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Storia d’autunno: una moto Guzzi, vino e tanta fantasia

9 ore fa
Tempo di lettura: 4 min

di Marco Travaglini


L’estate aveva lasciato, senza grandi rimpianti, il passo all'autunno. Grandi nuvole nere s'addensavano sulla vetta del Mottarone, spartiacque tra i due laghi, Maggiore e Orta. Segno che il temporale stava per scatenarsi. L'aria si fece elettrica. Il Remolazzi stava tagliando il fieno nel suo prato e, guardando il cielo che si faceva sempre più scuro, prese a raccogliere quant'aveva sfalciato per evitare che la pioggia imminente lo facesse marcire. Tra sé e sé disse: “Ah, quand al Mutaron  ga sù al capèl, mòla la rànza e ciàpa 'l restèl”. E diede voce anche al Bartolo che stava riposandosi appoggiato di schiena al tronco di un melo. “Oh, Sacrebleu”, fece quest'ultimo, stirandosi. “Ho durmì cum'en sciuch. Colpa della frittata con le cipolle che è come una droga: mi piace ma mi fa un peso sullo stomaco che chiama l'obbligo di un riposino”.

Guardò il cielo e borbottò anche lui: “Sècunda mì, Remulazz, a l'è un tempural varesott: poca acqua e tant casott”. Che, tradotto, significava tanto rumore per nulla. Comunque, per non saper leggere e scrivere, si mise anch'esso di buzzo buono a rastrellare il fieno per poi raccoglierlo nel covone che avrebbero coperto con una cerata. Ma più che dal cielo e dal temporale, il rumore più forte veniva dalla strada che saliva verso Loita e Campino, le prime due frazioni di Stresa. Stava passando una moto Guzzi guidata dal proprietario, l'Arturo Brilli, che sembrava un aeroplano quando rulla sulla pista prima del decollo. “Guarda là l'Arturo. A lè pasà con la sua moto tarucàda che la fa un gran fracass. Par mi agh’manca na qual rudela dent' la crapa. Al va sempar in gir vestì culurà in rùss e in negar cuma i calzòn di carabinier e po' al canta a squarciagola i canzòn da usteria. Gh'è pü d'religiòn. In diventà tucc matt”.


Ovidio Remolazzi, in pensione dopo quasi quarant'anni passati in fabbrica a Baveno, precisamente alla Schelling di Oltrefiume, era fatto all'antica. Scuoteva la testona per mostrare tutto il disappunto per le abitudini di quel ragazzaccio che non aveva nessuna voglia di lavorare e, ormai alla soglia dei quarant'anni, era sempre più bauscia e non riusciva a smettere di essere quel che era: un pelabròcch, un poveraccio. Da una settimana i suoi vecchi genitori erano andati al mare con il viaggio organizzato dal curato per i pensionati della parrocchia e lui se la spassava, avanti e indietro, a zonzo. “È proprio vero il proverbio: vià 'l gàt 'l bàla 'l ràt. Eh,sì. E quel topo lì, in assenza dei suoi che lo frenano un po', si scatena a ballare giorno e notte”.

Il Remolazzi, appena mi vide attaccò bottone anche con me. “Ma l'ha visto l'Arturo, che canaglia? Pensi che ieri sera dava del tu al prevosto di Carciano come se fossero vecchi amici. Io glielo avevo detto al don Luigi di non dargli troppa confidenza. Eh sì, che glielo avevo detto. La tròpa cunfidensa la fa pèrda la réverènsa. Ha capito,no? Troppa confidenza fa perdere il rispetto. Ma lui, uomo di chiesa sempre in giro a cercar di salvare anime, niente. Mi ha risposto di aver pazienza, di aver fiducia che il “ragazzo, crescendo, capirà come comportarsi”. Ha capito? Deve ancora crescere, quella ligiera del Brilli. Roba da matti”.

A dire il vero era difficile dargli torto ma, cosa volete mai, se non erano riusciti i suoi genitori a raddrizzarlo da piccolo, figurarsi ora che aveva passato i quaranta e aveva la testa più matta che mai. Tra l'altro aveva il vizio di bere. Era uno di quelli che per far in fretta a tracannare stanno sempre con la bottiglia “senza buscion”, senza tappo. Pensate che una volta si era preso una sbornia tale che scambiò la barca a remi di suo padre per un motoscafo e gridò a tutti che gli avevano rubato il motore. Andò persino in commissariato a sporgere denuncia, picchiando pugni sul tavolo e urlando come una bestia, tanto che al povero maresciallo Valenti e al suo fido aiutante, il brigadiere Alfio Birilli, non restò altra soluzione che sbatterlo in gattabuia per qualche ora, finché si diradassero i fumi dell'alcool.

Visto che nei circoli, bar e osterie di Baveno e dintorni si guardavano bene dal dargli da bere perché esagerava e dava in escandescenze, pigliava il treno o il battello e se ne andava a fare bisboccia ad Arona piuttosto che a Luino, a Cannobio come a Porto Valtravaglia. A chi cercava di moderarlo, come ho fatto anch'io varie volte, rispondeva che "Quand la set la ghè , la gamba la tira 'l pè". Che, tradotto alla buona, suonava più o meno così: quando c'è la sete, la gamba tira il piede. Un modo per dire che, pur di soddisfare il proprio bisogno, non contava la distanza. Il maresciallo Valenti era stato testimone di un altro episodio. Un sabato sera, mentre era di turno nel fare i controlli sul rettilineo che porta da Feriolo a Gravellona Toce, più o meno all'altezza della seicentesca chiesa della Madonna della Scarpia, si vide passare davanti il motocarro di Giovanni Melampo con a  fianco dell'autista il Quintino e l'Arturo.

Cosa c'è di strano? direte voi. Altroché strano. Non avendo più il vetro anteriore, andato in frantumi tempo prima, il motocarro non avrebbe potuto circolare. A Giovanni gli si era crepato tutto l’inverno scorso per colpa del gelo. E, pur essendo quasi passato un anno, non l'aveva ancora sostituito. Andava in giro così, faccia al vento, evitando soltanto – almeno questo – i giorni di pioggia. Quella volta, appena videro la gazzella dell'Arma sul ciglio della strada, imprecarono alla sfortuna. L'Arturo voleva scendere al volo e scappare nel piano grande, Giovanni fare una inversione a “u” e tornare indietro per passare da Fondotoce e da lì prendere la bretella verso Feriolo.

Fu il Quintino ad avere, invece, la brillante idea: fingere che il vetro era al suo posto, integro. E come? Con il più semplice degli accorgimenti: facendo finta di pulirlo con un fazzoletto. Così passarono, con noncuranza, davanti agli attoniti carabinieri. Mentre Giovanni guidava e l'Arturo fingeva sicurezza, fischiettando il ritmo di una polka, Quintino “puliva” il vetro inesistente con un grande fazzoletto bianco. Il maresciallo Valenti, a bocca aperta, se li vide passare davanti al naso con il fazzoletto svolazzante e i capelli scompigliati dal vento. Quasi sembrava che l'avessero fatto apposta, con quel candido fazzoletto che, agitato in aria, sembrava voler fare marameo ai tutori dell'ordine.

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