternate le due dimensioni della solitudine e della socialità. La prima ci fa provare nostalgia dei nostri simili, l’altra di noi stessi: in questo modo l’una sarà proficuo rimedio dell’altra. La solitudine guarirà l’avversione alla folla e la folla cancellerà il tedio della solitudine”. Maggiore è il condizionamento del mondo esterno, più il singolo decisore rischia di allontanarsi dalla razionalità, mostrando incoerenza nelle preferenze e limiti nelle capacità cognitive, essendo costantemente influenzato dal modo in cui si è mentalmente rappresentato il problema (e le sue scelte possono essere agevolmente manipolate a seconda di come viene confezionata l’informazione o la norma). La libertà di pensiero, azione ed espressione, non è mai una mera assenza di vincoli né un semplice fare, dire, pensare ciò che si vuole. La libertà, come sosteneva Hegel, è “un contenuto che si intona con la razionalità del mondo e l’interesse universale”. La persona davvero libera è colei che desidera per sé quello che, oltre a recare un beneficio personale, arreca un beneficio alla collettività. La paura di rimanere isolato

Le motivazioni e le intenzioni individuali in una società condizionata dai mass media e dai social rischiano di assumere un ruolo marginale se non inserite in azioni collettive (di qui il successo delle manifestazioni di massa o il voler essere presenti sui social network). In entrambi i casi, la volontà individuale viene trascinata passivamente da meccanismi istintivi ed emotivi che regolano il comportamento della massa. Tipici esempi di questo sono, ad esempio, il comportamento, a mo’ di gregge, in preda al panico o il consumo di prodotti inutili o dannosi per rispondere all’esigenza di apparire, o non apparire, conformi ad un determinato modello. O ancora il cosiddetto effetto F.O.M.O. (Fear Of Missing Out) basato sulla paura di rimane emarginato: si finisce così per partecipare ad un evento o acquistare un prodotto solo per sentirsi accettato o perché assumere certi atteggiamenti può offrire un risultato d’immagine. La prevalenza di entità collettive impersonali, compromette però la possibilità d’interazione tra le persone, dando origine a “comportamenti inintenzionali”. Se, in passato, era dal comportamento individuale e dalle aggregazioni che scaturivano i fenomeni collettivi e sociali, con l’affermazione dei social network la condotta dei singoli e delle masse è sempre più influenzabile: le decisioni individuali rischiano di perdere la loro indipendenza, per essere indotte da fattori auto-generantesi sui social in cui è facile l’inserimento di soggetti portatori di interessi filantropici (come testimoniano tante lodevoli iniziative), leciti (riflettenti gli indirizzi delle varie lobby) e non leciti (espressione occulta di associazioni malavitose) dal cui interagire derivano gli attuali fenomeni collettivi e sociali. L’eredità di don Luigi Sturzo

Che gli archetipi sociali possano influenzare i comportamenti individuali è un assunto presente in ogni società, tuttavia, quando il condizionamento supera il libero arbitrio, si generano comportamenti irrazionali che possono portare a esiti incontrollati (il caos preterintenzionale, dove ognuno non è più artefice delle conseguenze che egli stesso ha generato). Le conseguenze inintenzionali delle azioni umane rappresentano anche il risultato della sempre stretta interdipendenza dei comportamenti e delle decisioni individuali, in un sistema caratterizzato da relazioni di ruolo. L’influenza che ogni individuo esercitata sulle scelte altrui (e dunque sull’esito collettivo che scaturisce dall’interdipendenza dei comportamenti) può essere definito come il risultato aleatorio derivato dalla sommatoria delle scelte dei componenti tra loro interconnessi, ma non più totalmente liberi. Un esempio: per don Luigi Sturzo, fondatore del Partito Popolare nel 1919, erano persone libere quelle libere da preconcetti. Per lui “La libertà è come l’aria: si vive nell’aria; se l’aria è viziata si soffre; se l’aria è insufficiente si soffoca; se l’aria manca si muore.”. I casi delle fughe scomposte di fronte ad un pericolo, gli ingorghi nelle strade, l’inquinamento di un fiume da parte degli scarichi urbani e, oggi con la pandemia, l’assunzione di comportamenti irresponsabili, producono un costo sociale elevato, a fronte di nessun vantaggio (non effettuare la raccolta differenziata o non coprirsi il naso quando si starnuta o non indossare la mascherina, non può infatti essere considerato un beneficio per chi non si attiene alle regole, ma produce un danno alla collettività). Conseguenze intenzionali e inintenzionali

