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Pregiudizi e superficialità sulle violenze di Capodanno a Milano

di Maria Grazia Cavallo |

C’è qualcosa di sconcertante, di disorientante e – temo – forse anche di controproducente nei primi commenti a caldo sulle drammatiche violenze sessuali di gruppo agìte a Capodanno in Piazza Duomo a Milano. Intanto è sconcertante la granitica certezza di coloro che danno l’idea di aver già capito tutto: ben prima e ancor meglio degli inquirenti. I quali, invece, si trovano agli esordi di un’inchiesta che si prospetta tecnicamente non semplice, né breve. Certi commentatori “d’istinto”, al contrario – e magari anche in buona fede – partendo soltanto da qualche fotogramma opportunamente oscurato, sembrano aver compreso anche il testo e il sottotesto dei primi lanci d’agenzia e degli scarni dettagli di cronaca. E sembrano avere un’idea precisa su chi abbia la responsabilità diretta di quei fatti orrendi e – soprattutto – su chi ne abbia la responsabilità “indiretta”: cioè politica. Dunque – salvo che certe idee non fossero già presenti nelle loro menti in forma di pregiudizi, cioè: indipendentemente dai fatti e dal loro stesso verificarsi – quei commentatori “spostano” la discussione dal contrasto al gravissimo problema delinquenziale e sottoculturale della violenza sulle donne all’opposizione ideologica nei confronti di chi è favorevole alla politica dell’integrazione degli stranieri. Il messaggio non è esplicito (non potrebbe esserlo così sfrontatamente), ma è di certo suggestivo. Come se quei fatti orrendi non sarebbero potuti accadere nel 2022, nel cuore di quella che viene ritenuta la capitale economica dell’Italia. Che è così all’avanguardia nel proteggere le donne, tanto da piangerne così spesso le morti violente. Una ogni tre giorni, spesso per mano “amica”. Ma se così stanno le cose – e così stanno – che senso ha stigmatizzare il fatto che non si è abbastanza detto e scritto e sottolineato che gli aggressori sono presumibilmente (non sono ancora stati identificati) in maggioranza extracomunitari? Detto più semplicemente: che senso ha buttarla in ideologia? Proviamo a fare un ragionamento “al contrario”. Cambierebbe qualcosa nella gravità dei fatti, se a muoversi in branco – questo è il termine che si usa, senza offesa per i lupi – se ad agire fossero stati uomini italiani? Cambierebbe qualcosa nell’umiliazione e nel dolore di quelle ragazze? E dunque: se non esistono soluzioni semplici a problemi complessi, il ricondurre tout court le violenze di Capodanno a matrici culturali diverse dalla nostra sarebbe fin troppo semplicistico. È chiaro che la nostra stigmatizzazione di qualsiasi violenza sulle donne è totale, irriducibile, intransigente. Ma “appoggiare” le nostre risposte su questa consapevolezza non ci serve ad individuare un percorso di soluzione a violenze di uomini che anche da noi – e sempre più frequentemente, uccidono, degradano, umiliano le donne e vigliaccamente, i soggetti più “fragili”. E che per effetto transitivo diventano modelli di comportamento sociale… Direi che ormai, piuttosto che usare il termine più ampio e onnicomprensivo di “cultura”, dovremmo cominciare, una buona volta ,ad indicare come “sottoculture” le multiformi manifestazioni di predominio e di prevaricazione sulle donne. Con modalità diverse e con diverse intensità – in un allucinante catalogo degli orrori e delle gradazioni dei dolori – il problema riguarda tutti gli esseri umani, sotto tutti i cieli. Il tema non può essere ridotto a semplice “effetto” di diversità di origini; né annacquato da contrasti ideologici fra di noi. Ciò rischierebbe di “disorientare” la nostra attenzione rispetto all’obiettivo verso cui dobbiamo dirigere, sinergicamente, il nostro impegno: che è quello di superare – con le buone leggi, con l’istruzione, con un welfare adeguato, con un’attenta politica di prevenzione, protezione e integrazione – ogni asimmetria di genere. Potremo continuare la nostra analisi sul Capodanno in piazza Duomo quando conosceremo altri dettagli. Sarà importante sapere, ad esempio: se gli aggressori siano minorenni o maggiorenni; se tutti o soltanto in prevalenza stranieri; se (in tal caso) d’ingresso recente in Italia o di seconda generazione; se abbiano compiuto percorsi d’integrazione e dove tali percorsi abbiano presentato lacune. Ed anche conoscere quali fossero le dinamiche interne del gruppo; se i soggetti abbiano agìto sotto effetto di sostanze, analizzando ogni elemento che possa farci comprendere il perché della loro azione. Dopodiché potremo riflettere sul modo attraverso cui potranno pagare il loro debito con la giustizia, con la società e, soprattutto, con le vittime.

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