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Contro la disunità e marginalità politica del pensiero cattolico

1 giorno fa
Tempo di lettura: 3 min

di Giorgio Merlo


I Popolari disuniti non contano. È inutile girarci attorno. Quando una comunità politica e culturale come quella cattolico popolare e cattolico sociale che è ancora fortemente identitaria, ma senza alcuna deviazione clericale o confessionale, si frantuma e si divide getta le condizioni per la sua irrilevanza politica e progettuale. Anche se, va pur riconosciuto, non viene meno l’impegno politico, culturale, programmatico ed organizzativo nei vari partiti e nelle rispettive coalizioni a sottolineare le ragioni di questa presenza. Del resto, è sotto gli occhi di tutti. Il ruolo, la funzione e la stessa “mission” dei Popolari in questi ultimi anni si sono progressivamente impoveriti al punto da diventare del tutto marginale.

Certo, la causa principale è anche dovuta al fatto che sono scomparsi i partiti come centri di elaborazione culturale e di progettualità politica sostituiti da grigi cartelli elettorali e, al contempo, da strumenti nelle mani dei rispettivi capi. Gli ormai famosi ”partiti personali” o “partiti del capo”. Per non parlare dei “partiti proprietari”. Ma, comunque sia, in tutte queste versioni il contributo e il ruolo dei Popolari si sono sostanzialmente dissolti. Per svariate motivazioni su cui non è neanche opportuno soffermarsi ulteriormente. Ora, però, c’è un dato di fondo - ed è l’unico - che merita di essere approfondito. E cioè, i Popolari, proprio perché provengono dal medesimo ceppo culturale, ideale, valoriale e storico, non possono procedere in ordine sparso accampandosi in partiti che hanno altre ragioni culturali e che, soprattutto, sono politicamente persino platealmente alternativi rispetto al pensiero e alla storia del popolarismo di ispirazione cristiana.

Non è un caso, se nel principale partito della sinistra italiana - cioè il Pd - è ritornata di moda l’esperienza dei ”cattolici indipendenti di sinistra” eletti nel Pci negli anni ‘70 e ‘80 al Parlamento italiano. Una esperienza, seppur gloriosa ed importante, che aveva però un solo limite. E cioè si trattava di personalità del mondo e dell’area cattolica che non potevano affatto condizionare il progetto politico complessivo del partito che li aveva gentilmente “ospitati” nelle proprie liste. Mutatis mutandis, è lo stesso ruolo che viene riservato ai “cattolici professionisti”, per dirla con una felice ed antica espressione di Mino Martinazzoli, dei Delrio di turno nella stagione politica contemporanea nel Partito democratico a guida Elly Schlein. E, specularmente, anche nei partiti di centro destra non si va oltre alla mera e protocollare presenza testimoniale. Politicamente irrilevante, culturalmente inconsistente e programmaticamente impercettibile. L’unico spazio, concreto e tangibile, dove gli eredi del popolarismo di ispirazione cristiana e del cattolicesimo sociale potrebbero svolgere un ruolo politico significativo continua ad essere il campo centrista e riformista. Ma, anche su questo versante, non in ordine sparso o sbriciolati in mille rivoli. Perché se anche nei partiti o nelle rispettive coalizioni di orientamento centrista i cattolici popolari e i cattolici sociali trovano il modo per spaccarsi in mille schegge è poi perfettamente inutile lamentarsi della loro sostanziale inconsistenza politica, culturale, progettuale e soprattutto programmatica.

Al riguardo, e per essere chiaro sino in fondo, nessuno mette in discussione che anche e soprattutto nella galassia cattolica esiste una pluralità di accenti, di sensibilità e di sfumature. Ma il compito principale, e quasi esclusivo, di chi ritiene ancora utile una presenza pubblica dei cattolici popolari e dei cattolici sociali nella cittadella politica italiana è proprio quello di favorire adesso una vera e propria “ricomposizione” politica ed organizzativa di questo mondo variegato e molto articolato. L’alternativa, come tutti ben sappiamo, è una sola. E cioè, prendere atto che una storica tradizione ideale, un qualificato e sempre attuale e moderno filone di pensiero e una rete organizzativa ancora fortemente radicata nel tessuto sociale, sono destinati a guardare la partita politica dagli spalti. Sarebbe un triste e misero epilogo per la stessa esperienza storica dei cattolici impegnati in politica nel nostro Paese.

 
 
 

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