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Ora più che mai il destino dei profughi di Lipa è nelle nostre mani

di Marco Travaglini|


La situazione rischia di precipitare in una tragedia di immani proporzioni se chi ha il potere e l’autorità per intervenire non garantisce un’immediata soluzione ai profughi del campo di Lipa, nella Bosnia nordoccidentale, al confine con la Croazia. Dal 23 dicembre scorso, dalla notte in cui il campo è stato divorato dalle fiamme, migliaia di persone provenienti dall’Afghanistan, Pakistan, Bangladesh ed da altri paesi costretti a misurarsi con la guerra e la fame, hanno perduto storia, identità, dignità. Ed è come se fossero diventate trasparenti agli occhi del mondo: fantasmi che si aggirano in mezzo al fango, nel gelo, in condizioni igienico-sanitarie insalubri, aiutati dalla Croce rossa, per conservare un filo riconoscibile all’esterno del loro diritto alla vita. L’associazione La Porta di vetro fa appello allo Stato italiano e all’Unione Europea affinché si provveda a dare immediato ricovero ai profughi per evitare di essere travolti dall’ennesima emergenza umanitaria.

L’attenzione dei media e dell’opinione pubblica sembra aver relegato in un angolo il destino delle migliaia di profughi dalla Siria, dall’Afghanistan e da altre regioni colpite da guerre e crisi economiche che vagano nei boschi attorno alla città di Bihać, nella Bosnia-Erzegovina. Lo sdegno che aveva caratterizzato moltissimi commenti dopo l’incendio che l’antivigilia di Natale aveva divorato il campo allestito nella zona dall’agenzia Onu per le migrazioni internazionali ha lasciato il posto a sguardi distratti. Non è purtroppo una novità se pensiamo che gran parte delle vicende delle guerre balcaniche degli anni ’90, quando il male tornò a mettere radici nel cuore dell’Europa mezzo secolo dopo la fine dell’Olocausto, si consumarono nell’indifferenza. Quante volte sentimmo dire che tutto ciò era orribile, che non poteva durare, che il mondo non poteva “starsene in silenzio a guardare”. E invece il “mondo” tenne lo sguardo rivolto altrove. “Chi è che sa di che siamo capaci tutti, vanificato il limite oramai”, si ascolta in “Memorie di una testa tagliata” dei CSI di Giovanni Lindo Ferretti, canzone dedicata a quelle vicende. Nel cuore dei Balcani, allora come oggi, il limite è stato vanificato una, dieci, cento volte. E tutto ciò sotto gli sguardi distratti, lontani, indifferenti e bui dell’Occidente e del “mondo”. Per affrontare il dramma dei profughi sulla rotta balcanica servono con urgenza aiuti umanitari, cercando di limitare i danni di questa crisi che si è già trasformata in catastrofe. Ma l’intervento umanitario da solo non può bastare: accanto al soccorso, all’invio di aiuti, alle cure sanitarie occorrerà riflettere sulle questioni che vanno al di là dell’emergenza, individuando i fattori economici e politici che generano e alimentano la migrazione delle migliaia di persone costrette a fuggire da guerre, persecuzioni e povertà lungo le rotte che attraversano il Mediterraneo e le terre a ridosso delle sponde orientali dell’Adriatico. L’urgenza di soccorrere i rifugiati e i migranti più vulnerabili, costretti ad affrontare il durissimo inverno senza protezione e all’aperto, rischiando ogni giorno la vita è il primo passo. Per chi vaga nei boschi dopo la chiusura del centro di Lipa ci sarebbe l’alternativa del centro Bira nei pressi di Bihać, ristrutturato grazie ad un intervento dell’Unione Europea, costato 3,5 milioni di euro. Consentirebbe di superare l’inverno ma è ancora vuoto perché le autorità e la popolazione locali si oppongono alla sua apertura, ignorando i ripetuti appelli a garantire condizioni di vita elementari e minimamente sicure a chi chiede solo di avere un trattamento umano. Il Consiglio dei ministri della Bosnia-Erzegovina ha deciso ben due volte, il 21 e il 31 dicembre, di aprire il centro Bira. Le autorità locali continuano tuttavia a bloccarne l’apertura, opponendosi all’attuazione della decisione, sostenendo che popolazione è preoccupata per la propria sicurezza. Nel tentativo di trovare una soluzione alternativa la Bosnia-Erzegovina ha cercato di ricollocare i migranti a Bradina, in Erzegovina, non distante da Sarajevo. Ma non se n’è fatto nulla poiché anche questa ipotesi ha incontrato la resistenza delle autorità locali. Un rebus drammatico, reso insostenibile dallo scaricabarile che va avanti da mesi sulla pelle di questi poveri disgraziati fuggiti da guerre e carestie. Nei mesi scorsi la Commissione europea ha avanzato la proposta di un nuovo patto sull’immigrazione e l’asilo. L’idea è di sveltire le procedure rendendole più efficienti con l’obiettivo di dare risposte concrete alle migliaia di persone che da anni vivono in una sorta di limbo in attesa che le loro domande di asilo vengano esaminate. Occorre ricercare un equilibrio tra i principi di equa ripartizione delle responsabilità e di solidarietà, ripristinando per quanto possibile la fiducia sia tra gli Stati membri che nella capacità dell’Unione europea di gestire la migrazione. Una scelta tutta politica che investe le istituzioni e che non può delegare il peso dell’emergenza alla rete solidale di associazioni e volontari che cercano di aiutare questi profughi. I silenzi e i tardi fanno temere che non sia stata cancellata la pessima abitudine del rinvio e della negazione che hanno prodotto guai e disgrazie spesso rimosse dalla cattiva coscienza e dal desiderio di non fare i conti con quella indifferenza che ancora oggi genera odi, srotola fili spinati, innalza muri. Foto di Paolo Siccardi

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