La rottura con una società stagnante: il '68 non è stato solo rumore e assemblearismo
Gli effetti positivi dal basso sulla scuola italiana
di Maria Luisa Coppo

Mi ha molto colpito dell'ultimo articolo di Marcello Croce questa analisi, che cito testualmente. "Il secondo punto fa riferimento alla crisi di senso della nostra scuola, a partire dagli anni Settanta del Novecento, quando Sessantotto e Consumismo ne corrosero i fondamenti (o valori) “risorgimentali” (Dio, patria, famiglia)."
Come insegnante per più di 40 anni nella scuola statale e come allieva negli anni '60 e '70, ci terrei a sottolineare alcuni aspetti che mi lasciano molto perplessa. Innanzitutto rivendico la grande trasformazione avvenuta grazie a un movimento dal basso, degli studenti e degli operai, ricordato come il Sessantotto. Movimento che contestava appunto il consumismo, per cui non mi sembra corretto citarli insieme.
Il Sessantotto fu un movimento che, ovviamente, ebbe esagerazioni, derive, contraddizioni, ma portò alla chiusura dei manicomi-lager e a una più profonda concezione della salute mentale. Portò ad un rinnovamento della giurisprudenza, in particolare minorile, superando gli istituti di correzione, vere e proprie scuole di delinquenza, grazie a strumenti quali la costruzione e il coinvolgimento di reti istituzionali e di volontariato per il sostegno dei ragazzi a rischio marginalità. Cito a questo proposito il dott. Vercellone, presidente all'epoca del Tribunale dei Minori, che ho conosciuto come tirocinante all'Istituto Buon Pastore, dove si stavano sperimentando gruppi famiglia e dove le ragazze erano accompagnate all'autonomia e alla costruzione di un futuro.
Ancora. Come dimenticare il Concilio Vaticano II, che fece riscoprire e attuare i valori evangelici. E i movimenti per la pace, per la non violenza, antimilitaristi. Senza dimenticare personaggi che ancora oggi sono fonti di ispirazione, quali don Milani, Aldo Capitini e, nell'ambito della scuola primaria, Mario Lodi, Gianni Rodari...
Nelle scuole di periferia, a Torino e in altre città, scelsero di lavorare insegnanti motivati e preparati, che seppero coinvolgere famiglie e allievi in una scuola attiva, con laboratori, teatro, visite sul territorio. Insegnanti che si ispiravano a Dewey, Karplus, Freinet, Cousinet, Piaget. Insegnanti che preparavano cooperativamente il piano delle attività, confrontandosi e mettendo in comune competenze ed esperienze. Insegnanti che valorizzavano la creatività e stimolavano lo spirito critico.
Cito il linguista Tullio De Mauro che, a differenza della linguistica tradizionale o purista, che stabilisce le regole dall'alto in base a modelli letterari del passato, De Mauro rimette al centro la comunità vivente dei parlanti come vera arbitra e artefice della lingua. La centralità del bambino significa dare spazio alla mente, al corpo, ai sentimenti e alle emozioni dei bambini. Ripropongo un mio commento relativo all'ultimo decreto legge sulla scuola. In realtà, il tetto del 30% è un obbligo che vige dal 2010, quando una circolare dell’allora ministra dell’Istruzione Mariastella Gelmini aveva imposto lo stesso limite.
La posizione dei presidi è la stessa: «Negli istituti comprensivi è impossibile rispettare una legge del genere – osserva Mario Battiato, dirigente scolastico del “Gandhi” di Prato –. Come posso rifiutare l’iscrizione di un bambino e spedirlo all’altro capo della città?». Una soluzione c'è. Rendere attrattive le scuole di periferia con laboratori, risorse per organizzare gruppi di allievi, materiale scolastico, aule e attrezzature decenti. Quando ho iniziato ad insegnare nella grande città del nord "invasa" da centinaia di migliaia di immigrati dal Sud, avevo scelto una scuola di periferia (Nino Costa a Torino) dove un gruppo di insegnanti aveva organizzato il tempo pieno con tante attività e laboratori. Insieme ai figli dei lavoratori immigrati e anche di qualche detenuto nelle carceri, avevamo figli di avvocati, primari, docenti universitari, provenienti dal centro, entusiasti e collaborativi in una scuola dove gli insegnanti dedicavano energie, competenze, tempo per coinvolgere i bambini nelle attività scolastiche.
Morale: non è sufficiente una legge scritta, bisogna organizzare risorse, aggiornamento degli insegnanti, strutture edilizie adeguate.











Commenti