Sanità Piemonte: il problema nel problema dei malati non autosufficienti
- Andrea Ciattaglia
- 12 giu
- Tempo di lettura: 4 min
Aggiornamento: 12 giu
A fine 2025 sono diventati 11.600 in attesa della convenzione Asl, ma la Regione non risponde
di Andrea Ciattaglia

Il recente articolo di Rosanna Caraci sulla riforma (bloccata) del ministro Schillaci ha inevitabilmente portato in primo piano, per la delicatezza dell'argomento, anche la pubblicazione dei dati sulle convenzioni Rsa negate ai malati non autosufficienti piemontesi. Un problema nel problema, viene da osservare, perché al pari del tramonto di una riforma nazionale annunciata e ripresa con enfasi più volte dal governo, con quelle cifre in chiave piemontese tramonta definitivamente il rassicurante racconto dell’amministrazione regionale guidata da Alberto Cirio in materia di sanità e cure di lunga durata. Infatti, se i numeri contenuti nel Piano sociosanitario regionale fotografavano la situazione degli esclusi dalla quota sanitaria del ricovero a febbraio 2026, quelli resi noti a fine maggio dopo l’accesso agli atti della consigliera regionale Alice Ravinale (Avs) hanno dato conto della situazione a fine 2025.
Un risultato drammatico.
Erano 8mila 500 i non autosufficienti in attesa della convenzione Asl, sono diventati a fine anno più di 11mila 600 (+35%). Solo a Torino Città i malati che si sono visti negare il ricovero in convenzione hanno sforato la simbolica cifra di 2mila (erano 1.829 a febbraio 2025) con un’esplosione dei casi giudicati dalla Commissione Asl-Comune come «differibili», cioè nemmeno meritevoli di una data di presa in carico, per quanto in là nel tempo, ma destinati a ripresentarsi alla medesima valutazione dopo minimo un anno di retta privata.
Erano 104 nel Piano socio-sanitario, sono diventati 740 a fine 2025 (+611%). Il fortissimo incremento dei casi meno urgenti è una costante regionale, non solo torinese: da 4.217 casi a 7.399 (+75%) un fenomeno che genera interrogativi sul sistema stesso di valutazione, un filtro regionale non previsto dalla normativa nazionale che, invece, prevede il pagamento del 50% della retta da parte delle Asl in tutti i ricoveri Rsa. È possibile che, dopo la pubblicazione dei pessimi dati di febbraio 2025, confluiti nel Piano sociosanitario, l’input alle Aziende sanitarie sia stato quello di diminuire il più possibile il numero degli urgenti in attesa, catalogando come rinviabili a data da destinarsi tutte le altre domande?
Di sicuro le dichiarazioni dell’amministrazione regionale - «Abbiamo garantito alle Rsa risorse come mai è avvenuto in passato» - non reggono alla prova della domanda di cure. Che corre molto più dei tamponi regionali. Sommando insieme le risorse europee destinate ai gestori (non agli utenti), altri contributi sociali e le quote sanitarie, l’amministrazione Cirio rivendica il primato della spesa nel settore, senza considerare due elementi fondamentali: l’aumento del costo unitario delle quote (per cui con le stesse risorse si curano meno malati) e il carattere non strutturale di tutte le spese, salvo le quote sanitarie Lea. Palliativi temporanei e incerti, insomma. A fronte di una richiesta di cura crescente e prevedibile.
I dati Anaste
L’ha detto senza mezzi termini l’Associazione nazionale strutture territoriali (Anaste): «Il Piemonte è maglia nera nei posti Rsa compartecipati dalle Asl: la media regionale dei posti in convenzione rispetto al totale si ferma infatti al 48,19%, a fronte di un dato nazionale pari all’82,13%». Se in altre Regioni, insomma, meno di due posti su dieci sono occupati da malati costretti a pagarsi in toto le spese di assistenza e cura, in Piemonte questa condizione riguarda più della metà degli oltre 30mila posti letto. Ancora Anaste. «Per garantire un budget adeguato alle richieste di ricovero degli ultrasettantacinquenni, sarebbe sufficiente destinare una quota crescente del Fondo sanitario regionale alle convenzioni: con 16 milioni di euro all’anno in più della spesa storica si coprono mille posti convenzionati in più rispetto agli attuali per aggredire le liste di attesa».
Due conti spicci danno la dimensione economica del fenomeno e l’idea del carico sulle famiglie piemontesi, che potrebbe essere riorientato altrove (la tanto cercata mai trovata ripresa dei consumi?) se i Livelli essenziali nazionali venissero effettivamente riconosciuti.
Arrotondiamo a 3mila euro il costo mensile di una retta Rsa, anche se in molti casi specialmente in città la cifra è più vicina ai 4mila, e a 30mila il numero dei posti letto totali in Rsa presenti in Regione. Per i malati non autosufficienti senza convenzione sanitaria, come abbiamo detto circa la metà dei posti disponibili, la spesa complessiva annuale che grava interamente sulle loro tasche è di 540 milioni di euro (15mila posti per 3mila euro al mese per 12 mesi). A questo dato, per avere una fotografia di massima della spesa privata per la residenzialità dei malati non autosufficienti vanno aggiunte le quote alberghiere degli altri ricoverati, quelli che la convenzione Asl ce l’hanno, ma devono pagare l’altra metà del costo di degenza: 15mila posti per 1.500 euro al mese per 12 mesi. Risultato: 270 milioni di euro (al lordo di qualche decina di milioni di integrazioni comunali per i più poveri, che non sposta la sostanza del discorso), che portano a oltre 800 milioni l’ammontare complessivo di spesa privata per cure e assistenza ai non autosufficienti.
A chi ha ancora il coraggio di dire che la sanità piemontese risponde ai bisogni dei propri malati (e dei più malati tra i malati, oltretutto) dovrebbe bastare questo dato. La cura dei più deboli è ingiustamente, perché si tratta di violazione di leggi dello Stato da parte delle istituzioni che dovrebbero invece garantirle, in gran parte sulle spalle dei cittadini. Una conclusione amara, che ne chiama un’altra dello stesso sapore: che senso civico e di società può crescere in questo ambiente di abbandono istituzionale ormai conclamato?











































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