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Strategia Isis: trascinare la Cina nel pantano afghano?

Tra le ipotesi, all’indomani della strage compiuta da un kamikaze uiguro dell’Is-K (Stato islamico del Khorasan) all’interno della moschea sciita di Kunduz, prende corpo quella di un cinico tentativo di coinvolgimento della Cina nel pantano afghano per aumentare la carica di destabilizzazione nell’Afghanistan dei talebani. Ipotesi inquietante che deriva dal motivo della rivendicazione stessa: il governo talebano è accusato di collaborazione con la tigre asiatica per controllare l’indipendentismo uiguro rivendicato fin dagli inizi del Novecento e cercato insistentemente durante la guerra civile in Cina. Gli uiguri, etnia di religione islamica che vive nel nord-ovest della Cina e costituisce la maggioranza della popolazione nella regione autonoma dello Xinjiang, denunciano fin dalla loro annessione alla Repubblica Popolare Cinese nel 1949 un comportamento persecutorio di Pechino e la violazione dei diritti umani. E le loro comunità, piccole e grandi, si sono sparpagliate in una sorta di diaspora in più paesi dell’Asia centrale (Kazakistan, Kirghizistan e Uzbekistan, Afghanistan, Pakistan), in Russia, in Europa (Germania, Belgio, Paesi Bassi, Norvegia, Svezia), negli Stati Uniti e Canada. A cavallo tra la fine del Novecento e l’inizio del nuovo millennio, prima il radicalismo islamico ha attratto nella sua orbita gruppi di uiguri, poi Al Qaida e Isis, in tempi successivi, hanno trasformato l’adesione in terrorismo, scatenando la repressione della Cina alle richieste di indipendenza. Il progetto di coinvolgere la Cina potrebbe anche non essere un parto della fantasia, ma ciò presupporrebbe la convergenza sullo stesso teatro afghano di due fattori concomitanti: un forte sostegno esterno ai propositi di destabilizzazione oltre alla sicurezza che Xi Jinping cada nel tranello. Di concreto vi sono le sessanta vittime e oltre cento feriti di religione sciita (leggi Iran) che testimoniano il bilancio dell’attentato compiuto dal giovane uiguro, il più grave dopo quello all’aeroporto di Kabul commesso dall’Is-K, il gruppo terroristico locale emanazione dell’Isis. Morti e feriti che sono un primo e lungo passo verso una strada destinata a fomentare screzi nel rapporto sinotalebani-iraniani, se Teheran con i suoi ayatollah “falchi” dovesse ritenere il governo di Kabul responsabile di mancata sicurezza popolazione sciita afghana. In proposito, il vice capo dalla polizia della provincia si è pronunciato in termini di totale assicurazione verso i “fratelli sciiti” sul fatto che “i talebani sono pronti a garantire la loro sicurezza”. Così come, ha affermato il portavoce dei talebani, Zabihullah Mujahid, sulla strage indagano forze speciali. In tutto questo gran movimento di parole e di assicurazioni, secondo le organizzazioni umanitarie presenti, a prevalere per gli afghani è soltanto un dato concreto: il sistema sanitario in Afghanistan è in ginocchio. Su questo piano inclinato, non si fa poi fatica a scorgere il profilo Usa che con Joe Biden ha indirizzato la prua della sicurezza mondiale verso il contenimento, indebolimento e destabilizzazione della Cina, come dimostrano le avvisaglie del braccio di ferro tra il gigante asiatico e l’isola di Formosa. E qui si ritorna all’interrogativo tutt’altro che fantascientifico su chi vi potrebbe essere dietro le quinte dell’Is-K: Stati Uniti, Israele e paesi patto Abramo o Turchia?. E, soprattutto, diventa di rigore la domanda se l’Is-K è un gruppo autonomo o prende ordini e in tal caso da chi per operare una trappola ai danni della Cina. L’attuazione di complotti così complessi però impone “cervelli” con una grande visione e non solo “gregari” e manovalanza destinata all’estremo sacrificio. Ma, per ora, dinanzi ai corpi mutilati, straziati, carbonizzati nella moschea di Kunduz, la “grande visione” si riduce al solito giochino semplice, semplice: rinfocolare le divisioni tra sciiti e sunniti, trasformarle in un fiume d’odio con il fine ultimo di destabilizzare la regione. Ancora una volta, il nuovo è quanto di più antico: si assume lo scontro religioso come parte per il tutto, per poi alzare il livello, come è successo con Siria e Iraq. Unica variante, nel dare uno sguardo alle pedine (gli eventuali destabilizzatori) sulla scacchiera, è l’assenza dell’Occidente, fuggito da Kabul nell’agosto scorso, lasciando un paese alle mercé dei talebani. E con un giocatore protagonista in meno, la partita non è più la stessa e ciò potrebbe davvero rendere il Centro Asia una polveriera ad orologeria peggio del Medio Oriente con effetto boomerang sino al Pacifico e oltre, Europa inclusa con profughi alle porte e ripresa del terrorismo in casa. Se è questo cui si mira, allora attentati in Afghanistan e il detonatore Formosa si ritroverebbero drammaticamente a coesistere in uno scenario non più di fantapolitica.

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