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"Perché nasciamo? Si nasce perché ogni vita apre un nuovo varco"

di Savino Pezzotta


Il mio nipotino mi ha chiesto: “Nonno, perché nascono i bambini?” La domanda mi ha spiazzato. Alla mia età si parla di acciacchi, di controlli, di come scansare la morte. E invece lui, con la sua serietà infantile, mi ha riportato al punto originario: il nascere. Mi sono chiesto se siamo ancora capaci di accogliere una nuova vita, o se preferiamo restare chiusi nella nostra particolare esistenza, difendendola come un bene privato. Forse è proprio la perdita del senso del nascere che contribuisce alla frammentazione delle nostre società: non sappiamo più che ogni vita è un’apertura, non una proprietà. È un bene comune.

I bambini, che sono intelligenti e sensibili, vivono quotidianamente la mancanza: la madre che non c’è, il padre che tarda, il buio che inquieta. Non è un difetto dell’esistenza, è la sua struttura. Non incontrano il vuoto, ma l’attesa attraverso cui il mondo arriva. Il bambino non cerca rassicurazioni: cerca verità. E quando gli adulti censurano il dolore, quando parlano senza alcuna fede nell’amore incondizionato, quando il calcolo prevale sulla gratuità, il bambino lo sente. La mentalità tecnologica, che sottopone ogni scelta al vaglio del dubbio, secolarizza i simboli e rende opaca la relazione.

Sono spesso i rapporti primari a mostrare al bambino la presenza del male. Non serve idealizzare la famiglia: serve riconoscerne i limiti, ammettere le difficoltà, cercare mutuo sostegno. Quando questo non accade, la vita si riduce a lavoro e consumo, e il nulla diventa seduzione: una leggerezza che non chiede impegno, una debolezza che si compiace di sé, così l’umanità finisce per amare le proprie infermità più dei propri beni. E allora la parola familiare si impoverisce, si riduce a monosillabi, a suoni incomprensibili. La comunicazione si perde nella banalità, le parole d’amore scivolano nel kitsch, la conversazione viene sostituita dalla parlata televisiva. Si ostenta dialogo, ma non si dice ciò che abita dentro. La casa diventa un albergo.

Dobbiamo cercare di  capire perché questo accade: noi non siamo individui, ma persone che esistono solo nel contatto. Quando il contatto si indebolisce, l’esistenza si svuota. La tecnologia non distrugge il contatto, ma lo rende opaco. E tuttavia la tecnologia non è un nemico: è un prolungamento e un ampliamento delle nostre capacità. Può aiutarci a scrivere, a fare di conto, a organizzare il lavoro, a liberarci da compiti ripetitivi. Può perfino restituirci tempo: tempo da dedicare al bene comune, alla cura, alla partecipazione. Il problema non è la tecnologia, ma l’uso che ne facciamo quando dimentichiamo che la vita è relazione e non calcolo.

La nascita lo mostra con evidenza: non è un fatto biologico, è un evento di apertura reciproca. Il neonato non entra nel mondo: apre un varco nel mondo. E chi lo accoglie scopre che la vita non è un possesso, ma un affidamento. Il legame genitoriale è la difesa più efficace contro l’invadenza del mercato. Le società industriali sono migliorate quando lavoratrici e lavoratori hanno contestato le scelte tecniche delle élite e hanno imposto criteri di equità. Anche oggi possiamo usare la tecnologia per risolvere problemi reali solo se la orientiamo verso le persone, verso la loro capacità di pensare, di scambiarsi idee, di crescere insieme.

La gratuità e la premura che fondano le attese familiari stabiliscono i criteri di ciò che vale nella vita. Ma il deterioramento dei costumi, l’incertezza morale, l’isolamento familiare offuscano questa evidenza. Nell’era digitale si pensa che tutto debba essere sottoposto al metodo scientifico. E così la sensibilità che coglie il senso degli eventi umani viene ridotta a formule.

Il mistero della nascita dimostra che questo non è tutto. C’è una felicità, una carica d’amore, che viene da altrove. La rapidità della società complessa ha reso obsoleti i linguaggi, inefficaci gli strumenti pedagogici, indifferenti le ritualità familiari, civili e religiose. Nella cultura individualistica non è più evidente la generazione simbolica: ognuno pensa a farsi da sé. Ma la verità delle cose si dischiude solo nelle relazioni umane. Una tecnologia più inclusiva, un lavoro più umano, un’economia più giusta potranno emergere solo se cambierà la base della democrazia. Non basta concentrarsi sull’intelligenza delle macchine: bisogna concentrarsi sulla loro utilità per noi, sulla loro capacità di ampliare il pensiero, la conoscenza, la cooperazione.

Riscoprire il senso del nascere significa riconoscere che ogni vita è un invito: non a possedere il mondo, ma a condividerlo. Non a difendersi, ma a esporsi. Non a chiudersi, ma a lasciarsi raggiungere. È questo che i bambini ci ricordano ogni giorno, con le loro domande che non cercano risposte tecniche ma gesti di verità.

Non si nasce per morire. Non si nasce per vivere. Si nasce per essere‑con.

E forse è proprio questo che dovremmo tornare a dire, con naturalezza, senza retorica, senza paura: che ogni nascita ci riguarda, che ogni vita apre un varco, che nessuno si salva da solo.

 

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