top of page

“Sul PIL non sono d’accordo con Parisi”

di Mercedes Bresso |

La settimana scorsa, il professor Giorgio Parisi, da poco laureato premio Nobel per la Fisica, ha rilanciato il dibattito sul PIL, il Prodotto interno lordo, dove per lordo s’intende compresi gli ammortamenti che non costituiscono nuova ricchezza, ma ricostituzione dei beni di investimento). In sostanza, ha sostenuto che “il PIL non è una buona misura dell’economia. Cattura la quantità, ma non la qualità della crescita”. Parisi ha anche citato come indicatori più efficaci il “benessere economico sostenibile” e “lo sviluppo umano”. Ha affermato cose sostanzialmente giuste, di cui si discute da decenni senza tuttavia avere trovato un accordo per sostituire il famigerato PIL, che è un sistema di calcolo del prodotto di un paese basato sulle regole dettate dall’Ufficio Statistico delle Nazioni Unite. Questo, in modo molto imperfetto, ma standardizzato da decenni di utilizzazione dalla maggior parte dei paesi del mondo, ha il grande vantaggio di permettere confronti fra la produzione di ricchezza per le Nazioni che aderiscono e di consentire anche di seguire l’evoluzione della ricchezza di un paese nel tempo. È un indicatore con infiniti difetti: pensiamo ad esempio al fatto che ogni anno entrano ed escono dal calcolo prodotti nuovi e prodotti obsoleti che svolgono funzioni analoghe ma con prezzi e utilità molto diversi e che quindi è molto difficile comparare due PIL monetari a distanza di anni, quando la loro composizione è totalmente diversa. Inoltre, per entrare nel calcolo del PIL i beni e servizi devono avere un valore monetario, derivante da una transazione economica. Fanno eccezione i servizi pubblici non destinati alla vendita che vengono calcolati al costo di produzione. Ma il calcolo non comprende le attività di produzione di beni e servizi all’interno della famiglia, come i prodotti dell’orto o del frutteto, quelli frutto di bricolage, i lavori domestici o la cura a casa di bambini e anziani. Si creano quindi situazioni paradossali, per cui il passaggio di un bambino dalla cura domestica all’asilo nido fa aumentare il PIL, mentre l’assistenza di un malato a domicilio invece che in una struttura lo fa diminuire. Ciò spiega anche la crescita molto rapida del PIL nelle prime fasi dello sviluppo di un paese, quando molte attività prima fuori mercato diventano beni o servizi con valore monetario. I problemi sono ancora maggiori per le nocività e i danni ambientali: ad esempio non inquinare non fa aumentare il prodotto, ma inquinare e poi depurare lo fa. In generale le esternalità (danni all’ambiente non riparati) sono dei costi che dovrebbero essere portati in detrazione del PIL e non lo sono. Lo fa aumentare l’estrazione di risorse naturali (minerali, combustibili ecc.) non rinnovabili, che è invece un prelievo netto dal patrimonio naturale. Come ha giustamente osservato il professor Parisi, il principale limite del PIL è che non tiene conto dell’evoluzione quali-quantitativa delle risorse ambientali (e neppure dei livelli reali di benessere, che per molti aspetti sono non monetari). Vediamo quali proposte sono state fatte per porre rimedio a questi difetti. Successivamente proverò a spiegare perché ho molti dubbi sull’utilità di trasformare in moneta elementi sostanzialmente qualitativi, per poterli addizionare o sottrarre dal PIL stesso. I metodi principali sono due: – le spese difensive: parte dal principio che il valore delle attività che sono pura riparazione dei danni all’ambiente (interventi su depurazione di aria e acqua, smaltimento dei rifiuti, i costi delle malattie da inquinamento, ecc.) e che vengono computate in aumento del PIL dovrebbero invece essere considerate beni intermedi, cioè dei costi aggiuntivi per produrre il reddito e quindi sottratte dal PIL. Ha il pregio di considerare spese effettivamente sostenute, ma il difetto che chi non interviene sugli inquinamenti risulterà più ricco di chi lo fa; naturalmente saranno le generazioni future di quel paese a dovere sostenere i costi, spesso molto maggiori (si pensi alla bonifica dei siti inquinati), ma non sempre questo interessa a coloro che sono presenti. Calcoli approssimativi ci dicono che le spese difensive possono andare dal 6/7% fino al 12 e persino al 20%. Pensiamo ai costi dello smantellamento delle centrali nucleari e al costo per mettere in sicurezza i rifiuti