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Un libro per voi: “La spia intoccabile”, storia di Federico Umberto D’Amato

Non è un libro da leggere tutto d’un fiato quello di Giacomo Pacini, ricercatore e saggista. Anzi. Le pagine de “La spia intoccabile” (Giulio Einaudi Editore) sono da centellinare, dosare, riprendere, far sedimentare con una sempre maggiore attenzione alle note per non perdere mai di vista il quadro generale. Come è doveroso fare con tutti libri che attraverso un personaggio raccontano i misteri d’Italia: dalla strategia della Tensione (l’attentato a Milano del 12 dicembre 1969 in piazza Fontana alla Banca dell’Agricoltura, le bombe sui treni) al terrorismo di matrice fascista o di sinistra, alla P2 di Licio Gelli. E attorno alla figura di Federico Umberto D’Amato, personaggio di primo piano della nostra intelligence, i misteri nazionali e internazionali vi ruotano tutti o quasi. Evocare Umberto Federico D’Amato, morto a Roma il 1° luglio del 1996, all’età di 77 anni, significa illuminare, infatti, la storia dell’Ufficio Affari Riservati, crocevia di operazioni che fino al 1974 hanno goduto di uno “speciale” status giuridico: erano operazione al di sopra della legge. “Nell’interesse dello Stato” ha puntualizzato nelle sue rare interviste D’Amato, costretto però ad abbandonare l’Ufficio Affari Riservati all’indomani della strage avvenuta il 28 maggio del 1974 a Brescia in piazza della Loggia su iniziativa dell’allora ministro dell’Interno Paolo Emilio Taviani.

Fu proprio il potente ministro democristiano, ex partigiano, a devitalizzare l’Uar, ma non D’Amato, che secondo una libera interpretazione del “promoveatur ut amoveatur” fu messo a dirigere la Polizia di frontiera. Incarico prestigioso, “una delle Divisioni più importanti del Viminale, cui ambivano tutti”, da cui la “spia” numero uno d’Italia continuò ad esercitare la sua influenza fino al giugno del 1984, quando si ritirò a vita privata, non disdegnando – come hanno rivelato documenti scoperti dopo la sua morte – collaborazioni ben retribuite con i servizi segreti. Il nome di D’Amato è ritornato prepotentemente alla ribalta – e giustamente l’autore vi ha dedicato la premessa – nel febbraio del 2020, quando la Procura di Bologna, a chiusura delle indagini sull’attentato del 2 agosto del 1980, che causò alla stazione felsinea 85 morti ed oltre 200 persone ferite, lo ha indicato tra i presunti mandanti ed finanziatori insieme all’onnipresente Licio Gelli, al banchiere Umberto Ortolani e all’ex direttore del “Borghese” Mario Tedeschi. Una convinzione che la Procura generale di Bologna ha ribadito nel novembre scorso. Una ragione in più per leggere un libro di storia che con l’occhio rivolto alla cronaca ci aiuta a comprendere meglio il nostro drammatico passato.

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