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Pagine di storia: 8 dicembre 1970, le velleità golpiste del principe Junio Valerio Borghese

di Vice


L'8 dicembre del 1970, la festa dell'Immacolata, un martedì, gli italiani si svegliarono come sempre. Il rumore del traffico era ridotto al minimo, come si conviene in una festività che aveva, tra l'altro, dato luogo a un lungo ponte. Di certo, nessuno aveva udito suoni particolari e inaspettati come quelli che provoca lo sferragliare dei cingoli di carri armati o blindati sull'asfalto o sui, tantomeno meno si era distinto il passo pesante di uomini inquadrati in formazione militare armati. Peraltro le frequenze radio funzionavano normalmente e ciò lasciava supporre che anche i programmi televisivi Rai si sarebbero stati regolari, in attesa del collegamento da Firenze per la diretta della partita tra la nazionale italiana e l'Eire per i campionati europei di calcio. Nelle edicole i quotidiani erano tutti presenti e ben allineati, compresi quelli dell'opposizione di sinistra, da Paese Sera all'Unità.

Il quotidiano fondato a Antonio Gramsci, in una corrispondenza di Franco Fabiani titolava sul trattato sottoscritto il giorno prima a Varsavia dal cancelliere tedesco, il socialdemocratico Willy Brandt, e il primo ministro polacco Cyrankiewicz con cui si chiudeva "la lunga tensione tra Germania e Polonia". Nella circostanza, il cancelliere tedesco si era inginocchiato rendendo omaggio al monumento del ghetto della capitale polacca ed aveva ricordato l'orrore del campo di concentramento di Auschwitz. Una giornata di pace, di distensione internazionale, di comprensione e di grande coraggio per il gesto del governo della Repubblica federale tedesca, come era annotato dalla maggioranza dei grandi quotidiani.

Nella cronaca della giornata, sulle colonne de La Stampa di Torino, l'inviato Tito Sansa descriveva con una percepibile emozione personale, quasi fotogramma dopo fotogramma, il momento storico: "Brandt non si è piegato. E' caduto in ginocchio sulle pietre bagnate e gelide del monumento ai morti nel ghetto, un cubo di pietra scura con due altorilievi bronzei: uno sul retro, con donne disperate, uno davanti, con giovani e vecchi armati, che ricorda l'insurrezione eroica del ghetto contro le mitragliatrici e i lanciafiamme delle SS. Il monumento sorge nel mezzo di una piazza erbosa, la piazza Muranowski, dove nel maggio del 1943 fu stroncata in un mare di fiamme l'ultima resistenza degli ebrei e dei partigiani, permettendo al comandante tedesco Juergen Stroop di mandare a Berlino l'orgoglioso telegramma: «L'ordine regna a Varsavia. Non esiste più un nucleo ebraico». I polacchi sono ammutoliti. Un giornalista greco, un esule politico, è scoppiato in lacrime".

Un'atmosfera decisamente opposta a quella respirata nello stesso giorno in Giordania, dove erano in corso furiosi combattimenti tra fedayn e le truppe fedeli a re Hussein; una guerra nata dalla decisione della monarchia di mettere al bando gli estremisti di Settembre nero.

Insomma, a parte i grandi avvenimenti sulla scena mondiale, nulla offuscava l'orizzonte degli italiani, tantomeno l'idea che fosse in atto un dettagliato e autoritario disegno di imbavagliare la loro libertà. Invece, era proprio così. Quella notte in più parti d'Italia e a Roma in particolare, si era data appuntamento una koinè di aspiranti golpisti con il testa il chiodo fisso di rimettere in riga l'Italia e gli italiani. Erano generali, colonnelli, bombaroli dell'estrema destra, centinaia di congiurati che esprimevano la manovalanza dura e pura di movimenti fascisti e organizzazioni paramilitari. In primis Avanguardia Nazionale, comandata da Stefano Delle Chiaie, all'epoca 34 anni, soprannominato "er caccola" per la bassa statura, fuoriuscito in polemica con la politica prudente del Movimento sociale italiano guidato da Almirante, inseguito da un mandato di cattura per falsa testimonianza, rientrato clandestinamente per sostenere il golpe.

Altri seguivano pericolosi e spregiudicati personaggi, come il tenente dei paracadutisti Sandro Saccucci (che diverrà negli anni successivi tristemente noto alle cronache per le sue violenze), con il compito di arrestare politici e sindacalisti di sinistra, oppositori vari e, secondo copione, trasferirli in Sardegna, in qualche campo di "ospitalità" per dissidenti. Altri gruppi, tra cui quello del Corpo della Forestale, presero posizione nei pressi di alcuni punti nevralgici della capitale, come la Rai, i cui centri di produzione erano nel mirino anche in altre parti del Paese. nel mirino anche a Milano. Insomma, era una truppa scelta che si era presa sul serio e che sul serio era presa per mano dall'anima e ispiratore del golpe, il principe Junio Valerio Borghese, un eroe di guerra, il capo della X Mas durante la Repubblica di Salò, il comandante dalla schiena diritte, secondo leggende fiorite attorno alla sua figura di avventuriero, che aveva saputo tenere testa sia agli alleati nazisti, sia ai vertici della Guardia Nazionale Repubblicana.

E' lui il metronomo da cui dipende il via libera per eseguire il blitz nelle sedi designate dell'operazione denominata anche "Tora! Tora! Tora!", inclusa l'irruzione (già avvenuta con prelievo di mitra dall'armeria), al ministero dell'Interno, al Viminale. Ma quel segnale di verde non arriverà mai. All'una e 49 il principe Borghese dirama il "tutti a casa". Il golpe dell'Immacolata finisce prima ancora di cominciare. Gli italiani scopriranno il rischio corso soltanto tre mesi dopo, grazie un articolo-denuncia del quotidiano romano Paese Sera. Le inchieste e le commissioni d'inchiesta parlamentari mostreranno quanto fossero ramificati i rapporti tra alcuni settori della politica, delle forze armate, dei servizi segreti, dell'imprenditoria, della massoneria della P2 di Licio Gelli e terroristi neofascisti. I processi per il "golpe dell'Immacolata" assolveranno tutti gli imputati, salvo quella frattaglie che in ogni situazione si ritrovano impigliati oltre le loro stesse responsabilità nelle reti delle inchieste giudiziarie. Ma chi diede il famoso "contrordine camerati" rimane ancora un mistero, uno dei tanti misteri italiani.


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