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Riforma fisco, al momento una scatola vuota

di Anna Paschero|

Nell’attesa di poter leggere i dieci articoli del testo della legge delega fiscale, appena approvata dal Consiglio dei Ministri – con l’assenza dei ministri della Lega per diversità di vedute – un primo giudizio sul contenuto di uno degli atti più importanti di questo Governo al momento non può che basarsi sulla illustrazione fatta dal Presidente del Consiglio Mario Draghi e dal suo ministro Daniele Franco nel corso della conferenza stampa di ieri, 5 ottobre. Si tratta – per esplicita ammissione dei due relatori – di una “prima parola” sul provvedimento che richiederà tempo, almeno 18 mesi per l’esercizio della delega, per diventare operativo. In sostanza, una scatola vuota di contenuti, ma ispirata ad una serie di principi cardine, che prendono avvio dal lavoro svolto dalle Commissioni congiunte Camera e Senato. IRPEF e IVA continuano a rappresentare i pilastri del sistema fiscale, ma devono essere riconsiderati per diventare più efficienti e meno distorsivi. L’obiettivo principale della riforma resta quello dello stimolo alla crescita economica attraverso la riduzione del carico fiscale sui fattori produttivi. Nessun accenno alla necessità di una redistribuzione del carico fiscale per ridurre le disuguaglianze: i poveri sono sempre più poveri e i ricchi sono sempre più ricchi. I numeri pubblicati dal Dipartimento delle Finanze del Ministero dell’Economia rappresentano, a questo proposito, una situazione allarmante – peraltro del tutto ignorata dal lavoro delle Commissioni. Il sistema “rimane” progressivo: dichiarazione che lascia intuire che non ci sarà alcun intervento per rafforzare tale principio, indebolito dai molteplici interventi legislativi adottati dal 1983 al 2007 che hanno ridotto a 5, rispetto alle iniziali 32, le aliquote percentuali crescenti e i relativi scaglioni di reddito. Tali interventi hanno aumentato il prelievo fiscale di 13 punti percentuali (aliquota marginale dal 10 al 23%) sui redditi del primo scaglione e hanno diminuito il prelievo fiscale di 29 punti percentuali (aliquota marginale dal 72 al 43%) sull’ultimo scaglione, appiattendone la progressività. La prevista sostituzione delle attuali addizionali locali con sovrimposte ad aliquota unica, inciderà in modo sensibile sulla progressività dell’intero sistema nazionale, riducendone ulteriormente la portata. Il contrasto all’evasione e all’elusione fiscale – stimata in 100 miliardi annui – è diventata centrale nella riforma anche perché sarà funzionale al recupero delle risorse necessarie a ridurre la pressione fiscale. Infatti la riduzione delle aliquote può contare al momento su 2 miliardi stanziati nel 2022 e 1 miliardo negli anni successivi ed ogni provvedimento di riduzione della pressione fiscale dovrà trovare necessariamente una sua copertura finanziaria. Peccato che la riduzione delle aliquote non riguarderà tutte le classi di reddito, ma solo quelle a partire dai “redditi medi”, con particolare attenzione ai redditi da lavoro. E poiché il sistema resterà “duale”, i redditi di capitale saranno tassati in misura proporzionale, con unica aliquota, e quelli da lavoro in misura progressiva. Il ministro Franco ha sottolineato come la riduzione del prelievo fiscale sul lavoro sia necessaria e urgente in quanto supera di 11 punti la media OCSE. Non si comprende allora perché i redditi di capitale debbano continuare ad essere tassati a parte con aliquote inferiori a quelle medie applicate ai redditi di lavoro e non possano invece ampliare la base imponibile dei redditi da tassare in misura progressiva. Sempre con riguardo all’enunciata intenzione di contrastare l’evasione e l’elusione dalle imposte, il giornalista di “La Repubblica” ha chiesto al ministro di indicare le misure e gli obiettivi che il Governo intende adottare per operare in questa direzione. La risposta è stata lapidaria: la legge delega definisce linee di intervento e principi generali. I decreti attuativi individueranno le misure, senza fissare obiettivi ambiziosi, ma coerenti con il principio del recupero dell’evasione. Obiezione personale: senza l’individuazione di obiettivi sarà pressoché impossibile stabilire un piano concreto di riduzione del carico fiscale, visto che quest’ultimo dipende dagli esiti del recupero dell’evasione. Altra azione cardine prevista dalla legge delega riguarda la revisione delle deduzioni dalla base imponibile e delle molteplici detrazioni dall’imposta. Intervento questo pienamente condivisibile in quanto esse vengono a modificare in maniera significativa la curva progressiva dell’imposta a favore della classi di reddito più elevate. Il capitolo più dibattuto, e non a caso, è stato quello del catasto. In apertura della conferenza stampa il Presidente Draghi ha voluto precisare che con la “riformulazione” del catasto il Governo si impegna ad accatastare tutti gli immobili non ancora registrati e a rivedere gli estimi in relazione ai valori di mercato. Sono stati previsti cinque anni di lavoro. Ma ha anche puntualizzato che la revisione delle rendite non modificherà l’attuale imposizione fiscale, che resterà tale e quale per ogni contribuente. Affermazione che suona strana se riferita ad uno strumento, come quello del catasto, squisitamente fiscale. Ovvero, se ne riparlerà nel 2026 o il riordino, se verrà completato, resterà lettera morta come purtroppo è avvenuto per altre operazioni di perequazione e redistribuzione finanziaria come, per citarne una, quella dei trasferimenti alle autonomie locali? Sugli ostacoli sociologici alla riforma tributaria, il prof. Cesare Cosciani, scriveva nel 1967: “la classe dirigente italiana di fronte alla riforma tributaria si trova davanti ad una prova di maturità. Vedremo se sarà in grado di superarla e non perdere questa occasione per darci, anche in questo settore, un ordinamento più vicino a quelli di paesi socialmente più evoluti e per far prevalere l’interesse generale della collettività sui privilegi particolari di alcuni gruppi sociali”. Monito che resta oggi, ancora molto attuale, ma temo ancora disatteso.

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