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Prebende varie e i tagli a sanità e scuola: il populismo all'attacco del Welfare (vero)

di Giancarlo Rapetti*


Il giorno 11 febbraio 2022, alle ore 15, a Palazzo Chigi si tenne una Conferenza stampa dell’allora Presidente del Consiglio Draghi assistito dal Ministro della Giustizia Marta Cartabia e dal Ministro dell’Economia Daniele Franco. Diversi gli argomenti trattati, l’attenzione si concentrò sul Superbonus 110%, giacché il ministro Franco, nel riferire che incentivi per oltre 4 miliardi di euro erano sotto inchiesta e che la magistratura penale aveva disposto sequestri per 2,3 miliardi di euro, commentava che con il Superbonus 110% si è consumata “la più grande truffa nella storia della Repubblica”.

La dichiarazione è stata ripresa con moderazione dalla stampa, che non ha voluto far crescere il caso. Nei mesi successivi l’attenzione si è spostata piuttosto sul ridimensionamento delle misure restrittive del Governo, allo scopo di far continuare il meccanismo per non fermare i cantieri presenti e futuri.


L'allarme di Draghi sul Superbonus

Anche se il meccanismo, come rilevato dal Presidente Draghi nella stessa conferenza stampa, ha dei costi altissimi che gli esiti economici non giustificano.

Quali sono le caratteristiche del Superbonus?

Si tratta formalmente di un incentivo fiscale, apparentemente nel solco delle incentivazioni fiscali all’economia, specialmente all’edilizia, ma le cui caratteristiche non si sono mai viste prima:

1)la percentuale, superiore al 100%, che quindi copre tutti i costi sostenuti dal beneficiario dell’incentivo;

2)la possibilità di cedere il credito all’impresa esecutrice dei lavori o a una banca.

 Ciò ha due effetti: il beneficiario non deve anticipare denaro; il beneficiario non deve avere imposte da cui detrarre il credito, quindi può essere un incapiente. Di fatto non si può più parlare di detrazione d’imposta, ma di un vero e proprio contributo.

Nel tempo i numeri esposti dal ministro Franco sono ulteriormente saliti. Nell’autunno 2022 si parlava di costi per lo Stato di 60 miliardi, e di cifre sotto inchiesta per 6 miliardi. Secondo una sintesi dell’ufficio documentazione della Camera dei Deputati, al 31/8/2023 gli interventi (relativi al solo Superbonus) ammessi a detrazione ammontavano a 85 miliardi. Se si considerano tutti i bonus edilizi, la cifra delle irregolarità è salita 9 miliardi, e il costo complessivo si avvia verso i 150 miliardi. Anche se quest’ultimo importo non è significativo, perché i bonus al 50% di detrazione non possono essere assimilati al 110%.

Il Superbonus è stato introdotto con il decreto legge 34 del 19 maggio 2020, quindi dal Governo Conte 2.

E’ firmato da Conte, Presidente del Consiglio dei ministri e Gualtieri, ministro dell'Economia e delle Finanze.

Come ha fatto notare Draghi, con la consueta sobria e asciutta precisione, l’effetto principale del Superbonus è quello di far aumentare i prezzi: quando il costo del contratto è pagato da un terzo, cade l’interesse a contrattare da parte del committente e quindi, anche senza esplicita connivenza, il prezzo non ha più limite.

In più, la concentrazione di lavori in un tempo breve, per rispettare le scadenze, ha creato ulteriore tensione sui prezzi dell’intera filiera. Sono sorte imprese improvvisate per cogliere al balzo l’occasione.

Si sono fatti lavori inutili, di cattiva qualità, a costi esorbitanti. Il tutto a carico del bilancio dello Stato, cioè dei contribuenti presenti o futuri. Luigi Marattin (che resta comunque uno dei politici più attenti al merito dei problemi) ha sostenuto che la parte “cattiva” del Superbonus 110% era solo la cessione illimitata del credito. Questa era certamente una parte “cattiva”, ma l’altra, l’eccesso di detrazione, come ha spiegato Draghi, era altrettanto “cattiva”.


