Dal Congo alla Cina: la strada dell’uranio nella filiera del cobalto
di Alberto Scafella

L’attenzione internazionale sulle materie prime strategiche tende a crescere quando sono già disponibili dati sufficienti per misurare un rischio che, fino a quel momento, era stato considerato soltanto in termini generali. È quanto sta accadendo con la presenza di uranio nella filiera mineraria della Repubblica Democratica del Congo.
Per anni il Congo è stato considerato soprattutto una fonte essenziale di cobalto, rame, coltan e oro: materie prime decisive per l’industria mondiale e per quella transizione energetica che, nei nostri racconti, sembra procedere senza lasciare scorie, dipendenze o domande scomode. Una ricerca segnala ora che, insieme al cobalto, può essere trasportato anche uranio. Si tratta dello studio pubblicato su Nature Communications che stima che tra il 2000 e il 2024 dalle miniere congolesi siano uscite, insieme all’idrossido di cobalto, quantità comprese fra 2.000 e 5.000 tonnellate di uranio naturale. Di quelle quantità, una quota significativa sarebbe entrata nella filiera cinese e meno del 10 per cento sarebbe stato pubblicamente dichiarato e sottoposto alle relative salvaguardie.
Beninteso, la stima è modellistica, non un inventario diretto dei carichi. Infatti, gli autori hanno ricostruito la possibile presenza dell’uranio sulla base della geologia dei giacimenti, dei flussi commerciali e delle concentrazioni rilevate nei prodotti della filiera. È quindi un’indicazione quantitativa del rischio, non la prova che ogni tonnellata sia stata trasferita intenzionalmente o destinata a usi nucleari.
Il punto centrale rimane semplice: l’uranio può essere presente nei prodotti della filiera del cobalto senza essere identificato separatamente. Una scoperta sorprendente soltanto per chi, fino a ieri, pensava che le materie prime prediligessero viaggiare una alla volta.
Ora, al di là delle esperienze personali nella Repubblica democratica del Congo e del doveroso richiamo alle tragedie passate e recenti di crolli nelle miniere con decine di morti e lo sfruttamento intensivo della manodopera anche minorile, e al netto delle segnalazioni sui rischi che materiale proveniente da quel sottosuolo entrasse in circuiti non adeguatamente controllati, la questione uranio non nasce oggi. Anche se non è peregrino evidenziare che lo studio non sostiene che tale uranio sia automaticamente utilizzabile per un’arma o per un reattore. L’uranio naturale deve essere sottoposto a ulteriori processi prima di poter essere impiegato in molti usi nucleari.
Tuttavia, è innegabile che la questione assume una dimensione geopolitica. La Repubblica Democratica del Congo è la principale fonte mineraria mondiale di cobalto, mentre la Cina occupa una posizione dominante nella raffinazione e nella produzione di materiali e componenti per batterie. Secondo la ricerca, circa il 65 per cento dell’uranio stimato nelle esportazioni congolesi di idrossido di cobalto nel periodo considerato sarebbe finito presso società cinesi.
Questo non significa che tali società hanno acquistato uranio per alimentare programmi nucleari. La stima indica però che una quantità rilevante di uranio può attraversare una filiera strategica senza essere trattata come materia prima nucleare separata.
Anche il riferimento alle salvaguardie richiede una precisazione. Il sistema internazionale dell’AIEA riguarda soprattutto il materiale nucleare dichiarato e sottoposto agli accordi di salvaguardia degli Stati. Se l’uranio è presente come componente non dichiarata di un prodotto commerciale classificato come idrossido di cobalto, può non entrare automaticamente nei normali percorsi di contabilizzazione e controllo previsti per i materiali nucleari separati. In altri termini è una questione di tracciabilità e di applicazione dei controlli, non della prova di una violazione intenzionale.
Ma proprio qui sta il problema: per anni si è preferito considerare ogni questione a compartimenti stagni: il cobalto nel cassetto dell’industria, l’uranio in quello della sicurezza, il Congo in quello delle crisi africane e la Cina, naturalmente, nel cassetto delle opportunità commerciali. Poi arriva uno studio e ci ricorda che le materie prime non rispettano i confini dei nostri organigrammi.
E ciò, infine, dovrebbe interessare l’Europa perché energia, industria, sicurezza e controllo delle catene di approvvigionamento sono ambiti strettamente collegati. Una materia prima estratta per un uso industriale può contenere altri elementi rilevanti sotto il profilo della sicurezza e della regolamentazione. In ultimo, si pone la domanda su quale strada imbocca il cobalto congolese. Ne parleremo in un prossimo articolo.












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