Democrazia ed epoca totalitaria nel mondo delle macchine
di Marcello Croce

In questo ultimo ventennio si sta consumando l’epoca della storia che il filosofo Emanuele Kant inaugurò due secoli fa, quando rispose al quesito posto da una rivista culturale tedesca: «Che cos’è l’Illuminismo?». Era il 1784. Kant definì l’Illuminismo come «l’uscita dell’uomo da uno stato di minorità che è da imputare a lui stesso».[1]
Questa risposta, idealmente, è all’origine di tutti i movimenti politici e sociali che sommossero i due secoli successivi, o, per meglio dire, di quel succedersi di categorie e di paradigmi politici, che dopo la seconda guerra mondiale finirono anche in Europa con l’assumere il nome di democrazia.
Che relazione c’è, tra il giudizio kantiano e le attuali democrazie? Va detto che quel giudizio ha segnato l’avvio di una nuova dialettica storica, quella tra individuo e comunità: il presupposto che la comunità sia costituita da soggettività, ognuna delle quali è libera nell’autonomia del proprio pensare.
Era dialettica, perché apriva il problema di un io che originariamente, attraverso il pensare, non dipende da nessuno, ma storicamente non può non riconoscersi parte di un complesso di relazioni ed obblighi da cui in gran parte tuttavia dipende.
Due secoli dopo (1989), lungo le forme che ne segnarono gli spesso tragici passaggi, la democrazia parlamentare sembrava dettare la parola definitiva sulla questione. Quale parola? A mio avviso, quella che distingue la sfera del privato in una società di massa, i cui vincoli hanno tuttavia quasi interamente perduto l’antico senso etico, trattenendo esclusivamente quello economico.
Ciò è ben lontano da ogni retorica sulla democrazia. Mi interessa invece sottolineare che la definizione kantiana della libertà individuale – quella di un io «capace di servirsi del proprio intelletto senza la guida di un altro» – come dicevo, principio di tutti i moti e cambiamenti avvenuti negli ultimi due secoli – è infine approdata nell’affermazione esclusiva dello spazio privato.
Si tratta della concezione borghese dell’individuo, il soggetto delle rivoluzioni tecnologiche del XX secolo. L’ultima parola sulla democrazia borghese sembrava essere, perciò, quella che assegnava all’uomo moderno il compito di volgere il mondo intero al proprio uso e consumo individuali. La democrazia si realizzava nel diritto illimitato di ognuno al consumo. La rivoluzione consumista degli anni Sessanta finì con l’occupare l’intera sfera del privato, dettando e imponendo il dominio delle merci fittizie, la sovrapposizione del mercato all’economia “naturale”, un calcolo mercantile del tutto indifferente alle merci e fine solo a sé stesso.
Si è liberi quando si pensa
Oggi però la sfera del privato, cioè l’onore e l’orgoglio delle rivoluzioni liberali del passato, sembra lasciata ai compiti dei nuovi poteri dell’elettronica. Cosa può significare questo? Se ci misuriamo con la definizione kantiana sopra citata, ossia con la concezione della libertà individuale come autonomia del pensiero, resta indubbio che individualmente ci stiamo avviando verso una rapida e generale eteronomia.
L’intuizione di Kant, alla fine del XVIII secolo, fu quella di scoprire che l’individuo è libero quando pensa, è libero perché il pensiero è soggettivamente suo.
Il pensiero umano, insegnava Kant, è l’espressione della libertà dell’io perché consiste in un’esperienza autentica e creativa di sé. Ciò vuol dire che pensare, per ognuno, è l’esperienza pura, assoluta. La libertà quindi non consiste in una possibilità semplicemente rivolta alle cose, ma il modo di essere veramente noi stessi: il metterci veramente in gioco.
Adesso però l’attività di informazione esercitata dagli algoritmi chiama in causa direttamente la forma stessa della democrazia, il rapporto tra individuo e comunità: proprio quella loro dialettica che da due secoli rappresenta il vero problema della politica.
Oggi, attraverso l’elettronica si apre dunque una prospettiva inedita, quella di una sostituzione meccanica del pensiero. Naturalmente ci si sforza di attenuare la portata del problema, non solo accentuando gli effetti pratici di uno sconfinato risparmio di fatica mentale, ma altresì di efficienza operativa in tutti i campi della vita pratica: dalla medicina al mondo della borsa, dalla scuola ai mezzi di trasporto. Agli strumenti bellici.
La questione dunque concerne il passaggio storico dalla fase consumista della democrazia a quella algoritmica. E se il significato della fase consumista è stato la promessa del benessere entro la sfera del privato (in cambio di un sostanziale disinteresse verso il controllo della politica), quella aperta dalla società algoritmica segna un passo ulteriore, ancor più allontanandosi dall’origine ideale delle rivoluzioni moderne, che è il pensare con la propria testa.
Quale spazio di libertà individuale è destinata a lasciare alla sfera del privato, che essa si accinge a occupare? La risposta non è facile, ma tutto lascia prevedere un graduale movimento di massa, diretto all’uniformità di comportamenti, poiché l’elemento collettivo assumerebbe la forma di un processo inconscio, eterodiretto, autoalimentato attraverso il cosiddetto “apprendimento” proprio di un sistema elettronico che si basa sull’applicazione del cosiddetto principio (già psicologico) del rafforzamento.
La sfera privata, il vero terreno di "caccia" degli algoritmi
Che ne sarà, allora, della dialettica tra individuo e comunità, ovvero del senso della politica, a partire dall’area famigliare ed entro le cerchie più ampie, inclusive degli aggregati urbani, degli Stati nazionali, delle unità continentali? La graduale indistinzione fra pubblico e privato. La libertà di cui parlava Kant corrispondeva alla famosa sentenza di Cartesio: penso dunque sono – che teorizza il cambiamento antropologico moderno, affermato storicamente con l’avvento della civiltà della tecnica, la rivoluzione industriale e il dominio dell’uomo sulla natura.
Lo ripeto: questa idea di libertà nella democrazia ha rappresentato il distinguersi e infine lo staccarsi di una sfera privata da quella pubblica: e cioè con la civiltà borghese dei diritti (a cominciare da quello di proprietà, e dagli istituti giuridici internazionali del XX secolo che non a caso stanno oggi drammaticamente ruinando) fino all’attuale allontanamento di grandi masse dalla politica.
Non è perciò un caso, che la sfera privata individuale oggi sia il vero territorio di competenza della rivoluzione algoritmica: il mondo dei significati logici e concettuali della mente di ognuno (mentre negli anni Sessanta fu piuttosto la sfera subliminale delle coscienze a essere invasa dai paradigmi edonistici del consumismo).
Dunque si può concludere che questa rivoluzione rappresenti l’ultimo passo di un laborioso cammino, iniziato con Galileo; cammino che consisteva nel sovrapporre al mondo dei fenomeni naturali un sistema analogico di pensiero (la matematica) che ne riconduce l’intero accadere a un ordine razionale, voluto dall’uomo. Oggi è lo stesso pensiero, considerato come un fenomeno naturale, a essere ricondotto a un sistema analogico: all’operazione algoritmica.
Eppure la risposta di Kant certo non supponeva l’esito storico di un destino totalitario, cioè che il pensiero potesse, dentro la propria rete, richiudere sé stesso.
Note
[1] Fu la Rivista mensile di Berlino, nel numero dicembre del 1783, a pubblicare un articolo in cui si poneva polemicamente la domanda, alla quale risposero diversi pensatori fra cui Immanuel Kant.











Commenti