Luoghi comuni e leggende metropolitane

Occorre a questo punto fare una ulteriore osservazione. Molti commentatori, anche quelli di solito più rigorosi, si sono lasciati andare a ulteriori considerazioni, in particolare una: la misura avrebbe favorito i ricchi, dando un contributo anche a chi non ne aveva bisogno. L’assunto si basa sul fatto che molti beneficiari della misura sono proprietari delle famose “villette”. E per la proprietà transitiva chi ha la “villetta” è ricco. Ora, ci sono più pratiche di villette che di condomini, in numero, mentre in valore ovviamente è il contrario. I proprietari singoli sono riusciti a muoversi prima dei condomìni, che hanno delle procedure da seguire, oltre che mettere d’accordo i condòmini. Quanto alla ricchezza, queste case unifamiliari sono in provincia, spesso nella provincia profonda, hanno mediamente un valore catastale che è un terzo e un valore commerciale che è un decimo di un appartamento a Roma o Milano.

In più, per ricchi si intende quelli che pagano le tasse. E qui, chi dice che i ricchi sono favoriti dal Superbonus, commette un errore tecnico: quelli che pagano le tasse hanno più capienza per usufruire delle detrazioni; i beneficiari della cessione del credito sono gli incapienti, cioè quelli che le tasse non le pagano. Quindi, semmai, il meccanismo del Superbonus ha favorito i meno “ricchi”, quelli che non avrebbero mai potuto accedere a misure basate su di una vera detrazione fiscale.  Ci si arriva con la semplice deduzione logica, confermata dai dati: dal citato documento della Camera, si rileva che il 75% dei beneficiari del Superbonus ha un reddito inferiore ai 36.000 euro annui. 

In seconda battuta, scavando nel profondo, emerge la prova che molti sono, a loro insaputa, “populisti dentro”. Non ce la faremo mai. In Italia, pagare le tasse è una colpa grave, che va punita in ogni possibile occasione. I figli dei contribuenti pagano la mensa universitaria, i contribuenti pagano i ticket sanitari, i contribuenti sono in coda alle graduatorie per l’accesso agli asili nido. L’elenco potrebbe continuare. Per inciso questa logica perversa rende l’evasione fiscale doppiamente conveniente.

Non è una storia nuova: è antico anche il ritornello “le banche danno i soldi a chi non ne ha bisogno”. Anche qui, un errore tecnico: le banche sono imprese e, per legge, devono finanziare chi, con il finanziamento ricevuto, dimostri di essere in grado di produrre un ritorno tale da poter pagare gli interessi e restituire il finanziamento: quando, per deriva politica o per favoritismi clientelari, non rispettano questa regola, fanno danni gravi all’economia e ai risparmiatori.

La politica fiscale può essere utilizzata per incentivare determinati settori o sostenere fasi di transizione; e ne viene fatto largo uso, forse troppo largo. Ma modalità e percentuali degli incentivi devono essere tali da salvaguardare i conti pubblici determinando nel medio periodo un equilibrio tra costi e ricavi, nel bilancio pubblico, non astrattamente nell’economia generale, dove ognuno può vedere quello che vuole. Anche se una cosa è scritta nero su bianco nel Nadef: comunque si interpretino i dati, “lo stimolo esercitato dai provvedimenti (Superbonus e simili) sull'attività economica e sul gettito fiscale non è stato sufficiente a compensarne i costi”. Difficilmente una detrazione superiore al 50% e frazionata in meno di dieci anni può rispettare i criteri prima esposti. Un incentivo superiore al 50% perde la sua natura di detrazione fiscale e diventa di fatto un contributo, cioè una redistribuzione di reddito. Un incentivo troppo vicino al 100%, inoltre, genera inflazione, quella sì che colpisce di più i poveri veri o anche solo i redditi più bassi.

