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Ucraina-Russia-Nato: non sarà la pace giusta, ma è la cosa giusta

di Vice

Alcuni giorni fa, attraverso una dichiarazione di Stian Jenssen, direttore dell'ufficio privato del segretario generale dell'Alleanza Atlantica Jens Stoltenberg, l'ipotesi di pace o di una tregua tra Russia e Ucraina ha fatto per la prima volta capolino tra le parti in causa. Inequivocabile e pragmatica, la proposta di Jenssen fa baricentro sulla rinuncia dell'Ucraina ai territori in mano a Mosca in cambio dell'adesione alla Nato. La soluzione, immediatamente rimandata al mittente dal presidente ucraino Zelensky che l'ha stigmatizzata come "ridicola", ha il pregio di aver aumentato il numero dei giri al motore del ritorno alla pace, fin qui acceso con continuità soltanto da Papa Francesco e a fasi alterne da Turchia e Cina. Ma ora, si è udita la voce del padrone, cioè quella della "dottrina" statunitense che gestisce le guerre per procura fino al soddisfacimento dei propri bisogni, sempre a un passo dal punto di non ritorno, dall'abisso di un incendio su scala planetaria con il ricorso al nucleare. O, nella versione utopica e pacifista, a prevalere è l'idea di una tregua tra Ucraina e Russia che dia l'opportunità di squadernare l'assetto geopolitico di un mondo schizofrenico da vaccinare con la mediazione e la diplomazia.

Alle frasi di Jenssen, come si è detto sopra, si è contrapposta la rigidità del presidente ucraino Zelensky che oramai vive la maglietta tattica come la sua prima pelle in un pericoloso vortice di egocentrismo che gli fa coincidere i destini del mondo con quelli dell'Ucraina. Un'assurdità riconosciuta e diventata palese a diciotto mesi dallo scoppio della guerra, di cui primo responsabile è il presidente russo Putin, l'aggressore, seguito a ruota dal presidente Usa Joe Biden, che passerà alla storia come un senile interprete di prove muscolari, mentre età e ruolo di capo del Paese più potente del pianeta gli avrebbero dovuto consigliare di mettersi al servizio della convivenza e della coesistenza tra i popoli. Farà giustizia la storia, ne siamo certi, nel riservagli una piccola citazione come "un presidente vissuto ai tempi di Donald Trump".

Ma ritorniamo alla soluzione Jenssen. La Nato, cioè l'America che la dirige, la comanda e la arma, e che deve a Putin la rinascita dalle sue ceneri come un'araba fenice, si è resa conto di una verità, una delle tante, ma unica e cruciale per l'amministrazione Biden che tra meno di un anno e mezzo si dovrà sottoporre al giudizio degli elettori: l'indebolimento desiderato della Russia, ricercato con aiuti militari miliardari all'Ucraina, si è rivelato un'arma a doppio taglio che rischia di evidenziare l'indifferenza dell'altra parte del mondo ai valori che l'Occidente continua a sbandierare come universali, applicando il suo metro di giudizio che nei fatti non ha che riscontro parziale nel suo quotidiano.

Dunque, Joe Biden e i democratici non si possono permettere passi falsi. E ritrovarsi con una guerra in corso, che il rivale Trump giura di chiuderla in un giorno, che non può offrire più di quanto non abbia già offerto sotto il profilo strategico-militare: l'allargamento dell'Alleanza Atlantica a Finlandia e Svezia, il possibile ingresso (con le dovute cautele) dell'Ucraina, il ruolo propulsivo della Polonia che si candida ad assumere il ruolo di gendarme degli interessi occidentali ai confini di Russia e Bielorussia, forte di un incremento che non ha eguali in Europa per spese militari e per reclutamento delle sue Forze armate. Una rincorsa al riarmo di Varsavia che corre in parallelo al sempre più maiuscolo impegno tecnologico-militare della Germania, in cui distinguono nuovi e inediti fermenti dei vertici militari per un riconoscimento del proprio ruolo nella società tedesca.

Ne consegue che, a meno di sorprese, il conflitto bellico in Ucraina è destinato a scivolare in basso nell'agenda degli interessi americani che deve necessariamente privilegiare la competizione con la Cina che non prevede una Russia debole e soffocata dalla visione mondiale del Dragone rosso, che si ritrova peraltro alle porte la crisi finanziaria del colosso immobiliare Evergrande che ha dichiarato fallimento negli Stati Uniti per una cifra attorno ai 330 miliardi di dollari. Una necessità confermata dall'incontro di oggi, 18 agosto, a Camp David tra Usa, Giappone e Corea del Sud, ennesimo accordo ratificato per lo sviluppo della strategia di contenimento della presenza di Pechino nell'area del Pacifico, dopo gli accordi del 2021 con Gran Bretagna e Australia Australia. Ma non è una "Nato asiatica" si sono affrettati a spiegare i diretti interessati. Scontata la reazione piccata dei vertici cinesi che hanno sempre l'occupazione di Taiwan nei loro piani non appena si completerà il programma di armamento del Paese e il dispiegamento di una nuova portaerei nel mar della Cina .

Con tutta probabilità, lo stop and go, alla proposta di Jenssen, costituisce parte della tattica dell'elastico che gli analisti della Casa Bianca e del Pentagono applicano per allertare a piccole dose i diretti interessati quando vira la politica di Washington. Schermaglie verbali considerate innocue dall'establishment americano consapevole che il dominio unilaterale sull'ordine mondiale non si potrà conservare combattendo su più fronti contemporaneamente: mission impossible anche per lo strapotere del suo apparato militare-industriale. Un Un indizio scoperto proprio con gli strepiti e le proteste per il mancato invito al G20, funzionale più alla sua immagine che all'andamento della guerra, del presidente Zelensky, che subito dopo ha ammesso che l'aeronautica militare ucraina non sarà in gradò di volare sugli F-16 americani se non a fine anno. In altri termini, sarà impossibile assistere dall'alto la decantata controffensiva che di giorno in giorno segna il passo per assumere le caratteristiche di una guerra statica di trincea, simile alla Prima guerra mondiale, peggio della guerra di Corea combattuta tra americani e cinesi all'inizio degli anni Cinquanta del Novecento.

Non sarà una pace giusta quella avanzata dalla Nato, ma è l'unica cosa giusta da farsi nell'interesse dell'Occidente e della stessa Europa che soltanto in una situazione di pace ritrovata, e con le elezioni alle porte, potrà liberarsi delle irrazionali ed emotive posizioni politiche che hanno avuto demagogici e imprudenti alfiere nella presidente della Commissione Ursula Von der Leyen e nella presidente della Bce Christine Lagarde, e definire una politica autonoma nel rispetto delle alleanze che sappia guardare soprattutto all'Africa non soltanto con le isteriche reazioni ai migranti, ma con una concludente capacità di interdizione dell'influenza russa e cinese e con proposte di partenariato eque e di lungo respiro verso quei Paesi.

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