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Profughi afghani, dall’accoglienza alla solidale concretezza

di Chiara Laura Riccardo |

Possiamo dire con ragionevole certezza che “mala tempora currunt sed peiora parantur” se guardiamo le immagini in diretta dall’Afghanistan che dominano i telegiornali e campeggiano sulle prime pagine dei giornali da settimane. Immagini che non possono non scuotere le coscienze: dalle mamme di Kabul, che all’aeroporto cercano di consegnare i loro bambini ai soldati stranieri, agli afghani che cercano di scappare aggrappati ai carrelli di un aereo militare americano per precipitare nel vuoto poco dopo il decollo. La situazione di emergenza dell’Afghanistan ha acceso il dibattito sul piano etico e umanitario sul tema dell’accoglienza dovendo, l’Europa, nuovamente affrontare un’enorme onda migratoria. E nel tentativo di dare concretezza ad un percorso di accoglienza, ci si trova dunque in bilico – come ha sottolineato con efficacia il generale Antonio Pennino nel suo recente intervento (cfr. La politica dell’accoglienza è anche una politica di doveri in https://www.laportadivetro.org/wp-content/uploads/2021/08/model_-ap2-1.pdf) – tra il difendere i valori umani e lo stimolare la definizione di progettualità e di azioni da mettere in campo per dare un orizzonte di possibilità a chi, carico di sofferenza, arriva con la speranza di un futuro migliore. Questo perché troppo spesso si parla di accoglienza senza che poi questa, da “retorica” e “astratta”, si trasformi in concretezza con progetti anche finalizzati ad abbattere i muri della diffidenza e dell’ostilità. In questi giorni è stato ricordato e ci si è soffermati sul fatto che l’Italia risulta lo stato dell’Unione Europeo che ha accolto più profughi afghani evacuati da Kabul. Il tema oggi torna dunque ad essere, rivolgendo lo sguardo al domani, quello dell’accogliere lo straniero. Accogliere è certamente doveroso e necessario, ma altrettanto doveroso e necessario è strutturare un piano di accoglienza lungimirante, non solo basato sul hic et nunc, ma favorente la creazione di una rete di raccordo tra le istituzioni, le strutture deputate all’accoglienza e la società civile per una migliore gestione mondiale della “mobilità umana”. Oggi purtroppo “accogliere” fa ancora rima con “paura”, una paura dell’altro, dettata spesso dalla situazione sociale ed economica che, in Italia, stiamo da tempo vivendo e che ha portato, negli ultimi dieci anni, all’impoverimento progressivo della classe media italiana e difficoltà per le famiglie a causa della perdita dei posti di lavoro. A tutto questo non possiamo non aggiungere la pandemia da Covid-19 che ha agito, nella nostra comunità, come un acceleratore sulle disuguaglianze sociali ed economiche, già da tempo troppo presenti. Un’epoca, questa, che il sociologo Zygmunt Bauman descrive con l’espressione “postmodernità liquida” con i suoi contorni incerti e priva di certezze dove, anche il fenomeno migratorio, è tra i motori del cambiamento sociale ed economico. Un motore che, pur essendo nella teoria considerato uno dei più importati generatori di crescita economica, di fatto sembra essere stato promotore di individualismo e divisioni. Lungi dal voler far politica in queste poche righe sul tema dell’accoglienza, è però doveroso sottolineare che, in questa cornice sociale, per accogliere chi oggi dall’Afghanistan ci chiede sostegno per un nuovo percorso di vita dignitoso per sé e per i propri figli, non basta la buona volontà messa in campo dai singoli per assicurare il soddisfacimento dei bisogni primari (pensiamo alle tante iniziative di solidarietà avanzate in queste settimane, nei vari comuni italiani, dalle raccolte fondi al reperimento di abbigliamento per donne e bambini ecc.). Questo è certamente un primo importante passo, ma poi servono, a livello locale e nazionale, progetti concreti utili a promuovere e creare opportunità abitative, scolastiche e occupazionali. E proprio sul verbo “promuovere” si è espresso, in modo semplice e pragmatico, Papa Francesco in uno dei suoi discorsi dedicati alla Giornata mondiale del rifugiato. Il Pontefice ha sostenuto che “promuovere vuol dire essenzialmente adoperarsi affinché tutti i migranti e i rifugiati, così come le comunità che li accolgono, siano messi in condizione di realizzarsi come persone in tutte le dimensioni che compongono l’umanità” e dunque la necessità di “una loro partecipazione attiva al percorso che li porterà verso l’integrazione”. Oggi dunque gli sforzi messi in campo devono orientarsi ad assicurare una gestione dell’accoglienza dei rifugiati afghani rispettosa dei valori di tutela dei più deboli e, al contempo, della sicurezza dei cittadini italiani ed europei che li accolgono, adoperandoci tutti per una solidarietà concreta e lungimirante, pronta a contrastare le soluzioni miopi e a breve termine che ancora troppo spesso vengono poste in essere. Perché una nuova realtà la possiamo costruire, oltre che con il pensiero e le parole, anche e soprattutto con la progettualità e l’azione.

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