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Costo pandemico: 5.420 euro a testa. E il debito pubblico arriva alle stelle

di Anna Paschero|


L’anno 2020 ha segnato un aumento record dello stock del debito pubblico nazionale: da 2.410 miliardi del mese di gennaio a 2.569 miliardi del 31 dicembre, con un incremento annuo di 159 miliardi di Euro, che non ha precedenti nella storia del Paese.

Nel 2021 il debito ha continuato a correre e gli ultimi dati, di questi giorni, ci dicono che questa corsa non si arresterà per tutto l’anno. I dati di Bankitalia per il mese di marzo 2021 hanno evidenziato un debito totale delle Amministrazioni Pubbliche di 2.650,9 miliardi di €uro. Nel 2020 il PIL (valore dei prodotti e servizi realizzati all’interno del Paese nell’anno) è diminuito di 160,8 miliardi: la maggior diminuzione avvenuta dal 1960, che ha fatto precipitare questo valore ai livelli del 1998. Il rapporto percentuale debito–PIL, per effetto del contestuale incremento del primo e decremento del secondo subisce un aumento senza precedenti che già oggi sfiora il 160%. Il rapporto debito-PIL aveva raggiunto questi livelli solo nel 1919 (158,8%) durante la Prima guerra mondiale. La pandemia sta producendo effetti pesanti sul debito pubblico e sulla produttività dell’Italia al momento non ancora quantificabili, data l’incertezza in cui si muovono previsioni e stime. Secondo le previsioni del Fondo Monetario Internazionale l’Italia avrebbe subito il terzo più pesante crollo del Pil reale a livello mondiale, mentre sarebbe il terzo paese al mondo, dopo il Canada e il Giappone, ad aver subito l’incremento più elevato del rapporto debito/PIL (+23%). A livello pro capite la riduzione del PIL è di 2.371 €uro, mentre l’incremento del debito è pari a 3.049 €uro. Il Covid è costato ad ogni italiano mediamente 5.420 Euro. La dinamica di crescita del debito

Ma la dinamica della crescita del debito e della perdita di competitività dell’Italia non sono solo imputabili al Covid, ma hanno origini più lontane nel tempo: nel 1992 l’ammontare del debito superava, per la prima volta, il valore del PIL. Negli anni successivi la crescita del debito è proseguita senza interruzioni e dal 2008 al 2014 ha subito un ulteriore incremento di 29,3 punti percentuali. Nel 2009, anno della crisi finanziaria internazionale, il PIL è crollato del 5,3%. Le cause della crescita esponenziale del debito pubblico sono imputabili a tre principali ragioni: la spesa per interessi, ovvero l’elevato costo per il servizio del debito, che ha caratterizzato l’economia mondiale tra gli anni Ottanta e Novanta (la spesa consolidata per interessi è di 64,6 miliardi nel 2018), la realizzazione di disavanzi primari nel bilancio pubblico e, negli ultimi 25 anni, la crescita quasi nulla del PIL nominale, stabilmente inferiore al costo del danaro. A queste ragioni si aggiunge quella dell’evasione fiscale, particolarmente elevata nel nostro Paese.

Oggi l’Italia si trova in una gabbia: alto debito e bassa crescita si stringono in una pericolosa morsa e il quadro macro economico e di finanza pubblica dell’Italia potrebbe essere sottoposto a seri rischi oltre che rappresentare una minaccia per l’Europa, sia pure in presenza di sospensione – grazie alla pandemia – dei vincoli europei. Un debito pubblico elevato non è necessariamente un problema, così come ha sostenuto il Fondo Monetario Internazionale, passando da una posizione intransigente sul rigore di bilancio, alla promozione di politiche fiscali espansive finalizzate a stimolare la crescita. Non lo è in presenza di tassi di interesse molto bassi o nulli – come gli attuali – e se accompagnato da una buona crescita economica, con tassi di crescita superiori ai rendimenti dei titoli di stato. Il cambio di marcia rispetto agli anni dell’austerity e dei richiami al puntuale rispetto dei parametri europei appare evidente. Investimenti e riforme sono cruciali per la sostenibilità del debito. Evitiamo illusioni: il Recovery Fund non è onnipotente

