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Sarajevo, 6 aprile 1992: l'incubo diventa realtà

di Marco Travaglini


Il 6 aprile del 1992, nel giorno del riconoscimento della Bosnia Erzegovina da parte dei dodici ministri delle CEE (l'Unione europea dell'epoca) l'esercito federale serbo rompeva gli indugi con i primi raid aerei sul territorio bosniaco. Sarajevo, la capitale, divenne il primo obiettivo per scatenare il terrore. Il 5 aprile si era registrato un episodio rivelatore del piano d'aggressione: un gruppo armato serbo era entrato in un commissariato, uccidendo un poliziotto, mentre un civile era rimasto ucciso in circostanze imprecisate durante l'attacco a una pattuglia militare bosniaca. Il giorno successivo, il 6 aprile, la stampa internazionale non aveva dubbi: la Bosnia stava precipitando nella guerra civile. Cominciava l'incubo per Sarajevo, con l'aeroporto ripetutamente colpito dai missili dell'aviazione serba e la città sotto i bombardamenti dall'artiglieria dell'esercito federale diventato improvvisamente il peggiore dei nemici.Pesante il primo bilancio: una quindicina di morti. Intanto, i sarajevesi scoprivano la maledizione dei cecchini che infierivano sulla grande manifestazione pacifista che percorreva le vie della città. Due i morti. A distanza di trent'anni ricordiamo, l'inizio dell'assedio di Sarajevo con un articolo di Marco Travaglini, dal titolo "L’acqua, il pane e le rose sotto il tiro dei cecchini". [1]

Niente acqua, luce, gas. Niente scuola, intere giornate chiusi tra le mura di casa o nelle cantine, dove il tempo non passava mai e le ore erano scandite dagli scoppi delle granate o dalla roulette russa di corse rischiose a perdifiato, appesantiti dalle taniche per prendere l’acqua da qualche fontana pubblica, qualche pezzo di pane nei forni che aprivano di tanto in tanto ai quattro angoli della città o una fugace visita al mercato o nei luoghi dove si potevano acquistare o scambiare merci, cibo a prezzi stratosferici. Tutto e sempre con l’incombente incubo della spada di Damocle del destino, obiettivi inermi dei cecchini o delle schegge di qualche ordigno. Spesso anche i libri, strappandone le pagine con il pianto nel cuore, servirono ad alimentare i fuochi per cucinare qualcosa dopo che erano finiti in fumo i mobili di casa e persino gli alberi dei parchi cittadini durante i durissimi inverni passati sotto assedio.

Le file di alberi lungo i fiumi o le piante dei parchi si trovavano spesso sulla linea del fronte e gli sniper non si facevano sfuggire l’opportunità di colpire le loro prede, soprattutto se erano bambini perché in tal caso gli obiettivi raddoppiavano poiché un adulto si sarebbe precipitato in aiuto. Così anche i parchi si trasformarono in cimiteri improvvisati. Ogni luogo era utilizzabile in città per ospitare i defunti e le vittime con le steli bianche che spuntavano tra le case, in ogni spazio, persino nei campi di calcio. Su tutte le medesime date riferite alla morte che avvenne nel 1992, 1993, 1994, 1995. Nella prima metà della decade malefica delle guerre balcaniche di fine Novecento.

E poi “le rose di Sarajevo”, tracce che il tempo ha ormai quasi cancellato che ricordavano le ferite lasciate nell’asfalto dai colpi di mortaio e che, nei punti dove avevano stroncato la vita di persone, erano state riempite da vernice rossa. Rappresentavano l’urlo muto di Sarajevo, un modo doloroso e pieno di dignità di rammentare i morti, inciso nel selciato e impresso a fuoco nella memoria e nei cuori dei sarajevesi. Le “rose” si trovavano nei posti più disparati, dove le granate avevano spezzato la vita di chi cercava di racimolare qualcosa al mercato, tentava di riempire una tanica d’acqua, dove si e’ fermata la corsa di un uomo o una donna nell’attraversare una via o il gioco allegro e incosciente di un bambino. Disse un ragazzo, Aljia: “Durante l’assedio eravamo suddivisi in quelli che hanno con le loro vite piantato le rose, oppure nei sopravvissuti che le annaffiavano con le loro lacrime. Questa era l’unica suddivisione”.



Note

[1] Foto di Paolo Siccardi

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