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Palestina, alle radici della guerra senza fine (II)

di Stefano Marengo |

Dovrebbe essere abbastanza evidente che la questione palestinese non potrà mai essere risolta se, preliminarmente, non verranno sciolti i nodi che abbiamo riassunto nella prima parte di questo articolo: la garanzia del diritto al ritorno dei rifugiati e dei loro discendenti unita alla fine dell’occupazione militare e della colonizzazione. Ogni soluzione che non tenga conto di questi tre aspetti sarà sempre una soluzione parziale, e quindi destinata a fallire. È allora necessario farla finita una volta per tutte con lo spirito, o meglio il fantasma, degli accordi di Oslo, con quel fantomatico “processo di pace” e la “soluzione dei due Stati” che in realtà non è mai stata tale, ma sotto i cui auspici sono proseguite per decenni la colonizzazione e l’occupazione. La pace si fonda sui diritti

Giova, a questo proposito, ricordare che Arafat arrivò a siglare quegli accordi in condizioni di netto svantaggio rispetto a Rabin. Infatti, sebbene Israele si fosse appena lasciato alle spalle un decennio di significative sconfitte sul piano della credibilità internazionale (nel 1982 era avvenuta l’invasione del Libano con il massacro di Sabra e Shatila, mentre tra il 1987 e il 1993 si era assistito alla grande sollevazione della prima intifada), l’OLP era reduce dall’insensata e catastrofica scelta di appoggiare Saddam Hussein durante la prima guerra del Golfo, la corruzione iniziava a diffondersi in misura significativa tra i suoi quadri e, soprattutto, l’organizzazione appariva stremata dopo decenni di lotta. In questo scenario, la leadership palestinese finì per accordare la propria fiducia ad accordi che si sarebbero presto rivelati una trappola. Per riepilogarne (in modo per giunta non esaustivo) i punti principali, bisogna dire, in primo luogo, che al riconoscimento dello Stato di Israele da parte dell’OLP non fece mai riscontro un analogo riconoscimento in direzione opposta. In secondo luogo, non venne presa alcuna decisione in merito allo status di Gerusalemme: la questione fu semplicemente rinviata a “tempi migliori”, ma negli anni successivi sarebbe risultato impossibile addivenire ad un’intesa. In terzo luogo, il problema del diritto al ritorno dei rifugiati non venne in alcun modo preso in considerazione. Infine, i territori occupati (essenzialmente la Cisgiordania) furono ulteriormente suddivisi tra la costituenda Autorità Nazionale Paestinese e Israele. Si istituirono in questo modo l’area A, corrispondente ai principali centri urbani, sotto diretto controllo dell’amministrazione e della polizia dell’ANP; l’area B, sottoposta a controllo amministrativo palestinese e a controllo militare israeliano; l’area C, sotto controllo militare e amministrativo israeliano. Da sottolineare è il fatto che l’area C, da sola, comprendeva il 60% del territorio palestinese e proprio qui sarebbero successivamente sorte nuove colonie, con un significativo incremento già a partire dagli anni Novanta (il che fa quantomeno sorgere l’ombra del dubbio sul fatto che Israele intendesse davvero percorrere la strada del “processo di pace”). Anche limitandosi a queste minime osservazioni, è abbastanza chiaro come gli accordi di Oslo, oltre a non garantire la nascita dello Stato di Palestina, non abbiano in nessun modo risolto le questioni (e contraddizioni) di fondo. Le dinamiche di potere che si sono venute a creare, anzi, hanno posto la leadership palestinese in una sorta di relazione simbiotica con lo Stato israeliano. Per esempio, non tutti sanno che le tasse della Cisgiordania sono riscosse da Israele, che solo in un secondo tempo, a sua discrezione, le trasferisce all’ANP. Tutto ciò, con l’andar del tempo, ha inevitabilmente finito per provocare il logoramento politico della stessa Autorità Nazionale, e davvero non ci si può stupire se oggi la stragrande maggioranza dei palestinesi non solo non segue Abu Mazen, ma non lo ascolta neanche più: proprio gli eventi di queste settimane indicano che la società civile palestinese è capace di auto organizzarsi al di fuori del controllo diretto della sua leadership ufficiale. Ecco uno dei principali motivi, en passant, per cui le elezioni previste per quest’anno sono state annullate, d’accordo con Israele: Abu Mazen sa bene che, andando alle urne, correrebbe il rischio di perdere il “potere”, o quello che lui intende come tale. L’estremismo di Hamas in un vicolo cieco

