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Biden alla prova del severo e indifferibile banco di prova in Medio Oriente

di Germana Tappero Merlo|

I commenti al discorso d’insediamento del neo presidente J. Biden si sprecano sulle pagine di giornali e siti web. Non da meno, e da giorni, anche gli interrogativi degli analisti circa le sue future mosse in politica estera, con temi caldi, addirittura caldissimi, come le guerre in corso, dal Medio Oriente, Afghanistan sino alla Libia. Poco è emerso, nelle settimane scorse, su quei fronti, per via di un’agenda per la sicurezza e la difesa estremamente complessa che, a differenza di pochi altri momenti della storia americana contemporanea, sembra doversi concentrare ora più su minacce eversive interne che terroristiche esterne agli Stati Uniti. Tuttavia, i commenti in queste ore, di fresco insediamento della nuova amministrazione, parlano di ‘continuità diplomatica’, soprattutto in Medio Oriente. Ma è proprio così? Il richiamo di Biden all’unità nazionale e al rispetto dei diritti umani è stata una costante in tutti i suoi discorsi, con riferimento alla questione immigrazione, al terrorismo e alla sicurezza, con un esplicito ribadire il ritorno degli Stati Uniti alla cooperazione internazionale. Tutto ciò confermerebbe la svolta della nuova amministrazione verso il multilateralismo e l’abbandono di azioni esclusivamente unilaterali proprie di quella precedente. Da qui l’entusiasmo dei commentatori occidentali, anche se i riferimenti di Biden ad una vera e, soprattutto, percorribile ed efficace politica di sicurezza e difesa globali, sono rimasti piuttosto blandi. Qualche spunto è arrivato dalle audizioni al Senato, alcuni giorni fa, per la conferma di nomine ad altissimi livelli, come quella del Segretario di Stato Blinken, su cui è possibile fare alcune congetture, soprattutto in riferimento all’Iran, e al Medio Oriente, in generale. E, posso già anticiparlo, l’entusiasmo viene raffreddato. La strada verso il ritorno al confronto e al dialogo multilaterale si presenta infatti colma di insidie, perché Biden deve fare i conti con la complessità di un’eredità che non è esclusiva dell’era Trump, ma già di Obama. È bene ricordarlo, infatti, che se ora vi sono regioni altamente rischiose, con conflitti estesi ben oltre i confini locali e regionali, con coinvolgimento e rafforzamento di soggetti dalle ambizioni pericolose, come Russia e Turchia, è perché dal 2011 al 2016 la leadership politica americana ha fallito, per titubanza decisionale e non certo per fervore pacifista, ad arginare militarmente certe minacce, finendo addirittura per alimentarle, dando fiato anche strategico ed offensivo a soggetti sino ad allora minori (Qatar, EAU, Egitto, fra gli altri), dall’incidenza ora prepotente e difficilmente contenibile. Trump, fortemente filo-Israele, o meglio, filo-Netanyahu, ha poi calcato la mano nell’ultimo anno, tessendo e permettendo, con gli accordi di Abramo, la svolta dei rapporti regionali dello Stato ebraico sino alla recente decisione del Pentagono di inglobare Israele nel CENTCOM1, e trasferirgli responsabilità di comando centrale delle sue attività nel Vicino Oriente. Ciò sarebbe avvenuto già a metà gennaio, all’indomani del ritiro, voluto da Trump, di 3.200 soldati americani dall’Iraq, Afghanistan e Somalia. Parrebbe, quindi, un passaggio di consegne per la sicurezza dell’area da Washington a Gerusalemme. Di certo si è trattato di una riorganizzazione strategico-militare US già prevista, ma che affianca proprio gli accordi di Abramo fra Israele e alcuni Paesi arabi (sunniti) della regione, in funzione difensiva contro il nemico comune, l’Iran (sciita). Perché l’allentamento della tensione fra Israele e i vicini arabi, grazie a quegli accordi, e stando alle dichiarazioni di ufficiali del Pentagono, “ha fornito agli Usa un’opportunità strategica per allineare i suoi partner chiave contro le minacce condivise in Medio Oriente”. Ne deriva quindi un forte messaggio deterrente di unità e di un ritorno all’impegno continuo degli