La Stanza del pensiero Critico. La pace a tutela del quotidiano
Al fondo degli allarmi sull'IA e sui pericoli del biologia manipolata
di Savino Pezzotta

Non sono un ingenuo. Non appartengo alla schiera di quelli che si entusiasmano per l’Intelligenza Artificiale come se fosse una nuova divinità tecnologica, né a quella di chi la demonizza come se fosse un demone digitale pronto a divorare la civiltà. Vedo con chiarezza i rischi che l’IA porta dentro di sé: la sorveglianza automatizzata, la manipolazione del discorso pubblico, la trasformazione del cittadino in dato, la possibilità di rendere la società più efficiente e meno libera. Ma ciò che mi stupisce, quasi mi disorienta, è la sproporzione del dibattito: un’ossessione totale per l’IA e un silenzio quasi imbarazzante sulle biotecnologie, che non minacciano solo in chiave bellica, ma colpiscono la vita civile, la quotidianità, la carne delle persone. È come se guardassimo il futuro attraverso un buco della serratura, ignorando la porta spalancata.
La biologia manipolata non è un software: si replica, muta, attraversa corpi e confini. Non ha bisogno di un server, non ha bisogno di elettricità, non ha bisogno di un operatore. La biologia vive, cresce, si diffonde. E quando si diffonde, non distingue tra civili e militari, tra ricchi e poveri, tra Paesi sviluppati e periferie del mondo. Il rischio biologico è civile, quotidiano, capillare. Non serve la guerra: basta un incidente, una negligenza, una deregulation. Basta un laboratorio che non rispetta le procedure, un’azienda che taglia sui controlli, un vettore virale che sfugge, un microrganismo che muta. La biotecnologia civile è già ovunque: nelle filiere alimentari, nelle acque, negli allevamenti, nelle colture, negli ospedali. Ogni errore può diventare un problema pubblico. Ogni fuga può diventare un’emergenza sanitaria. Ogni mutazione può diventare un rischio sistemico.
Eppure, nel dibattito pubblico, la biologia sembra non esistere. Parliamo di IA come se fosse l’unica minaccia, come se il futuro dell’umano dipendesse esclusivamente da algoritmi che generano testi, immagini, decisioni. Ma la biologia è più antica, più potente, più autonoma. La biologia non si spegne. Non si disinstalla. Non si chiude in una scatola. La biologia non è un modello linguistico: è materia vivente. E la materia vivente, quando viene manipolata senza una cornice civile forte, diventa un rischio che nessun algoritmo può eguagliare.
Il rischio civile dell’IA è diverso: non colpisce il corpo, colpisce le strutture. L’IA può trasformare la vita civile in un sistema di sorveglianza permanente, può automatizzare decisioni amministrative, può discriminare, può amplificare disuguaglianze, può sostituire il giudizio umano con un algoritmo opaco. Può rendere la società più veloce e meno giusta. Può trasformare il cittadino in un profilo statistico, il lavoratore in un punteggio, lo studente in una previsione, il paziente in una priorità calcolata. L’IA non uccide, ma può disumanizzare. Può erodere lentamente la capacità della società di riconoscere l’umano come fine e non come mezzo.
La biologia, invece, può devastare la vita civile attraverso la materia. Può colpire i corpi, le famiglie, le comunità. Può interrompere filiere alimentari, può contaminare acque, può distruggere ecosistemi. Può generare crisi che non si risolvono con un aggiornamento software. La biologia è concreta, fisica, corporea. E quando viene manipolata senza una governance civile forte, diventa una minaccia che non si limita a distorcere la società: la attraversa, la infetta, la destabilizza.
Sono rischi diversi, ma hanno la stessa radice: la trasformazione della tecnica in strumento di potere. La riduzione dell’umano a variabile. La tentazione di governare la società attraverso dispositivi che non rispondono alla comunità ma agli apparati. Il problema non è la tecnologia: è la cultura che la circonda, la logica che la orienta, l’uso che ne fanno gli Stati e le industrie. È la convinzione che ogni innovazione debba essere militarizzata, ottimizzata, sfruttata. È l’idea che la vita sia una risorsa e non un bene comune.
Se vogliamo difendere l’umano, dobbiamo riportare la biologia e l’IA dentro una cornice civile, democratica, cooperativa. Dobbiamo togliere la biologia dalle mani degli apparati e restituirla agli spazi comuni: scuole, ospedali, comunità. Dobbiamo impedire che l’IA diventi un’infrastruttura di controllo. Dobbiamo costruire società capaci di proteggere senza sospettare, di cooperare senza militarizzare.
La pace non è solo assenza di guerra: è protezione della vita quotidiana, dei corpi, dei diritti, delle relazioni. La pace è la tecnologia civile più avanzata che abbiamo. E oggi è più urgente delle biotecnologie e dell’IA messe insieme.











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