 I bonus edilizi nacquero per incentivare l’economia, mobilitando i risparmi altrimenti dormienti, e facendo emergere il nero, che nell’edilizia regnava sovrano. La percentuale iniziale ammessa a detrazione fu il 36%, poi aumentata al 50%, perché il 36% non sembrava sufficiente a far concorrenza al nero. Le maggiori entrate Iva e Irpef o Ires, oltre al meccanismo finanziario (l’incasso per l’erario è immediato, la detrazione si distribuisce negli anni), consentiva sostanzialmente il pareggio dell’operazione. Con percentuali superiori, la ratio della misura si perde.    


Bandiere dei grillini, miopia di sinistra e demagogia di destra

A conti fatti, il Superbonus 110% in connessione con la cessione illimitata dei crediti è stato uno dei peggiori provvedimenti economici nella storia della Repubblica. Fa il paio con il reddito di cittadinanza, concettualmente altrettanto grave, anche se a breve termine è costato meno. Non a caso sono le due misure bandiera del Movimento Cinque Stelle.

La cosa curiosa è che la sinistra (anche la sinistra presunta normale) si è messa a difendere quei provvedimenti, con effetto masochistico, perché comunque gli evasori tendono a snobbare la sinistra; mentre quelle misure penalizzano chi paga le tasse (“i ricchi”), che in altra sede la sinistra dice di voler difendere.

In conclusione, la critica nei confronti del Superbonus deve essere radicale, senza se e senza ma: si tratta di un costo enorme a carico del bilancio pubblico, di risorse sottratte alla sanità e alla istruzione, i servizi universali in sofferenza.

Ma il ritornello “il Superbonus ha favorito i ricchi” è sbagliato tecnicamente e politicamente fuorviante. E’ un esempio di quel che diceva il capostipite di tutti i propagandisti politici “ripetete molte volte una bugia e diventerà la verità”. E di questi tempi il bambino di Andersen che grida “il Re è nudo” non basta più, il suo grido è sovrastato dal rumore di fondo. Le bugie che diventano verità hanno effetti pratici: il Decreto-Legge 29/12/2023 n. 212, emesso dal Governo per una proroga limitata e selettiva del Superbonus, è molto istruttivo al riguardo. Innanzitutto si evidenzia come uscire dalla situazione dannosa creata da decisioni precedenti è sempre difficile, perché riesce complesso intervenire sulle aspettative più o meno legittime che si sono create nel tempo. Questo spiega perché il Governo, anziché chiudere il Superbonus come promesso, lo riapra anche se in modo contorto, confuso e forse difficilmente applicabile. Ma si evidenzia soprattutto un’altra cosa: il virus di cui si diceva prima - “la misura ha favorito i ricchi”- ha contagiato - o dato un alibi a - il provvedimento dell’esecutivo: i termini sono riaperti per chi ha un Isee inferiore a 15.000 euro, e il decreto definisce l’intervento proprio “contributo”, con ciò evidenziando che usciamo dal campo degli incentivi fiscali per entrare in quello della redistribuzione del reddito attraverso bonus e contributi.

Sembra un dettaglio. In realtà si tratta di un altro mattoncino aggiunto alla costruzione culturale di una nuova concezione di welfare state: lo stato interviene a favore dei “poveri”, in tutti i campi, attraverso aiuti, sostegni, contributi più o meno diffusi o fantasiosi, e abbandona i pochi e fondamentali servizi universali, sanità e istruzione. La destra sta eseguendo l’operazione, ma la sponda culturale l’ha fornita la sinistra allargata, con i suoi discorsi pauperisti: la tempesta perfetta. Il ceto medio, cioè la maggioranza della popolazione, pagherà il prezzo di queste scelte. Il rischio è che se ne renda conto troppo tardi.  

 


*Componente della Assemblea Nazionale di Azione

 

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