Usa alla leadership regionale anche in campo militare che, dagli eccessi della guerra al terrorismo di G.W. Bush alle incertezze od incauti sostegni di Obama a nuovi leader politici dopo le primavere arabe, si erano andate erodendo. In pratica, non solo Usa e Israele agiranno direttamente sul piano militare, come hanno già fatto di recente con i raid in Siria, ma l’inglobare Israele nel CENTCOM e sganciarlo dal comando statunitense in Europa – cui apparteneva in precedenza per ‘incompatibilità’ politica con partner arabi – significa per Tel Aviv poter interagire con gli alti comandi militari arabi ex nemici, contrastando quindi minacce comuni, di qualsiasi sigla e origine, in particolare iraniana. Si tratta di una svolta storica non indifferente per la sicurezza nell’area, criticata però fortemente da chi, soprattutto in Europa, vi vede negli accordi di Abramo l’ennesimo tradimento arabo nei confronti dei palestinesi. Ma, come ho cercato di evidenziare in un altro commento2, si tratta di cogliere un nuovo approccio degli Usa e di Israele nei rapporti regionali ‘anche’ per la questione palestinese, anche se non a brevissimo periodo. Questa è la via aperta da Trump a Biden nella regione a più alto rischio di minaccia terroristica esterna per gli Usa, sia essa di matrice radicale sunnita (Isis e al-Qaeda), sia anche sciita (Hezbollah e, per sostegno logistico, Hamas). Fonti diplomatiche informano che, già da metà gennaio, la ‘quasi’ insediata amministrazione aveva informato le autorità israeliane che rappresentanti statunitensi avevano aperto colloqui (segreti) con l’Iran per discutere del ritorno degli Stati Uniti nell’accordo sul nucleare. Israele avrebbe chiesto di includervi anche restrizioni su dotazione di missili balistici (ne possiede 1100 a lungo raggio, ossia in grado di raggiungere Israele), di cui quelli SSM (terra-terra), che Teheran ha iniziato, in questi giorni, a fare sfoggio, a fianco di UAV (droni) armati, in esercitazioni in sue zone desertiche. Da qui l’allerta ebraica, accolta già dalla nuova amministrazione per la quale “qualsiasi accordo futuro dovrà includere anche il nuovo programma missilistico (di Teheran) e la fine del sostegno alle milizie ‘per procura’ in Medio Oriente”. Una richiesta, quest’ultima, impossibile da accettare per l’Iran che, da circa dieci anni, investe denaro e in risorse umane per sostenere quelle milizie fuori dai propri confini al fine di realizzare la strategica ‘mezzaluna di influenza sciita’ nella regione. Inaccettabile in particolare in queste ore, all’indomani di un duplice attacco – crudelmente asincrono per ottenere maggior impatto come numero di vittime – di kamikaze (sauditi) in un affollato mercato della zona sciita di Bagdad dal forte bilancio in morti e feriti. Un’azione rivendicata dall’ISIS con un comunicato in cui si minacciano gli sciiti di ‘ulteriori spargimenti di sangue, ogni giorno della settimana’. Un messaggio di sfida all’Iran, ma anche alla nuova presidenza Usa. Biden dovrà, infatti, mediare fra le sue buone intenzioni di dialogo con Teheran e le inflessibili richieste di partner strategici come Israele e il suo fronte di alleati anti-Iran, cercando altresì di coordinare tutti costoro nel contrastare un nemico comune, ossia il progetto identitario di uno Stato islamico che è ancora vivo e fortemente sponsorizzato che, per i suoi leader, è un obiettivo perseguibile con ogni mezzo e contro i suoi nemici, in ogni dove nel mondo. Vi sono tutte le premesse perché il Medio Oriente, ancora una volta, si riveli il banco di prova per eccellenza delle buone intenzioni e della capacità di leadership globale della potenza politica democratica e, al contempo, anche militare e di sicurezza statunitense. _______

1Si tratta dell’organismo di comando e controllo US di tutte le operazioni militari americane in Medio Oriente, Asia Centrale e parte di quella Meridionale. 2https://www.laportadivetro.org/accordi-di-abramo-un-nuovo-percorso-di-pace-nel-medio-oriente-in-piena-evoluzione/

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