radioattivi. Gli stessi enormi investimenti che dobbiamo realizzare per la transizione ecologica possono essere considerati delle spese difensive. Infatti essi non fanno aumentare la ricchezza delle famiglie ma la qualità della loro vita e della natura che lasceremo alle generazioni future. – La stima del consumo di capitale naturale: il principio è che il capitale naturale vada trattato come quello costruito. Perché il reddito che distribuiamo non intacchi le capacità future di produzione occorre sottrarre dal prodotto la quota consumata; ad esempio togliere dal prodotto l’erosione dei suoli, l’estrazione di risorse minerarie, la diminuzione della superficie forestata e l’elenco può essere molto lungo. Per contro restituzioni e riparazioni andrebbero portate in aumento. Ciò vale per le risorse rinnovabili, non ovviamente per quelle che non lo sono e che costituiscono comunque un prelievo netto dal patrimonio naturale. – Le Nazioni Unite hanno proposto un metodo di correzione del PIL che combina il sistema delle spese difensive con quello del consumo di capitale naturale, ma siamo ben lontani da un sistema condiviso e accettato dalla maggioranza come è oggi per il PIL, con il paradosso che i Paesi che lo utilizzassero sembrerebbero più poveri, con evidenti conseguenze sulla competizione internazionale e su altre questioni, come i tassi di interesse. – Poiché tuttavia le esternalità trascurate dal PIL sono anche di carattere sociale, alcuni ricercatori hanno proposto di allargare le modifiche a degli indicatori di benessere: si va dalla distribuzione del reddito alla qualità delle relazioni umane. Anche in questo caso le difficoltà nascono da che cosa considerare. Per fare solo un esempio posso considerare positivo che in una società aumenti il numero dei divorzi o degli aborti? Per alcuni questo può essere considerato un indicatore di una società libera e tollerante, per altri un segnale di malessere. Inoltre sarebbe molto difficile dare a questi elementi qualitativi un valore monetario. Personalmente, a costo di deludere il professor Parisi, preferisco sistemi che invece di intervenire in modifica del PIL, che è meglio resti quello che è, un imperfetto indicatore della ricchezza (non del benessere) di un Paese, gli si affianchino degli indicatori di qualità dell’ambiente (aria, acqua, rifiuti, suoli) compresa la contabilità del patrimonio naturale (specie selvatiche a rischio, qualità e quantità della copertura forestale, consumo di suolo, utilizzi e ritrovamenti minerari…). Una stima, anche monetaria, potrebbe essere fatta dei costi di ripristino dei danni ambientali non ancora assunti e quindi rigettati sul futuro. Potrebbe essere utile calcolare anche l’impronta ecologica della nostra popolazione e, naturalmente, l’evoluzione del bilancio della CO2 ( saldo fra emissioni e cattura di CO2). Poiché valutare il benessere delle persone dovrebbe essere alla fine l’obiettivo principale di queste rilevazioni “integrative”, andrebbero aggiunti alcuni indicatori sociali incontrovertibili, come l’evoluzione della concentrazione del reddito (non c’è dubbio che una sua migliore distribuzione sia un fattore positivo), la percentuale di famiglie sotto la soglia di povertà, il livello di scolarizzazione della popolazione, il tasso di disoccupazione, la percentuale di occupazione femminile. Magari qualche altro, non troppi, altrimenti il senso dell’operazione rischierebbe di perdersi nella pletora di indicatori. Così ogni anno potremmo disporre oltre al dato dell’andamento del PIL, cioè della produzione di ricchezza, (che resta un elemento essenziale per poter fare tutte le cose che riteniamo utili per migliorare la qualità della vita dei cittadini), anche di una limitata e chiara batteria di indicatori che ci dica come evolve la condizione sociale nel nostro paese e se abbiamo ottenuto dei risultati positivi nella lotta al cambiamento climatico, al degrado ambientale e al consumo di risorse naturali. Confesso che, malgrado l’apparente (almeno) idea diversa del nostro nuovo premio Nobel, io continuo a pensare che annegare questi elementi essenzialmente qualitativi in una loro stima monetaria per addizionarli o sottrarli dal PIL sarebbe un’operazione che non farebbe chiarezza e non offrirebbe alla pubblica opinione una chiara indicazione dello stato ambientale e sociale delle nostre società.

1 visualizzazione0 commenti

Comentarios