A capitalizzare lo scontento generato da questa situazione, negli ultimi vent’anni, è stata evidentemente Hamas, la quale, tuttavia, stando alle rilevazioni sul suo “gradimento”, appare oggi a sua volta altrettanto discreditata. In effetti, se nel 2006-2007 la sua ala militarista poté trarre vantaggio ideologico dal colpo di stato a suo danno ordito da Abu Mazen con il concorso di Israele e Stati Uniti, è altrettanto vero che essa non è mai stata capace di indicare delle alternative praticabili. Nel suo estremismo, anzi, ha finito per essere, con una buona dose di paradosso, la migliore alleata di Israele nel mantenimento dei rapporti di forza esistenti. Che fare, quindi? È chiaro che oggi in Israele e Palestina nessuno crede più in Oslo e nella soluzione dei due Stati. È una proposta vecchia e politicamente inservibile e d’altra parte la massiccia espansione coloniale israeliana rende ormai impossibile tracciare i confini di uno Stato palestinese che sia ancora dotato di un minimo di continuità territoriale. Chi ancora finge di crederci (come Abu Mazen e lo stesso Netanyahu) lo fa per mero calcolo politico e conservare lo status quo, ossia il proprio potere (nel caso di Abu Mazen), e per proseguire impunemente nella colonizzazione delle terre palestinesi (nel caso di Netanyahu). Senso di responsabilità e intelligenza politica impongono di seppellire definitivamente il fantasma di Oslo, prendendo atto che chi, anche in Occidente, continua a parlare di “due popoli e due stati” sta soltanto facendo esercizio di retorica. L’unica soluzione credibile, oggi, passa per la costruzione uno Stato unico, democratico e laico per israeliani e palestinesi a pari diritto. Uno Stato fondato sulla cittadinanza e non sull’appartenenza etnica.

Si tratta di una prospettiva su cui già adesso è possibile costruire una convergenza tra i settori più illuminati della società israeliana (valga per tutti la posizione assunta da una figura importante come Avraham Burg) e ampi strati di quella palestinese, specie tra le giovani generazioni, che ormai da oltre un decennio stanno maturando in proposito una nuova, avanzata coscienza politica. Per arrivare a tanto, però, è preliminarmente indispensabile sciogliere i nodi storici della questione palestinese dando agibilità al diritto al ritorno dei rifugiati, ponendo fine all’occupazione militare e fermando la colonizzazione. “Decolonizzazione”, nel senso più ampio e pregnante del termine, deve infatti essere la parola d’ordine per la Palestina, perché oggi, in un contesto che ancora si definisce in base alla polarità colonizzatori-colonizzati, non è immaginabile alcuna pacificazione, se non passando per una trasformazione radicale dei rapporti politici esistenti e delle loro basi ideologiche e materiali Per quanto riguarda l’Occidente e le sue narrazioni di comodo, è necessario smetterla con la finta neutralità e riconoscere finalmente che, nella lunga vicenda di Israele e Palestina, c’è un oppresso, il popolo palestinese, e un’oppressore, il potere colonialista israeliano. Tra i due non è possibile alcuna equidistanza. O meglio, porsi come equidistanti significa di fatto schierarsi con l’oppressore e impedire qualsiasi progresso verso la pace e la giustizia per tutti. (Fine. La precedente puntata in https://www.laportadivetro.org/wp-content/uploads/2021/05/model_-marengo-2.pdf

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