Cuba e i cubani non cedono, ma neppure gli Usa mollano la presa
L'isola caraibica vive una crisi umanitaria senza precedenti per le imposizioni energetiche e alimentari decise da Washington, sostenute con implacabile spietatezza dal segretario di Stato Marco Rubio che per anni si è fregiato della falsa medaglia di figlio di esuli cubani scappati da Castro, mentre in realtà, come ha ricordato il Washington Post, la famiglia di Rubio arrivò a Miami nel 1956. Ma tra gli Usa e Cuba si tratta di una lotta epica che arriva da lontano
di Martina Steinwurzel

È cosa nota che il rapporto tra Cuba e gli Stati Uniti, dall’anno della gloriosa Rivoluzione del 1959 con cui l'isola si liberò del regime lupanare del sergente Fulgencio Batista, sia sempre stato caratterizzato da tensioni economiche e politiche. Ma questa è una nozione falsa, o almeno molto comoda: molto più corretto sarebbe dire che il rapporto è sempre stato caratterizzato da un aggredito e un aggressore, da uno Stato ricco e potente che usa tutti i mezzi a sua disposizione per attaccare uno Stato piccolo e ricco soprattutto di buona musica, buon rum e buonumore.
Donald Trump, 45° presidente degli Usa, in questo senso, ha almeno il pregio della chiarezza. Non ama particolarmente i giri di parole e, quando si tratta di Cuba, ancora meno. Le recenti e nuove restrizioni entrate in vigore tornano a chiudere alcuni dei canali finanziari che collegano l’isola al resto del mondo e cancellano le seppur timidissime aperture introdotte dall’amministrazione Biden. Cambiano i tecnicismi, le liste e i regolamenti, ma la logica è molto più antica: aumentare il costo di ogni rapporto economico con Cuba fino a rendere complicato persino ciò che formalmente non è vietato.
Trump non ha inventato nulla. Ha semplicemente riportato in superficie, con la grazia che gli è propria, una strategia che altri presidenti americani hanno saputo amministrare con maggiore eleganza.
All’inizio, del resto, non serviva neppure tanta eleganza. Ci fu la Baia dei Porci (17 aprile 1961), con uomini addestrati e finanziati dalla CIA che tentarono di invadere Cuba e rovesciare Fidel Castro. Amministrazione Jfk Kennedy. Fallita l’invasione, e c'è da domandarsi quanto non abbia deciso sulla sorte del presidente americano assassinato a Dallas nel novembre del 1963, arrivarono operazioni clandestine, sabotaggi e guerra economica. I documenti americani dell’epoca sono talmente espliciti da rendere quasi superflua qualsiasi interpretazione: mettere sotto pressione l’economia, creare difficoltà, alimentare il malcontento, destabilizzare il governo rivoluzionario guidato da Fidel Castro e Che Guevara.
Negli anni successivi cambiarono gli strumenti, non la sproporzione del rapporto. Attorno a Cuba operarono organizzazioni anticastriste responsabili di attentati e sabotaggi; il più terribile fu l’esplosione del volo Cubana 455 nel 1976, con 73 morti. Alcuni protagonisti di quella stagione, come Luis Posada Carriles, avevano avuto rapporti con la CIA e, come noto, a pensar male si fa peccato, ma spesso ci si azzecca.

Poi c’è una parte della storia meno raccontata e forse ancora più interessante: quella dei migranti. I cubani sono stati per decenni una formidabile moneta di scambio nella politica americana verso L’Avana, anche se Washington non l’ha mai chiamata così. Quando Cuba era strettamente legata all’Unione Sovietica, chi lasciava l’isola godeva negli Stati Uniti di un’accoglienza eccezionale rispetto a quella riservata ai migranti provenienti da quasi ogni altro Paese della regione. Un cubano che arrivava in Florida non era soltanto un migrante: diventava la dimostrazione politica di qualcuno che aveva scelto di fuggire dal socialismo.
Le porte potevano quindi aprirsi generosamente, almeno finché ad attraversarle erano numeri politicamente gestibili. Quando Fidel le aprì davvero, come durante gli anni ‘80, e decine di migliaia di persone cominciarono ad arrivare, l’entusiasmo americano diminuì rapidamente e comparvero controlli, intercettazioni e trattative con quello stesso governo cubano dal quale fino al giorno prima bisognava aiutare la gente a scappare.
È un meccanismo che si ripresenterà più volte e che si intreccia con un altro elemento: il rapporto di Cuba con Mosca. A seconda della vicinanza o della lontananza politica dell’isola dalla Russia, Washington ha saputo allargare e restringere con notevole elasticità tanto la pressione quanto le aperture, compresa la gestione dei flussi migratori. Quando il cubano che parte è utile a dimostrare il fallimento del nemico, diventa un rifugiato da accogliere; quando arriva in numeri troppo grandi o cambia il quadro geopolitico, torna improvvisamente a essere un migrante da regolamentare, respingere o rimpatriare.
Poi arriva Obama e arriva, bisogna riconoscerlo, con una certa furbizia. Obama il Nobel per la Pace lo aveva già ricevuto, nel 2009, e aveva costruito attorno alla propria presidenza l’immagine del dialogo e della diplomazia. Con Cuba capì soprattutto una cosa molto semplice: dopo più di mezzo secolo di bloqueo, Fidel Castro non era stato rovesciato, la Rivoluzione non era scomparsa, e gli Stati Uniti continuavano a presentarsi davanti a gran parte del mondo come una gigantesca potenza impegnata a strangolare una piccola isola caraibica.
Tanto valeva cambiare tattica. E dunque riaprì le relazioni diplomatiche, allentò alcune restrizioni, facilitò viaggi e rimesse e arrivò sorridente all’Avana. Il bloqueo, però, rimase. E questo è il punto fondamentale: Obama non rinunciò all’idea che gli Stati Uniti potessero influenzare l’evoluzione politica di Cuba; però sostenne apertamente che il vecchio metodo non aveva funzionato e che l’apertura, gli scambi, il commercio e il contatto con gli americani avrebbero potuto produrre risultati diversi. Se il bastone non aveva funzionato, si poteva provare con la carota.

Trump invece ha semplicemente scelto il percorso inverso. Sanzioni, banche, rimesse, visti, petrolio e transazioni internazionali tornano a essere pezzi della stessa partita. Tornato alla Casa Bianca, ha ricominciato a stringerli, in totale coerenza e ferocia di alcuni suoi predecessori come Reagan e lo stesso Kennedy.
Per questo le ultime misure americane non sono particolarmente sorprendenti. Sono soltanto l’ultimo movimento di una storia che procede da più di sessant’anni alternando aggressività e seduzione, isolamento e dialogo, frontiere aperte e frontiere chiuse, a seconda di ciò che Washington ritiene più utile in quel determinato momento.
Obama aveva certo avuto più furbizia, ma anche la sua carota non aveva funzionato. Il maggior benessere non ha portato i cubani a mettere in discussione la Rivoluzione e il governo. Tanto varrebbe che gli Usa si rassegnino all’idea, almeno per il momento, Cuba e i cubani non sono in vendita.











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