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Se quella di De Gasperi era "Legge truffa", quella di oggi che cos'è?

All'indomani della bocciatura sull'emendamento alla legge elettorale del governo

di Giancarlo Rapetti


“Salire al colle” (del Quirinale, s’intende) ha un doppio significato: diventare Presidente della Repubblica, o, se si è Presidente del Consiglio, rassegnare le dimissioni al Capo dello Stato. In pochi giorni, Giorgia Meloni è passata dalla rivendicazione della prima versione, al timore (remoto) della seconda. Tutto per un voto di scarto.

La Camera, infatti, ha respinto, 188 a 187 a scrutinio segreto, l’emendamento di maggioranza teso a reintrodurre una forma complicata e parziale di preferenze sulla scheda delle elezioni politiche. Evidente la sproporzione tra fatti ed effetti, che purtuttavia caratterizza le dinamiche della politica attuale. Un emendamento su di una legge ordinaria, sulla quale il Parlamento si esprime liberamente, a norma di Carta fondamentale non ha effetti sul Governo. L’articolo 94 della Costituzione, scritto da persone che sapevano maneggiare la lingua italiana, recita al secondo comma: “Ciascuna Camera accorda o revoca la fiducia mediante mozione motivata e votata per appello nominale”. Perché fosse più chiaro, al di là di ogni ragionevole dubbio, il quarto comma aggiunge: “Il voto contrario di una o d'entrambe le Camere su una proposta del Governo non importa obbligo di dimissioni”.

Una parte consistente delle opposizioni, però, proclama che la bocciatura di una proposta del Governo sulla delicata materia elettorale, è una implicita sfiducia al Governo stesso. E anche questo è vero, se non in diritto, almeno in politica. In un certo senso, mentre cerca di fare una legge elettorale per garantirsi la riconferma al potere, la coalizione di maggioranza dimostra di essere divisa al proprio interno proprio su tutto, anche, per paradosso, sui modi per raggiungere l’obiettivo: “stiamo insieme per vincere, non per governare, ma non siamo d’accordo nemmeno su come fare per vincere”, potrebbe essere la sintesi.

La legge elettorale, infatti, non è una legge come le altre. I costituzionalisti dovrebbero spiegare perché le regole del gioco, che determinano gli esiti del gioco stesso, non stiano in Costituzione, ma siano lasciate ai capricci e alle convenienze delle maggioranze di turno, che ne hanno sempre approfittato spudoratamente, non sempre con successo.

Perfino De Gasperi ci provò nel 1953, con quella passata alla storia come “legge truffa”: nel quadro del proporzionale quasi puro, assegnava un premio di maggioranza in seggi a chi avesse avuto la maggioranza assoluta dei voti. Vista con gli occhi di oggi, fa tenerezza. Dopo “Mani Pulite”, la fantasia si è scatenata. Si sono susseguite continue modifiche della legge elettorale, tutte caratterizzate da un tratto comune: “dare la maggioranza a chi non ce l’ha”, come disse, in altro contesto, Bettino Craxi, che di politique politicienne era un maestro.

D’altra parte, quello della legge elettorale è un nodo difficile da sciogliere. Il legislatore ordinario è in evidente conflitto di interessi: difficile che il politico immagini soluzioni che vadano contro le proprie aspettative. La legge elettorale dovrebbe essere scritta, e inserita in Costituzione, da persone che non saranno mai candidate alle elezioni per le quali hanno scritto le regole. Si presume che in questo modo cercheranno di produrre il meglio, per i cittadini e per il sistema, e non per interesse personale o di parte.

Al di là delle difficoltà di configurazione giuridica di una tale soluzione, è facile immaginare che resterà confinata nel regno delle illusioni, come quella di vedere applicato l’articolo 49 della Costituzione sulla regolamentazione per legge dei partiti politici.

Si continuerà con leggi elettorali sempre peggiori, sempre più negatrici della rappresentanza, secondo il meccanismo di applicazione del principio dell’entropia ai fenomeni sociali.

Nel frattempo, come danno collaterale, sta diventando senso comune che senza le preferenze gli eletti sono dei nominati dalle segreterie dei partiti e con le preferenze sceglierebbero gli elettori. È lecito dubitare di questo schema assertivo. Ma è un altro capitolo della storia.


 

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