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Bellicisti e Pacifisti

di Michele Ruggiero |

L’ambasciatore russo negli Stati Uniti, Anatoly Antonov, è stato esplicito: se l’Occidente continua a rifornire di armi l’Ucraina, lo scontro tra Russia e Stati Uniti diventerà ineludibile. E non sarà una partita a scacchi: l’uno di fronte all’altro non avremo l’allora cittadino sovietico Boris Spasskij, campione del mondo, e lo sfidante americano Bobby Fischer, come nell’agosto e settembre del 1972 a Reykjavík, capitale dell’Islanda. A misurarsi per intelligenza strategica e capacità militare saranno gli eserciti dei due Paesi dotati dei maggiori arsenali nucleari presenti sul pianeta intenzionati a continuare, parafrasando Von Clausewitz, “la guerra convenzionale con l’atomica”. A quel punto, potremmo esaurire la frase cult del generale prussiano più citato al mondo, perché il mondo non avrà più spazio per le citazioni di nessun genere. Il dramma reale è che dal 24 febbraio, dal giorno dell’invasione russa dell’Ucraina, la divisione del mondo ha superato l’imperfezione della Guerra Fredda per diventare perfetta per l’autodistruzione, senza che nessuno se ne renda più conto o faccia spallucce, credendo che le parole siano usate soltanto per spaventare. Se fino alla caduta del Muro di Berlino, c’era chi all’interno delle Superpotenze Usa-Urss si adoperava sempre per curare il formicolio del dito sul pulsante nucleare, oggi si ha invece l’impressione vi siano più figure (troppe) pronte ad accendere il fiammifero per dare fuoco alle polveri e stabilire una volta per tutte chi comanda il nostro mondo. A decidere per primo l’opzione muscolare è noto: il suo nome Vladimir Putin. Ma altrettanto noti sono coloro che l’hanno aiutato con una stolta acquiescenza nei confronti del signor Zelensky e del presidente Biden, e dei pretoriani della Nato che reclamano armi come bastoncini Findus al supermercato: i leader europei, in competizione quasi feroce per delegittimare l’Unione Europea sul piano delle relazioni internazionali e sul piano dell’economia. La rete diplomatica, infatti, veicolo di convivenza civile e tolleranza tra culture diverse, ed essa stessa elemento di equilibrio e stanza di compensazione di divergenze politiche (ed economiche), è stata sostituita nel quotidiano da una versione europea (sbiadita) del Pentagono americano, in cui i governi del Vecchio Continente, espressa la loro indignazione per la guerra (uno dei quattro cavalieri dell’Apocalisse che non conoscono dall’8 maggio del 1945), passano immediatamente con strepitio mediatico a elencare con estrema pignoleria tipo e modello del sostegno di armi da spedire a Kiev. La spiegazione rimane quella di trincea, che oscura le trame storiche meno edificanti (e sono numerose) in nome di valori che sono certi, almeno sulla carta. Ma è sufficiente se si rischia l’Olocausto nucleare? Il mondo libero aiuta quella parte che non lo è, in modo che liberamente possa anch’essa un giorno contestare un’eventuale guerra e comprovare di conseguenza che la libertà è autentica e indiscussa. Che le guerre siano poi promosse proprio dallo stesso mondo libero con fini che coincidono sempre con i propri interessi è un dettaglio marginale che non svaluta o non dovrebbe svalutare il concetto medesimo di libertà. Anzi. Quello stesso dettaglio è la dimostrazione della libertà di parola e di pensiero che gode chi oggi contesta l’Europa e, nello specifico nazionale, il proprio presidente del consiglio Draghi, con la certezza che non sarà spedito in galera (al massimo sarà bollato di filoputinismo), a differenza di quello che accade agli avversari di Putin. Però, e non a caso, è un filosofo americano, Noam Chomsky, che sembra volere ammonirci a non considerare la libertà come il migliore antidoto alla guerra se è proprio il “faro della democrazia”, il suo Paese, gli Stati Uniti a essere “un violento stato canaglia che fa quello che vuole” con la “delicata” premessa che ha un potere spropositato nelle relazioni internazionali ((Il Fatto quotidiano, 9 aprile 2022), uno degli elementi chiave della riflessione da cui siamo partiti. L’altro corno del problema è la recessione economica che si profila nel breve e medio periodo, destinata a mietere più vittime in crescita esponenziale (la morte, il secondo cavaliere dell’Apocalisse) della stessa guerra in Ucraina, a favorire la contrazione di disponibilità delle derrate alimentari (carestia, terzo cavaliere dell’Apocalisse) e a rallentare nei paesi più poveri la politica delle vaccinazioni per fermare la Covid, virus tutt’altro che debellato (la pestilenza, quarto cavaliere dell’Apocalisse). Ora, non dovrebbe sfuggire a nessuno che la politica del riarmo favorisca una frazione dell’economia a detrimento dell’intero, cioè delle condizioni generali di vita. E a nessuno sfuggirà che, dopo la pandemia (ancora in corso), la concentrazione di ricchezza unirà il settore farmaceutico-sanitario a quello dell’apparato militare-tecnologico, con una fatale regressione per il mercato dei beni di consumo, in un combinato disposto i cui centri emotivi sulla massa sono concentrati su un’unica parola: emergenza. Traduzione letterale della possibilità di disporre le emozioni individuali e collettive a totale descrizione del Potere, il quale non appena girato l’angolo del dolore, aprirà il libro maestro della Ricostruzione, con i capitali accumulati dagli stessi che hanno sostenuta la Distruzione. Operazione non particolarmente ardua in società addomesticate con dosi massicce di consumismo in cui il principale valore della libertà è diventato oggi quello di inneggiare guerra, anziché lottare per la Pace e sottrarre così gli ucraini al loro poco invidiabile destino.

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