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Un libro per voi: “Il fuoco e il gelo”, racconti della Grande Guerra

di Marco Travaglini |


23 luglio 1914: l’Europa sta sprofondando nel sangue. È il giorno dell’ultimatum dell’Austria-Ungheria alla Serbia. E segue settimane frenetiche, quanto cruciali per le Cancellerie europee, tese a rincorrersi (o meno) per scongiurare la guerra dopo l’attentato di Sarajevo, in cui il 28 giugno è stato ucciso l’Arciduca d’Austria Francesco Ferdinando, erede al trono, insieme alla moglie Sofia. L’imperatore Francesco Giuseppe ha autorizzato l’ambasciatore austriaco a Belgrado, il barone Wladimir Giesl Freiherr von Gieslingen, a consegnare il testo alla Serbia. La risposta si attende entro le 18 del 25 luglio. Grandi e piccole nazioni si ritrovano con un piede nell’anticamera della catastrofe. Sabato 25, alla replica serba che giudica lesiva della propria sovranità alcune richieste, l’Impero austro-ungarico si prepara alla mobilitazione militare. Alle 12 del 28 con un telegramma, l’Austria-Ungheria dichiara guerra alla Serbia. È l’inizio del grande massacro. L’Italia vi entrerà il 24 maggio del 1915. Quei giorni sono stati narrati dallo scrittore Enrico Camanni nel romanzo il “Fuoco e il gelo”.

“Si uccidevano nella bellezza assoluta della montagna, nella vertigine delle Dolomiti, sui deserti degli altipiani e nel gelo dei ghiacciai. Combattevano per pezzi di roccia così impervi che talvolta le valanghe si portavano via i vincitori. Era la guerra più assurda, nei posti più incantati”. Oltre un secolo dopo la “Guera Granda”, rileggendo le storie di vita e di guerra raccolte da Enrico Camanni ne Il fuoco e il gelo. La Grande Guerra sulle montagne – crude e vere perché narrate dai protagonisti in prima persona attraverso le lettere e i diari – si scopre un mondo d’insospettata complessità e ricchezza. E di speciale umanità. Per tre anni e tre terribili inverni la Grande Guerra scaraventò migliaia di uomini sul fronte che dallo Stelvio e dall’Ortles scendeva verso l’Adamello, le Dolomiti, il Pasubio e Asiago.

In quegli anni di fuoco su seicentoquaranta chilometri di ghiacciai, creste, cenge, altipiani e brevi tratti di pianura caddero circa centottantamila soldati. Le Alpi diventarono un immenso cimitero a cielo aperto, sfigurate da una devastante architettura di guerra che scavò strade e camminamenti, costruì città di roccia e legno in paesaggi da vertigine, addomesticò le pareti a strapiombo e spianò persino le punte delle montagne. Alpini e soldati del Kaiser si affrontarono dividendosi tra l’odio imposto dalla guerra e l’istinto umano di darsi una mano e non spararsi, fronteggiando insieme le tormente e la neve. Si ingaggiarono battaglie anche a tremilaseicento metri, ma la vera sfida fu quella di resistere per rivedere l’alba, la primavera, la fine della guerra prima che la morte bianca si portasse via le dita di un piede, o la valanga si prendesse la vita di un compagno. L’isolamento, il freddo, i dislivelli bestiali, le frane e le valanghe, la vita in bivacchi e caverne, la coabitazione forzata tra soli uomini produssero risposte sorprendenti, insolite collaborazioni, geniali rimedi di sopravvivenza e adattamento. “La guerra – racconta Camanni – trascina il popolo contadino sulle montagne e lo obbliga a scoprire un mondo severo e ignoto, astrusa frontiera nel cuore dell’Europa rurale e industriale. I soldati si accorgono all’improvviso che tra l’Italia e l’Austria ci sono le montagne, che lassù passano i confini delle nazioni, che bisogna morire per delle rocce dove i ricchi andavano a divertirsi”. In quella guerra assurda si rafforzò il mito del legame degli alpini con la montagna. Servì a dare un senso al nonsenso, aiutò a sopravvivere. Dal grumo di valori impastati di eroismo e altruismo scaturirono gli enormi sacrifici dei soldati-alpinisti che andarono a immolarsi sull’altare della Patria per difenderne i confini.

“La leggenda delle penne nere, il cameratismo montanaro, gli stereotipi del fiasco di vino e del vecchio scarpone – scrive l’autore – segneranno tre generazioni perché metà delle famiglie italiane perderà un padre, un marito, un figlio al fronte, o lo vedrà tornare invalido, oppure pazzo. Il mito dell’Alpe insanguinata conquisterà un ruolo indelebile nel Novecento e offuscherà il ricordo romantico dell’alpinismo dei pionieri”. Fu la Guerra Bianca a consacrare una montagna tragica e austera, “la Madre che non perdona i propri figli ma dona loro l’immortalità”. A quell’immagine e a quella memoria il fascismo si appigliò per fortificare la coscienza nazionale, lodando le gesta esemplari degli alpini-alpinisti. “Pochi miti della storia moderna hanno impiegato tanto tempo a sbiadire e a perdere forza, senza mai abbandonarci del tutto – dice Camanni – anche se si tratta di un racconto di sofferenza e morte (o forse proprio per quello), anche se è la cicatrice di un sacrificio che lasciò sui ghiacciai e sulle creste del fronte orientale una processione di ragazzi innocenti”. In centottantamila non tornarono dalle Alpi, e un terzo di quelle vite se le prese la montagna stessa.

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