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Riforma fisco e catasto, il silenzio non è d’oro…

di Anna Paschero|

Di riforma del catasto se ne parla dall’inizio degli anni Novanta, quando tale strumento fiscale avrebbe dovuto fornire una base imponibile certa e aggiornata dell’Imposta Comunale sugli Immobili (ICI) che rappresentava, in quegli anni, un primo timido ritorno all’autonomia impositiva comunale. Negli ultimi giorni l’argomento è tornato di attualità nel dibattito politico, dopo l’ostentato silenzio, salvo rare ed encomiabili eccezioni (Cfr. Alfonso Gianni, Se il governo partorisce il topolino, il Manifesto 18 settembre 2021), dei principali organi di informazione nazionali sulla mancata approvazione della delega fiscale da parte del Governo entro il termine del 31 luglio concordato con l’Unione Europea. Anche se, è ormai certo, il tema “catasto” diventerà parte della riforma, restano ancor sconosciute le modalità con le quali il Governo è intenzionato a intervenire su tale strumento. Questo, della riforma fiscale, costituisce l’ultimo tentativo, in ordine di tempo, non solo per ristabilire condizioni di maggior equità del prelievo fiscale, ma anche per adempiere agli obblighi assunti dall’Italia nei confronti delle istituzioni europee e internazionali (Fondo Monetario Internazionale e Consiglio dell’Unione Europea), che da anni la stanno sollecitando. La tassazione sugli immobili (terreni e fabbricati) – sia sul reddito prodotto, sia sul patrimonio – costituisce un gettito finanziario per l’erario di oltre 40 miliardi all’anno. A causa dell’inadeguatezza delle banche dati catastali a tale prelievo sfuggono ancora molti beni immobiliari (immobili cosiddetti “ fantasma”) con ripercussioni sia sul gettito dell’IRPEF, sia su quello dell’IMU locale. Il recupero dell’evasione fiscale pare essere diventato allora ineludibile per disporre delle risorse finanziarie necessarie a ridurre la pressione fiscale sul lavoro, dopo aver preso atto del costo (circa 40 miliardi) dei contradditori interventi in materia suggeriti, il 30 giugno scorso, dalle commissioni congiunte Camera e Senato. I tentativi per creare strumenti antievasione sugli immobili non sono mancati nel corso degli anni: il prof. Paolo Sylos Labini, economista e statistico di fama internazionale, inventò il “catasto elettrico”: strumento che, fin dalla metà degli anni Novanta, doveva contribuire a far emergere, visto il pessimo stato in cui si trovava il catasto, abusi edilizi e forme d’elusione fiscale sui cespiti immobiliari. Il catasto elettrico ebbe poca fortuna per scarsa sensibilità civica, ma anche per mancanza di una legge dello Stato che avrebbe dovuto renderlo obbligatorio. L’idea con cui fu concepito si rivelò comunque molto affine a quella praticata, qualche tempo dopo, dal Comune di Rivoli, subito seguita da altri comuni: se gli archivi catastali erano inadeguati per gestire correttamente la nuova imposta, era possibile, con un accurato censimento fisico degli immobili, creare un data base aggiornato e funzionale. La logica con cui fu condotta l’intera operazione, rivoluzionaria nella sua semplicità, ma rivelatasi molto efficace, era ispirata da un passo della “Ricchezza delle Nazioni” di Adam Smith. Anziché il soggetto da tassare, fu preso in considerazione l’oggetto della tassazione che, nel caso degli immobili, era non solo ben visibile e alla luce del sole, ma impossibile da nascondere anche al fisco. Un tentativo successivo risale alla legge delega dell’11 marzo 2014, dove all’articolo 2 “riforma del catasto degli immobili” si cercava di correggere le sperequazioni delle rendite vigenti, accentuate a seguito dell’introduzione di un nuovo moltiplicatore per il calcolo dell’IMU. Tra i principi e criteri per la determinazione del valore catastale la delega indicava, in particolare, la definizione degli ambiti territoriali del mercato, nonché la determinazione del valore patrimoniale utilizzando il metro quadrato come unità di consistenza in luogo del numero dei vani. In materia di riforma del catasto la legge delega del 2014 è stata attuata solo con riferimento alla composizione, alle attribuzioni e al funzionamento delle Commissioni censuarie. Il decreto attuativo riferito all’art. 2 della legge delega non è mai stato emanato. Le difficoltà sono dovute solo in parte a problemi tecnici: il vero freno continua ad essere quello politico perché legato agli effetti redistributivi della riforma: nel caso di invarianza del gettito ci saranno contribuenti che pagherebbero di più e altri che pagherebbero di meno. Nel caso specifico del patrimonio immobiliare la stessa situazione si verificherebbe per i comuni. Eppure sarebbe l’unico modo per eliminare iniquità sedimentate nel corso degli anni. Manca il coraggio politico per spiegare che riforme di questo tipo non causano, per chi paga più tasse, un maggior aggravio fiscale, ma l’eliminazione di un maggior vantaggio di cui finora si è beneficiato. Anche oggi sembra prevalere sempre più la tendenza a fare in modo che la riforma della tassazione non comporti un maggior onere per nessuno: un tale approccio non solo si rivela insostenibile, ma contribuisce a rendere il sistema fiscale ancora più ingiusto.

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