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Punture di spillo Pianificazione morta e sepolta? Forse no


a cura di Pietro Terna



“In ordine alla produzione in uno Stato collettivista vi sono due quistioni affatto diverse l'una dall'altra. Una è: sarà utile che alcuni capitali diventino di proprietà collettiva e che la produzione sia socializzata? La seconda è quest'altra: come, in regime collettivista, la produzione dev'essere ordinata? Si può discutere il secondo quesito all'infuori di qualsiasi giudizio che si voglia dare sul primo. È appunto uno studio sul secondo quesito, che mi propongo di fare, ponendo il problema nella forma più precisa che mi sarà possibile”.


Chi ha scritto queste parole e soprattutto quando? Se non si fa attenzione a “quistioni” invece di questioni, non è immediato rendersi conto che il testo[1]è del 1908, ben prima dell’arrivo al potere di un partito marxista. L’autore è l’economista italiano Enrico Barone, il meno citato dei tre grandi studiosi che hanno insegnato a Losanna: Léon Walras, Vilfredo Pareto e, appunto, Barone.


Ne scrivo perché un recente articolo[2]comparso su Le Monde rilancia la riflessione su un tema, la pianificazione in economia, che sembrava morto e sepolto, come appunto recita il titolo online del pezzo. L’autore, collaboratore del giornale e saggista, ricorda che, a partire dalla grande stagione ottocentesca della matematizzazione dell’economia, gli economisti si sono sforzati, attraverso calcoli sempre più sofisticati, di scoprire l'equilibrio generale ottimale in grado di garantire il funzionamento dell'economia senza crisi.

Nel farlo, si sono divisi grosso modo in due campi: per alcuni, questa scienza, che accumula e modella dati, permette di ridurre le incertezze e le carenze informative affinché i mercati possano funzionare al meglio; per altri, deve consentire ai responsabili dell'interesse pubblico di regolare l'attività economica e di indirizzarla verso obiettivi di ricchezza, benessere e potere economico nazionale. Quest’ultimo, come obiettivo, è molto francese e anche realistico per loro. Si pensi solo alla differenza tra Italia e Francia rispetto a Stellantis, con la Francia che detiene una quota significativa della società e noi che chiediamo incontri per cercare di sapere che cosa sta accadendo e quali saranno i programmi.

La circostanza più favorevole alla pianificazione[3]si manifestò in Unione Sovietica nell’ottobre del 1961. “Appena in tempo per l'apertura del XXII Congresso del Partito Comunista, il Consiglio per la Cibernetica dell’Accademia delle Scienze sovietica pubblicò un volume dal titolo “La cibernetica al servizio del comunismo”. Il libro illustrava i grandi vantaggi potenziali dell'applicazione dei computer e dei modelli cibernetici in un'ampia gamma di campi, dalla biologia e dalla medicina al controllo della produzione, ai trasporti e all'economia. In particolare, l'intera economia sovietica era interpretata come «un complesso sistema cibernetico, che incorpora una quantità enorme di anelli di controllo interconnessi». I cibernetici sovietici proposero di ottimizzare il funzionamento di quel sistema creando un gran numero di centri informatici regionali per raccogliere, elaborare e ridistribuire i dati economici per una pianificazione e una gestione efficienti. Collegare tutti quei centri in una rete nazionale avrebbe portato alla creazione di «un unico sistema automatizzato di controllo dell'economia nazionale»”.


Negli Stati Uniti quella pubblicazione e quel progetto furono presi molto sul serio e la traduzione in inglese[4], a opera del Department of Commerce, fu resa disponibile nel 1962. A.I Berg, che presentò quel rapporto, era un personaggio[5]molto influente, nell’accademia e nell’esercito. Eppure tutto fallì, più per lotte di potere che per la carenza di computer, già presenti all’inizio degli anni ’60.

In un secondo articolo, Enrico Barone, sempre nel 1908, scriveva[6]che “La determinazione dei coefficienti economicamente più vantaggiosi non si può fare che in via sperimentale: e non in piccola scala, come si farebbe in un laboratorio; ma con esperimenti su vastissima scala, perché spesso il vantaggio della variazione ha la sua origine appunto in una nuova, più grande dimensione dell'impresa; esperimenti che potranno riuscire favorevoli, nel senso che si constati condurre quel certo organamento ad un costo più basso, od anche non favorevoli, per il che convenga che quell'organamento non sia copiato e ripetuto e ad esso si preferiscano altri, che sperimentalmente hanno dato miglior risultato”. Un processo sperimentale, per realizzare la pianificazione produttiva senza il mercato, che si avvicina in modo straordinario, nonostante il linguaggio usato sia di oltre 110 anni fa, al machine learninge alle simulazioni che certamente sorreggono le scelte dei grandi mercanti del web, Amazon per primo.

Il bisnonno protettivo di ogni economista italiano, Luigi Einaudi, scriveva[7]nel 1956, che “Tutti, salvo gli imprevidenti e gli innocenti, fanno piani” e di piani avremmo molto bisogno, dai problemi dell’ambiente a quelli della povertà e delle disuguaglianze.


L’articolo di Le Monde termina proprio con il collegamento tra le esigenze di guida dell’economia e il potere dei dati, che non è in mani pubbliche, con una pianificazione possibile che non è guidata dai cittadini con le loro scelte politiche. È indispensabile allora un vero “concerto politico” sovranazionale per la pianificazione. L’immagine del concerto porta a un esempio: immaginiamo di ascoltare[8]il Bolero di Ravel, con la sua cellula melodica che via via si arricchisce di strumenti. Una metafora della società sempre più complessa. Chi esegue quel pezzo ha la volontà di giungere al grande risultato del “tutti”.Usiamolo come metafora di ciò che vogliamo.

[1]Inizio in: Il ministro della produzione nello stato collettivista. Giornale degli Economisti, 37 (Anno 19):267–293, 1908, http://www.jstor.org/stable/23222736 [2]Une petite histoire de la planification, di Antoine Reverchon, 2 luglio 2022, p. 26-27; online come Petite histoire de la planification, ce concept qu’on croyait mort et enterré. [3]Gerovitch, S. (2008). InterNyet: why the Soviet Union did not build a nationwide computer network. History and Technology, 24(4), pp. 335–350. http://web.mit.edu/slava/homepage/articles/Gerovitch-InterNyet.pdf [4]Berg, A.I. (ed.) (1961). Cybernetics at the service of communism – USSR. Alcuni capitoli sono online a opera dell’autore di questo articolo, vedere https://terna.to.it/CybCom/ [5]https://en.topwar.ru/187218-berg.html [6]Punto 57 in: Il ministro della produzione nello stato collettivista (continuazione). Giornale degli Economisti, 37 (Anno 19):391–414, 1908, http://www.jstor.org/stable/23221778 [7]https://www.luigieinaudi.it/doc/di-ezio-vanoni-e-del-suo-piano/ [8]Suggerisco “Le Boléro de Ravel par l'Orchestre national de Franceen confinement”dove il risultato arriva nonostante la grande difficoltà dell’esecuzione in quel momento della pandemia, https://www.youtube.com/watch?v=Sj4pE_bgRQI

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