Pasolini e gli agenti di polizia: non è cambiato proprio nulla dal '68
- Mauro Nebiolo Vietti
- 27 lug
- Tempo di lettura: 3 min
Aggiornamento: 28 lug
di Mauro Nebiolo Vietti

Ero a Susa nel tardo pomeriggio di sabato scorso, 25 luglio, mentre le sirene della polizia e delle ambulanze si trasformavano in tante annunciatrici di sventure. Dagli aggiornamenti in tempo quasi reale di alcuni quotidiani nazionali si apprende di attacchi alle forze di polizia che difendono i cantieri Tav di Chiomonte e di San Didero; di assalitori vestiti di nero e mascherati in azione come neo "commandos" all'assalto, dotati di flessibili per aprire le reti di protezione e di consistente armamentario di strumenti offensivi, dalle bombe carta ai bastoni, al lancio di pietre.
Leggo che la polizia arretra. Gli osservatori riferiscono di colonne in arrivo attraverso i boschi con gli intento di rafforzare lo schieramento degli attaccanti, ora che la prima linea è stata sfondata. Siamo alla guerriglia tra le fresche frasche. Una sventagliata di notizie su cui s'invola la polemica dei partiti di centro destra, mentre quelli di sinistra si tacciono.
In automatico rimetto in moto la macchina del tempo e rivedo le immagini in bianco e nero degli scontri a Valle Giulia, Roma, 1968. Divise diverse di agenti diversi anche nella fisicità. Un'altra epoca. Ciò che non è cambiato è il potere di acquisto, i salari per intenderci, dei servitori dello stato. E la loro, sempre degli agenti, domanda su che cosa c'entri la violenza organizzata con la Tav, cui se ne aggiunge un'altra, per nulla secondaria: perché ci si ritrova sempre in queste situazioni di pericolo, perché si corre sempre il rischio di rimanere feriti in maniera permanente da una pietra, da una bomba carta, da bombe molotov, quando nel nostro Paese è garantito al cittadino il diritto a manifestare e a protestare civilmente e pacificamente? Un diritto tutelato dalla Costituzione. E che rende gratuita e contra legem qualunque forma di violenza contro le forze dell'ordine.
Allora quel ritorno al passato mi riporta ad una tra le più note riflessioni di Pier Paolo Pasolini. Straordinarie e fuori dal coro riflessioni che avrei voluto ascoltare proprio in tempo altrettanto reale a quello della cronaca dagli esponenti dei partiti di sinistra. Magari della serie - visto che gli scontri hanno provocato 120 feriti tra gli agenti di pubblica sicurezza - “...ragazzi, se avete qualcosa da dire, manifestate, non abbiate dubbi o remore, ricordatevi solo che i poliziotti sono dei poveri cristi, che tutte le volte che li picchiate, picchiate un proletario, e tutte le volte che mandate in ospedale un poveraccio, non dovete godere perché farlo con chi si è arruolato comporta soltanto che voi appariate come giovani che non lavorano, perché coinvolti in progetti rivoluzionari che possono permettersi di essere contro non di qualcosa o di qualcuno, ma di tutto ove solo la negazione del presente permette di sperare in un futuro.”
Invece non si ode niente a sinistra. Neppure uno squillo di tromba, come nell'Adelchi di Manzoni. Sindrome da campo largo?, che induce alla prudenza, a secondo degli avvenimenti, i principali "azionisti" della ditta?
Solito canovaccio a destra. Con un distinguo, però: le solite frasi pro-elettorali risentono del logorio della vita parlamentare, se non altro per questi quattro anni passati al governo che reclamano anche una postura diversa da chi sciorina sempre grandi risultati raggiunti. A parole. Ma, forse, a congelare il logos dev'essere l'ombra sempre più lunga di Roberto Vannacci che incombe su Palazzo Chigi. Lui sì che in tuta mimetica, anfibi, faccia truccata di nero e di verde per mimetizzarsi alla grande nel bosco valsusino, saprebbe come regolare i conti con i Black bloc. Almeno come promessa per la prossima tornata elettorale.











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