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“Colpite gli ospedali dell’Ucraina”, l’insostenibile orrore della guerra

di Enrica Formentin|


Nel settantesimo giorno di guerra in Ucraina non si arresta l’intensificazione dei bombardamenti dell’aggressore russo. La strategia dell’esercito di Putin mira a bloccare le arterie ferroviarie e quelle viarie per ridurre l’approvvigionamento di benzina e derrate alimentari. Intanto, i generali russi preparano l’assalto finale all’acciaieria Azovstal a Mariupol. Ma l’Ucraina sta vivendo un altro dramma nel dramma di una guerra sempre più crudele e incontrollata: la distruzione dei suoi ospedali che nega insieme alla speranza anche i diritti umani. Una ragione ulteriore per chiudere questa insulsa guerra, riaprire i negoziati, sedersi al tavolo della Pace.

L’Organizzazione Mondiale della Sanità ha lanciato l’allarme già dai primi giorni di marzo 2022 secondo cui dall’inizio dell’invasione russa in Ucraina è un crescendo di attacchi a strutture ospedaliere, ambulanze e strutture sanitarie. Il Paese aggredito sta esaurendo le sue forniture mediche vitali, in particolare ossigeno, insulina, dispositivi di protezione individuali per gli operatori, emoderivati, ferri chirurgici. Tutto questo rappresenta un duro colpo agli sforzi di istituire riforme sanitarie e ottenere una copertura sanitaria universale avviato da Volodymyr Zelenskyj prima dello scoppio del conflitto. Il rappresentante dell’Oms in Ucraina, Jarno Habicht, ha spiegato che in Ucraina circa mille strutture sanitarie sono in prossimità di aree di conflitto o in aree di controllo modificate, evidenziando che gli operatori sanitari stanno rischiando la vita per assistere chi ha bisogno di servizi medici e i loro pazienti non devono mai essere presi di mira. Le denunce dell’Organizzazione Mondiale della Sanità

Le strutture sanitarie dovrebbero essere luoghi sicuri sia per i medici, gli infermieri, ma soprattutto per i pazienti. Per l’Oms distruggere le strutture sanitarie equivale alla «distruzione della speranza e la negazione dei diritti umani fondamentali».Tra gli attacchi documentati c’è il bombardamento del 9 marzo sull’ospedale pediatrico e di maternità di Mariupol. Due giornalisti, dell’ultima agenzia internazionale restata in città dopo che i russi l’avevano circondata, arrivarono all’ospedale pochi minuti dopo l’esplosione. Videro un cratere fumante profondo come due piani nel cortile interno, circondato dai resti bruciati e contorti di diverse macchine. La forza dell’esplosione aveva strappato la facciata degli edifici attorno, frantumando i vetri e distruggendo le stanze. I giornalisti dell’Ap fecero foto di superstiti scioccati che uscivano dall’ospedale. Una donna incinta su una barella si teneva la pancia, video riproposto anche dai media, pantaloni macchiati di sangue, pallida in viso. Sarebbe morta più tardi dopo un parto cesareo d’emergenza in un altro ospedale. Anche il bambino non sopravvisse. La Ap, che lavora con l’organizzazione Frontline per documentare questi casi, spiega che le prove per potenziali accuse di crimini di guerra stanno aumentando e sono orrende. L’Organizzazione mondiale della sanità, che ha verificato gli attacchi avvenuti contro ospedali come quello, particolarmente odioso, contro l’ospedale pediatrico di Mariupol si è espressa con chiarezza: nessuna casualità. Gli ospedali stanno diventando parte delle strategie e tattiche di guerra, nonostante il veto delle leggi internazionali. Il mancato rispetto della Convenzione di Ginevra

Il mancato rispetto della Convenzione di Ginevra Il Diritto Internazionale Umanitario, infatti, tutela le strutture sanitarie e gli operatori che vi lavorano da interferenze e attacchi nel corso dei conflitti armati. Le quattro Convenzioni di Ginevra del 1949 sono state firmate da 196 Stati, tra i quali la Russia e l’Ucraina, che hanno entrambi ratificato anche il primo Protocollo aggiuntivo. Questi richiedono che ogni parte in conflitto protegga a garantisca la funzionalità delle strutture mediche, dei trasporti e del personale; protegga e garantisca un trattamento imparziale sia per i civili feriti sia per i combattenti, e che dal personale medico siano fornite cure imparziali sia ai civili sia ai combattenti feriti, in linea con l’etica medica. Va mantenuta la sacralità dell’assistenza sanitaria anche durante il conflitto. L’assistenza sanitaria e il personale non sono un bersaglio, continuano a ripetere dall’Oms. Va da sé che le conseguenze di tutto ciò sulle popolazioni locali sono devastanti; a breve e lungo termine finiranno per paralizzare interi sistemi sanitari. Esiti nefasti che comprendono l’incapacità di gestire le patologie legate ai conflitti, l’impossibilità sia di salvaguardare la salute pubblica sia di gestire i focolai di patologie trasmissibili. Il documento degli infermieri e medici russi

Le cifre rilevate probabilmente sono in difetto a fronte di una realtà il cui orrore sembra non avere confini. Non si riuscirà mai a conoscere, ad esempio, il numero dei pazienti deceduti a causa della guerra, direttamente o indirettamente per mancanza delle cure necessarie. Un po’ come si diceva all’inizio della pandemia nel 2020 in relazione alla tragica primavera di allora, in cui tutto si era fermato per sottostare ai diktat del virus. La gravità della situazione è testimoniata dagli stessi medici e infermieri russi che già il 28 febbraio scorso avevano redatto e sottoscritto in oltre 15mila una coraggiosa presa di posizione. La prosa è chiara: “Noi medici e infermieri russi ci opponiamo fermamente alle azioni militari condotte dalle forze armate russe sul territorio dell’Ucraina. Non giudichiamo nessuno. La nostra missione è salvare vite umane. La guerra colpisce tutti, non ci sono né vinti, né vincitori, ma solo vittime. I sanitari in difficoltà sono anche quelli alle frontiere ucraine che stanno dando sostegno ai profughi o quelli negli ospedali russi e bielorussi che si ritrovano ragazzini di leva mandati al macello come carne da cannone.”

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