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Tifo Italia con orgoglio e so perché

di Tiziana Bonomo |

Mi emoziono a guardare le immagini dell’incontro al Quirinale del presidente della Repubblica Sergio Mattarella con la nazionale azzurra neo campione d’Europa, dopo 120 minuti intensi contro l’Inghilterra, e con Matteo Berrettini, 25 anni, finalista nel torneo di tennis contro il fenomeno Đoković. Mi emoziono e ritorno alla partita di Wembley e alla sfida di Wimbledon di domenica scorsa. Mattarella ha detto: “avete unito l’Italia”. Stesso copione a palazzo Chigi, con il presidente del Consiglio Mario Draghi. Allora ritorno anche ai sentimenti provati, al mio tifo senza se e senza ma per il mio Paese, sentimenti di passione e di tifo che ho condiviso con milioni di miei connazionali con un istinto che sento irrazionale. Allora perché tifo Italia, anche se seguo né il calcio, né il tennis? La risposta è semplice, spoglia da qualunque connotazione politica, sociologica o psicologica: la ragione è tutta dentro di me. Sono nata a Torino da padre siciliano e madre piemontese, come a dire che ho i geni dell’intera storia risorgimentale, dell’idea non ancora tramontata (purtroppo) che fatta l’Italia, “si deve fare gli italiani”. E quel dover “fare gli italiani” lo si scopre ogni giorno, perché l’Italia non funzione bene. Anzi, funzione malissimo in alcuni settori (giustizia, lavoro, burocrazia) e al confronto con altri Paesi europei siamo costretti ad impallidire, se non a vergognarci. Se si è dubbiosi, è sufficiente controllare le multe che annualmente paghiamo all’Unione Europea per le nostre inadempienze. br> Detto questo, sono nata da genitori italiani, “ius sanguinis”, e nata in Italia, “ius soli”. Sono italiana con tutte le contraddizioni e le difficoltà che si conoscono, con tutto ciò che mi disamora a tratti del mio paese, ma continuo ad esserlo. Adoro la lingua, l’arte, la cultura, la cucina, i piccoli e grandi vezzi. Non ne amo i vizi (tanti), gli “inciuci” della politica con la mafia, la gente non perbene, quella chi non appena scorge l’opportunità, studia il modo migliore per fregarti nel modo più triste e ignobile. Ma sono italiana. Quando vado all’estero comunico la parte che più sento mia, di questa terra in cui abbonda la “zona grigia”, comunque forte nelle situazioni estreme, impregnata di odori forti, di una storia antica che il mondo ci invidia, di sguardi incredibili che si affacciano sul vulcano, sul fuoco, sulle spine del fico d’india, sulla immobilità del lago, sulla malinconia di scrittori che tramandano pensieri creativi, innovativi, sulla famiglia. Altro non vorrei che essere qui, in Italia, pur rabbiosa contro ciò che non va. Qui in questa terra c’è qualcosa che ci unisce, c’è qualcosa di nascosto che accomuna tutte le regioni oltre ai dialetti, tanto che appartiene al mondo, al nostro pensiero. Continuiamo a patire e a soffrire. Ma ci piace vincere. E perché non tifare Italia? Perché non posso essere orgogliosa di arrivare sportivamente in una finale di cui non conosco nulla, a vivere una notte magica, ma che sì, mi rende orgogliosa. La nostra Italia che non va, in 120 minuti e cinque rigori si è trasfigurata idealmente in ciò che vorrebbe essere tutti i giorni e in futuro: vincere le battaglie per un lavoro sicuro, accogliere senza rendere il nostro mare un cimitero, dare a tutti i ragazzi uno spazio per studiare, far vincere l’intelligenza sana e onesta. Ora l’Italia è su tutte le pagine del mondo ed è al vertice calcistico del Vecchio continente. Come i sogni, nessuno potrà mai portarci via questo primato, almeno fino alla prossima edizione degli Europei. È un viatico per diventare migliori. Italy think outside the box!, pensa fuori dagli schemi.

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