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Personale in fuga: Piemonte è maglia nera nella sanità pubblica del Nord Italia

di Rosanna Caraci


Non è in salute la sanità piemontese. A sostenerlo è il Gruppo del Pd in Consiglio regionale a Palazzo Lascaris che denuncia un sistema in difficoltà strutturale, dove la fuoriuscita di professionisti non è più un fenomeno episodico, ma una tendenza che si è consolidata nel tempo. I dati sono inequivocabili e si sottraggono all'abituale tendenza di gettarla in polemica da una parte e dall'altra.

Infatti, nel 2025 le dimissioni rappresentano la principale causa di cessazione dal servizio. Tra i medici superano la metà del totale, raggiungendo il 55 per cento, mentre tra gli infermieri si attestano al 43%. Anche tra gli operatori socio-sanitari il fenomeno è rilevante, con il 26% delle cessazioni dovuto a dimissioni. Si tratta di numeri che mostrano un disagio diffuso e profondo, che non può essere spiegato solo con il naturale regime legato ai pensionamenti.

Parallelamente, il saldo tra assunzioni e cessazioni resta negativo, soprattutto se si guarda al personale assunto a tempo indeterminato. Nel 2025 si registrano infatti 804 cessazioni tra i medici a fronte di 738 assunzioni stabili, con un saldo di -66 unità. Ancora più marcata la situazione degli infermieri, dove il saldo è di -457, segnale di una difficoltà crescente nel mantenere gli organici. Complessivamente, il sistema sanitario regionale perde centinaia di professionisti, con un impatto diretto sulla capacità di erogare servizi.


Il problema non riguarda solo l’ultimo anno ma si inserisce in una dinamica più ampia. Nel periodo recente - ha osservato Gianna Pentenero, capogruppo Pd (nella foto) si è accumulata una perdita significativa di personale, con una tendenza negativa particolarmente evidente negli anni più recenti. La legislatura in corso registra un saldo fortemente negativo, soprattutto per quanto riguarda i medici, con oltre mille unità in meno tra il 2020 e il 2025. Anche per gli infermieri si osserva una contrazione rilevante, segno di un sistema che fatica a trattenere le proprie risorse.

A confermare il quadro contribuiscono anche i dati nazionali, che indicano per il Piemonte una riduzione del numero di medici e infermieri già nel periodo 2019-2023. A questo si aggiunge un elemento demografico critico: oltre la metà del personale ha più di 50 anni, mentre i giovani sotto i 35 anni rappresentano una quota molto ridotta. Questo squilibrio rende ancora più urgente affrontare il problema della sostituzione e del ricambio generazionale.

Le dimissioni volontarie assumono quindi un significato preciso: non si tratta solo di uscite fisiologiche ma del sintomo di condizioni di lavoro sempre più difficili. Carichi elevati, stress, scarsa valorizzazione e opportunità più attrattive altrove spingono molti professionisti a lasciare il servizio pubblico. Il risultato è un circolo vizioso in cui la carenza di personale aumenta la pressione su chi resta, alimentando ulteriori abbandoni.


Le conseguenze si riflettono direttamente sui cittadini. La riduzione degli organici incide sulla qualità e sulla tempestività delle prestazioni, contribuendo all’allungamento delle liste d’attesa e alla crescente difficoltà di accesso alle cure. In questo contesto, sempre più persone sono spinte a rivolgersi al settore privato, con evidenti ricadute sul principio di equità del sistema sanitario.

All’interno del Nord Italia, il Piemonte si colloca tra le realtà più in difficoltà sul fronte delle dimissioni, risultando tra le peggiori regioni per incidenza del fenomeno, subito dopo Liguria e Valle d’Aosta, con quest’ultima però caratterizzata da uno statuto speciale che ne rende meno comparabili alcune dinamiche. Questo posizionamento conferma la gravità della situazione piemontese e la necessità di interventi mirati.

Il nodo centrale resta la capacità di trattenere il personale. In una fase storica in cui reclutare nuovi professionisti è sempre più complesso, diventa strategico intervenire sulle condizioni di lavoro, sull’organizzazione e sulla valorizzazione delle competenze. Senza un’inversione di tendenza, il rischio è quello di un progressivo impoverimento del sistema sanitario pubblico, con effetti sempre più evidenti sia per gli operatori sia per i cittadini.

 

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