Tutti i comportamenti irresponsabili, sottopongono a rischio gli individui che si trovano nelle vicinanze, in quanto accresce la possibilità di contagio, cosa di cui la persona non tiene pienamente in considerazione nelle decisioni che prende (magari perché ignaro della sua positività o perché fiducioso nell’assoluta validità di un test sponsorizzato da qualche industria). L’indossare una mascherina, il recarsi in farmacia ad effettuare un tampone o, ancora, nella soluzione più faticosa, il decidere di rimanere a casa dal lavoro e rinunciare alle attività abituali per qualche giorno, sino a che non sia completamente certi della guarigione, sono il prodotto dell’interdipendenza tra i comportamenti individuali e collettivi da tenere in considerazione per capire le modalità di assunzione delle decisioni. Ed è proprio a questi mix di comportamenti individuali/collettivi che vanno ricondotte le conseguenze intenzionali e inintenzionali, definibili anche come «effetti di aggregazione» semplici (se nascono dalla somma di un insieme di comportamenti individuali concepiti isolatamente gli uni dagli altri) o multipli (quelli che scaturiscono invece da situazioni di interazione in cui si trova una pluralità di individui, ossia una situazione in cui gli individui aggiustano il proprio comportamento in funzione di quello altrui). È universalmente noto ai più che ad ogni azione corrisponda una conseguenza e ognuno di noi è, per sua natura, libero di agire secondo ragione e buon senso; ciò che oggi risulta disorientante, su questo assunto in un’ottica di espressione dei propri punti di vista, è l’equivoco creatosi tra libertà di opinione e libertà di opinabilità di fatti verificabili e verificati. Assistiamo oggi troppo frequentemente a situazioni dove qualcuno liberamente grida “al fuoco” generando intorno a sé il panico. Un grido spesso non supportato da evidenze, ma guidato da presunte notizie, che poi si rivelano autentici falsi, o “fakes” come si usa dire, rinunciando alla nostra lingua. E oggi, in un’era dove la tecnologia, i social e la rete creano ampi spazi di possibilità di espressione, diventa pressoché impossibile controllare il danno potenziale eventuale ed imprevedibile di determinate “azioni digitali”. L’evoluzione dei supporti tecnologici

Vero è però che, come ci ricorda il filosofo e scrittore Umberto Galimberti, “se uno è schiavo delle proprie convinzioni, è molto arretrato dal punto di vista mentale”, ciò a significare che non è tanto l’avere un’idea o una convinzione ciò che conta, ma il saperla argomentare attraverso fonti valide e riconosciute.La storia e l’evoluzione dei supporti tecnologici hanno spostato il perno degli equilibri sociali dal comportamento individuale a quello collettivo, mettendo a rischio il libero arbitrio e scatenando una lotta invisibile per chi vuole detenere il controllo degli asset della comunicazione, perché è lì, più che nella politica o nella finanza, che risiede oggi il potere. Una crisi degli equilibri sociali che, un po’ come nello scontro fra Faust e Mefistofele nell’opera “Faust” di Goethe, calzante metafora della nostra contemporaneità, mette a nudo lo scontro fra l’umanità e i suoi istinti più bassi e primordiali a discapito della ragione e del senso sociale collettivo: “Disprezza pure intelletto e scienza, talenti supremi dell’uomo, così ti sei dato al diavolo e dovrai affondare”.

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