Lo scenario macroeconomico appena delineato cambia i termini del problema del debito anche per effetto del lancio del Recovery Fund: ciò nonostante non permette all’Italia di considerare risolta questa questione, che rimane al contrario molto seria e rappresenta una sorta di ipoteca sul futuro del Paese. Il Governo ritiene assolutamente prioritario il raggiungimento degli obiettivi di crescita connessi all’attuazione del Programma Nazionale di Ripresa e Resilienza: 3,6% da qui al 2026 rispetto lo scenario che si determinerebbe senza l’atteso effetto-leva del combinarsi di riforme e investimenti. Le Organizzazioni Internazionali e la Banca d’Italia sostengono che per mettere in sicurezza il Paese occorrerebbe un avanzo primario del 3-4% del PIL mantenuto per molti anni a venire. Dunque gli investimenti del Recovery Fund, data per scontata la loro attuazione, potrebbero anche non bastare. Gli ultimi dati aggregati del Settore Pubblico Allargato (Stato, Regioni ed Enti Locali, Imprese Pubbliche Nazionali e Locali), risalenti all’esercizio 2018, indicano che su una spesa totale di 923 miliardi, la spesa in conto capitale, ovvero quella maggiormente rivolta allo sviluppo, ammonta a 67,4 miliardi. Circa la metà è rappresentata da trasferimenti agli Enti Territoriali. Questi ultimi, fino al 2009 erano tra i soggetti che realizzavano il maggior volume di investimenti; a seguito sia della crisi finanziaria, sia dei vincoli derivanti dal patto di stabilità hanno ridotto drasticamente il loro contributo. La spesa in conto capitale, soprattutto nei Paesi ad alto debito, è più facilmente comprimibile rispetto alla spesa corrente (pensioni, politiche sociali, difesa reddito lavoratori) in quanto ritenuta discrezionale. Le modifiche intervenute dal 2017 delle regole sul pareggio di bilancio dovrebbero poter aumentare, almeno ce lo auguriamo, la propensione ad investire da parte delle autonomie locali, con benefici effetti sull’economia. Nel 2009 la spesa aggregata destinata agli investimenti da parte della pubblica amministrazione era di 114,5 miliardi di Euro. I dati relativi agli aspetti quantitativi che caratterizzano la realizzazione di investimenti nel nostro Paese possono essere affiancati con alcuni indicatori che riguardano la loro qualità: secondo gli indicatori del Global Competitiveness index del World Economic Forum, la qualità infrastrutturale del capitale pubblico in Italia (strade, porti, aeroporti, reti elettriche) era già bassa nel 2007 rispetto a quella dei Paesi con simili dimensioni; nel decennio successivo in cui questo indicatore è stato ricalcolato, l’indice per l’Italia passa da 4,28 a 3,48. In Germania, nello stesso periodo, è cresciuto da 5,72 a 6,62 e in Francia da 6,05 a 6,48. Il valore massimo è pari a 7. Da questi dati emerge come l’Italia abbia un forte bisogno, non solo di maggiori investimenti, ma anche di una sostenuta riqualificazione di quelli già esistenti. Come si fronteggia l’escalation del nostro debito

Il debito pubblico italiano, dopo trent’anni di sforzi di risanamento risultati vani, continua a pesare come un “macigno” sulla nostra economia e, in particolare sulle giovani generazioni. Gli approcci sono stati nel tempo e sono, anche oggi, diversi e tra di loro in contraddizione. Essi vanno dal miglioramento del saldo primario (differenza tra entrate e spese, quest’ultime al netto degli interessi), che può avvenire o con un aumento della pressione fiscale o con una riduzione della spesa pubblica (austerity) all’introduzione di misure strutturali capaci di stimolare il tasso di crescita (PIL), con politiche espansive di spesa soprattutto di investimento. Non si esclude o la riduzione delle imposte per incentivare la domanda di consumi o un’azione sul patrimonio pubblico, trasferendolo ai detentori del debito. L’Italia per ora procede con continue misure di “scostamento”, confermando il piano di rientro decennale basato su misure di austerità, che secondo il governo sarebbero contenute e tollerabili, confidando sugli effetti del Piano Nazionale di Ripresa e di Resilienza come “scommessa da non perdere” e sulle collaterali riforme che si è impegnata ad adottare, tra le quali le riforme del Fisco e della Pubblica Amministrazione. Dall’ultima “Relazione sull’economia non osservata e sull’evasione fiscale e contributiva – anno 2020” allegata alla Nota di Aggiornamento del Documento di Economia e Finanza emergono, rispetto all’esercizio 2018, mancate entrate tributarie per un totale di 96 miliardi di €uro, più 11 miliardi di Euro per mancati versamenti contributivi.1 Il loro recupero, nell’ipotesi più ottimistica e in soli dieci anni, permetterebbe di ridurre il rapporto debito/PIL – qualora le risorse recuperate fossero destinate all’ammortamento del debito – al 95,7%, quasi in linea con gli impegni comunitari. Nell’ipotesi di invarianza degli altri parametri macroeconomici è dimostrabile, inoltre, che entrate aggiuntive di un solo punto percentuale di Pil all’anno, a partire dagli ultimi 40 anni avrebbero comportato che il rapporto tra debito pubblico e Pil sarebbe stato, a fine 2020, intorno al 60% , perfettamente in linea con i parametri di Maastrickt. Un deficit e un debito più contenuti avrebbero permesso all’Italia di presentarsi meglio sui mercati e di essere meno esposta agli attacchi speculativi che hanno danneggiato gravemente il Paese nel 1992 e nel 2011. Ma quest’ultimo è un capitolo che, purtroppo, rimane estraneo al dibattito in questione.

1 I conti in rosso di Amazon… e quelli del fisco italiano in https://www.laportadivetro.org/wp-content/uploads/2021/05/model_-paschero.pdf

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