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Omicron, falsi miti e vere speranze

di Giuseppina Viberti e Germana Zollesi |

Dai giornali e dai vari media la popolazione mondiale ha appreso che in Sudafrica è stata identificata una nuova variante (B.1.1.529 denominata dall’OMS Omicron) del virus Sars Cov2 che desta preoccupazione in quanto non si dispongono ancora di sufficienti informazioni sul suo impatto in termini di contagiosità, efficacia delle terapie e dei vaccini, mentre la popolazione, stremata da due anni di pandemia, vorrebbe risposte immediate e attendibili. Il pericolo che arriva da lontano

La nuova variante ha nel genoma molte mutazioni della proteina Spike che, in teoria, potrebbero aumentarne la trasmissibilità e la capacità di eludere gli anticorpi; il sequenziamento è stato effettuato in Sudafrica dal National Institute for Communicable Diseases (NICD) da campioni raccolti tra il 14 e il 23 novembre 2021 nella regione del Guateng rilevando una frequenza molto elevata di questa mutazione. Come già più volte sottolineato in precedenti articoli, il virus muta continuamente al fine di adattarsi all’ambiente per poter sopravvivere: realtà tanto preoccupante, quanto ineluttabile. Ma ogni realtà si può (in questo caso si deve) rapidamente analizzare per poter apportare le possibili contromisure: primo elemento da considerare la frequenza delle mutazioni nei Paesi dove la vaccinazione è molto scarsa (in Africa circa il 7% della popolazione è vaccinata). Vivendo in un villaggio globale, è inevitabile che queste si diffondano nel resto del mondo. Due Paesi civilissimi come Francia e Gran Bretagna non riescono a gestire i flussi ai loro confini, nonostante siano divisi dal Canale della Manica, ma ci illudiamo che questo possa avvenire nel resto del Mondo. La disorganizzazione, “virus” altrettanto potente quanto Covid-19

Naturalmente, il primo intervento di protezione per l’Europa, Israele e Giappone, è stato quello di bloccare i voli dai paesi africani più coinvolti (Sudafrica, Lesotho, Botswana, Zimbabwe, Mozambico, Namibia, eSwatini, Malawi) senza pensare che erano già rientrati nei giorni scorsi da più parti di questo variegato Continente (e con diversi mezzi, non tutti tracciabili) numerosi cittadini che possono aver contratto l’infezione mutata, essere venuti in contatto con altri passeggeri e con i propri parenti. In sintesi: a loro insaputa, ora sono gli “untori” di questa nuova fase pandemica. Molti scienziati e politici “illuminati”, ripetono quasi con ossessione, che è necessario vaccinare rapidamente tutto il mondo, ma i Paesi ricchi dell’O.C.S.E. non riescono a superare i propri egoismi nazionali e non cercano una soluzione globale a questo problema che si fa sempre più drammatico. Nonostante gli sforzi, l’O.M.S. non è attualmente in grado di esprimere una politica sanitaria globale (l’unica in grado di contrastare un virus globale) e fatica ancora ad esercitare un ruolo di coordinamento tra le varie e disordinate iniziative per un programma di vaccinazioni diffuso. Per difendere noi stessi dobbiamo difendere le popolazioni più povere che non riescono ad accedere al vaccino e ad altri farmaci essenziali con le condizioni attualmente in essere. Attenzione alle facili degenerazioni

Seppur ancor frammentate e non esaustive, le prime informazioni (vere o presunte) sull’Omicron hanno già scatenato un allarmismo incontrollato che ha coinvolto i freddi giocatori delle Borse e hanno fornito legna al fuoco dei “no vax”. Alcune autorità politico-istituzionali, per convincere le persone alla vaccinazione a fine 2020 hanno proclamato (imprudentemente), senza attendere i risultati della scienza, che “la vaccinazione avrebbe bloccato l’infezione” senza spiegare chiaramente che il vaccino riduce sicuramente in modo significativo l’ospedalizzazione e la mortalità (queste informazioni dovrebbero convincere le persone, ma non è così) ma non può azzerare totalmente il contagio; solo l’unione del vaccino con l’uso delle mascherine e l’assenza di assembramenti può ridurre la possibilità di ammalarsi. Oggi con l’opportunità di vaccinare anche i bambini dai 5 agli 11 anni si potrà effettuare un ulteriore passo in avanti, ma la sfiducia nella scienza e nella politica e i messaggi contrastanti che arrivano rischiano di creare ancora più resistenze nella popolazione. La scienza, di fronte alle nuove malattie procede a piccoli passi (o più esattamente, impiegando il tempo necessario senza lasciarsi fuorviare dalle pressioni demagogiche), a mano a mano che accrescono le informazioni e i dati. Solo allora si può efficacemente modificare l’approccio alla diagnosi e alla terapia: la medicina non fa miracoli e non è in grado di offrire immediatamente una risposta unica e inconfutabile valida per sempre, ma si impegna ogni giorno per realizzarla. La vera speranza è che le persone seguano con perseveranza le norme igieniche e si apprestino con fiducia alla terza dose per difendere se stessi e gli altri e che i governi del “mondo ricco” trovino rapidamente la strada per poter vaccinare i cittadini dei Paesi più poveri che da soli non riusciranno mai a risolvere questo problema in un senso di solidarietà mondiale che il Papa, nella sua saggezza nell’interpretare la nostra società (così come tanti altri leader mondiali) continua ad enunciare, anche se purtroppo le sue esortazioni rimangono inascoltate. Etica, scienze mediche e ragioni politico-economiche si muovano tutte nella stessa direzione: fornire una risposta planetaria, prima che sia troppo tardi.

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