Un libro per voi: "Perché la democrazia ha bisogno della religione"
a cura di Gian Paolo Masone

Il saggio di Hartmut Rosa, racchiuso in centotrenta dense pagine – di cui le prime trenta impreziosite dalla puntuale presentazione di Mauro Magatti –, si inserisce in una lunga e complessa tradizione di pensiero che merita di essere delineata per comprenderne appieno la portata.[1] La traiettoria intellettuale è quella della Scuola di Francoforte, che prende avvio negli anni Trenta quando Max Horkheimer assume la direzione dell’Istituto per la Ricerca Sociale. Fin dagli esordi, il fondatore e gli autorevoli studiosi che lo affiancarono (tra cui Erich Fromm, Theodor W. Adorno, Walter Benjamin e Herbert Marcuse) si trovarono al cospetto di un’Europa che, pur possedendo in teoria le premesse per un'emancipazione proletaria, vedeva drammaticamente consolidarsi opzioni autoritarie e totalitarie. Avvertendo la tragicità e l'apparente inesplicabilità del momento storico, la Scuola cercò di aggiornare le categorie marxiane, ormai rivelatesi inadeguate, per decifrare la realtà attraverso un approccio multidisciplinare che fondeva teoria critica, economia, sociologia e psicanalisi.
Da Habermas a Honneth
Quel primo gruppo di pensatori fu presto segnato dalla persecuzione razziale, dall’esperienza devastante del conflitto mondiale e dal volontario esilio negli Stati Uniti; un trasferimento che, per molti versi, ampliò l’orizzonte dei loro interessi, spingendoli a indagare la neonata società dei consumi, le dinamiche dell’industria culturale e l'alienazione dell'individuo. Nei decenni successivi, a partire dagli anni Sessanta e Settanta, il testimone della Scuola passò a Jürgen Habermas, il quale spostò l’asse della riflessione sul ruolo dell'agire comunicativo e sull'importanza dello spazio pubblico nelle società moderne. In una terza fase, emersa negli anni Novanta, Axel Honneth si è imposto come il rappresentante più autorevole della nuova generazione francofortese, focalizzando i propri studi sulla categoria del riconoscimento come precondizione morale e politica necessaria per la partecipazione degli individui alla vita sociale con piena dignità.
Va peraltro evidenziato che, nel corso dei decenni, tra i teorici francofortesi e il mondo cattolico si è sviluppata una feconda e reciproca attenzione. Tale dialogo si è concretizzato sia nell'assunzione da parte della Chiesa di alcune categorie interpretative – specialmente di derivazione adorniana, rintracciabili persino in diverse encicliche del magistero pontificio recente –, sia in incontri di altissimo profilo, come il celebre confronto intellettuale tra Joseph Ratzinger e lo stesso Habermas. Tutto ciò, naturalmente, nel pieno rispetto dei ruoli, senza alcuna confusione tra orizzonti radicalmente diversi per natura e fini. Oggi, la Scuola di Francoforte è approdata alla sua quarta fase, di cui Hartmut Rosa (insieme a studiosi come Rahel Jaeggi e Stephan Lessenich) è l'esponente di spicco. In questo libro Rosa, agganciandosi alla tradizione appena ricordata, sembra ricambiare l’attenzione della Chiesa.
L'indicazione di una "via di salvezza"
La società contemporanea, nella diagnosi di Rosa, non è caratterizzata semplicemente dalla velocità, ma da una accelerazione costante che ci costringe a vivere in un regime di stabilizzazione dinamica. Viviamo in un tempo in cui, paradossalmente, anche solo per mantenere inalterati i livelli di welfare e le posizioni acquisite, si è condannati a un perenne e logorante adeguamento agli inani ritmi dell’efficienza e della competitività. Questa pressione sistemica “sollecitata più dalla paura che dalla avidità” investe la dimensione tecnica, sociale e individuale, con ricadute pesantissime sulla vita delle persone, sempre più esposte al burnout (pag.68) e, beffardamente, alla concreta possibilità di trovarsi inermi di fronte al riemergere di proto-flagelli (pag.74), quali la guerra e le pandemie.
Eppure, Rosa non si limita a diagnosticare puntigliosamente le patologie della società accelerata – individuata come il terreno di coltura di un'aggressività e di una sordità sistemica incompatibili (pag. 84) con il pacato confronto richiesto dalla vita democratica –, ma indica una via di salvezza teorica ed esistenziale: la necessità di instaurare relazioni di risonanza. Fare risonanza significa riuscire a far tornare significativi, per sé e per la comunità, il mondo, la natura e gli altri esseri umani. Tuttavia, come l'autore avverte, la risonanza non può essere forzata o strumentalizzata; non è un’ennesima performance da sommare alle tante già imposte dal sistema e neppure un’abilità segreta che deve essere appresa (pag.96), perché presuppone un radicale mutamento nella nostra disposizione d'animo. Esige l'abbandono della modalità aggressiva e appropriativa tipica della tarda modernità per sospendere, almeno temporaneamente, la logica utilitaristica del "che cosa ci guadagno?".
È a questo punto che si arriva al vero e proprio baricentro dell'opera: Rosa, per spiegare come si possa imparare nuovamente a "risuonare", individua un paradigma d'elezione proprio nelle religioni. Dopo aver ricordato la natura della risonanza come fenomeno che sfugge al nostro controllo strumentale (la cosiddetta indisponibilità), il sociologo tedesco sostiene che la religione custodisce l'antidoto fondamentale al "mutismo" del mondo.
Un cuore capace di ascoltare
Nella visione di Rosa, il dramma dell'uomo contemporaneo è l'alienazione, ossia la sensazione di vivere in un cosmo freddo, governato da forze cieche e sordo alle nostre invocazioni. La religione, al contrario, offre la promessa originaria che alla radice dell'universo vi sia una "risposta", un'entità in grado di ascoltarci. Come sottolinea icasticamente nel testo richiamando la figura biblica di Salomone, l'atteggiamento fondamentale del credente è quello di un «cuore capace di ascoltare» (pag.85). Salomone non chiede a Dio ricchezze o potere, ma un cuore in grado di porsi in ascolto della realtà e del popolo; questa postura è l'essenza stessa della risonanza.
Rosa sviluppa questo nesso spiegando che le liturgie, i riti e le preghiere sono, di fatto, delle oasi di risonanza istituzionalizzate in cui passiamo da una modalità agente a una modalità paziente. Quando si entra in uno spazio sacro o si partecipa a un rito, la logica dell'efficienza e dell'ottimizzazione viene bruscamente interrotta. La preghiera ci insegna a metterci in sintonia con l'Altro non per dominarlo o per trarne un vantaggio calcolabile, ma per accoglierne la voce. L'autore precisa che l'asse verticale della risonanza – il rapporto con il trascendente – si riflette inevitabilmente sugli assi orizzontali, ossia sulle nostre relazioni sociali e politiche.
Ecco, dunque, perché la democrazia ha bisogno della religione: una società democratica non può sopravvivere se i suoi cittadini non sono più in grado di ascoltarsi a vicenda, se sono dominati solo dalla rabbia e dall'ansia di accumulazione tipiche della modernità accelerata. La religione, mantenendo viva la promessa di un universo che "risponde" e allenando quotidianamente le persone alla postura del cuore in ascolto, fornisce alla democrazia quell'humus relazionale e quella capacità di risonanza senza i quali le istituzioni politiche si inaridirebbero, trasformandosi in meri apparati burocratici privi di vitalità.
Note
[1]IHartmut Rosa, Perché la democrazia ha bisogno della religione, Il Mulino, pp 130











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