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Battiamo Mosca con le sanzioni

di Mauro Nebiolo Vietti|

In occasione dell’aggressione all’Ucraina ho a lungo temuto che le nostre istituzioni ripetessero il copione della conferenza di Monaco del 29 e 30 settembre 1938, quando le nazioni europee, e segnatamente Francia e Impero Britannico, permisero a Hitler di annettersi i Sudeti. In quell’occasione il primo ministro britannico Neville Chamberlain sventolò un pezzo di carta e sostenne di aver scelto la pace, ma il dittatore tedesco la considerò una debolezza ed invase il 15 marzo dell’anno successivo la Cecoslovacchia.

Nella storia non c’è nulla di nuovo; è sufficiente analizzare il passato per scoprire che le dinamiche odierne non sono una novità, ma si limitano a ripetere le stesse logiche del passato, aggiornandole con la tecnologia di oggi. Putin infiamma da anni le platee con discorsi di potenza, elimina i suoi avversari ed ha già invaso territori confinanti come la Cecenia, anche se per combattere il terrorismo, e nel 2014 la Crimea. Fino ad ora nulla è stato fatto per fermarlo ed è naturale che egli, sistemate le dissidenze interne e quelle confinanti, dopo essersi assicurato una sostanziale neutralità della Cina, si occupi dei confini europei ove tutti i territori dell’ex Repubblica Sovietica sono coperti dall’ombrello NATO tranne l’Ucraina ed allora è logico che egli abbia iniziato proprio da questa. Dopo qualche titubanza la UE ha deciso di contrastarlo ed ha scelto l’opzione della guerra finanziaria. Chi scrive non è un economista, ma è intuibile che il congelamento di importanti fondi, l’esclusione delle banche russe, il rifiuto di vendere materie prime o prodotti finiti oppure il respingimento alla frontiera dei prodotti russi crei un reflusso che potrebbe provocare seri problemi all’economia russa. In questo momento è quasi unanime l’appoggio dell’opinione pubblica, ma cavalchiamo un’ondata emotiva; quando gli ucraini saranno battuti (perché lo saranno) e gli echi della guerra si saranno spenti, dovremo confrontarci con una realtà non piacevole. Le sanzioni adottate non creeranno alla Russia gravi scompensi sul breve, ma sul medio e lungo termine è possibile che le conseguenze siano serie e devastanti e se oggi prevale la gioiosa idea di tenere duro fino a che la Russia non si piegherà, ben pochi realizzano i sacrifici che questa guerra finanziaria comporta. Stiamo anche solo nel piccolo; la Russia è uno dei grandi (forse il maggiore) produttori di mais che è fondamentale per l’allevamento del bestiame. L’interruzione della fornitura creerà problemi ai nostri allevatori, aumenterà i prezzi finali e darà una spinta all’inflazione.

Moltiplichiamo questo effetto per tutti i settori che dovranno rallentare il loro ciclo naturale ed avremo un quadro di impoverimento generale e non manca neppure il paradosso: Putin ci vende un’aliquota importante di gas, così importante che non possiamo permetterci di interrompere la fornitura e, poiché è in difficoltà per via delle sanzioni, sta aumentando i prezzi del gas per pagare i costi di guerra ed ognuno potrà fare i relativi calcoli sulla prossima bolletta. La globalizzazione è un grande vantaggio per l’umanità, ma per un’umanità in pace; con la guerra la globalizzazione diventa una trappola ed ora ci siamo dentro. Quando l’opinione pubblica inizierà a dolersi delle difficoltà e disagi, che sicuramente dovremo affrontare, il rischio sarà di confrontarci con una classe politica debole che potrebbe ridurre o annullare le sanzioni per meri calcoli elettorali. Sarebbe un grave errore perché perdere con Putin la guerra finanziaria lascia una sola opzione; quando la Russia reclamerà nuovi territori in Europa, sarà inevitabile uno scontro armato. Possiamo solo augurarci che non emerga un nuovo Chamberlain, non importa se europeo o italiano; il prezzo di una pace, ottenuta perdendo la guerra finanziaria, potrebbe essere il portone di ingresso di uno scenario terribile.

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