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“Non è la ricchezza sotto processo, ma la diseguaglianza”

di Anna Paschero |

Con la pandemia le disuguaglianze economiche e sociali sono aumentate ovunque nel mondo: lo documentano diversi rapporti e studi come quello richiamato da Rocco Artifoni nel suo recente articolo La sfrenata pandemia della ricchezza negli Usa in https://www.laportadivetro.org/wp-content/uploads/2021/04/model_-artifoni-1.pdf di Institute for Policy Studies (IPS) e Americans for Tax Fairness (ATF). Sono dati da brivido perché accomunano la crescita esponenziale della ricchezza di pochi a quella della morte di più di mezzo milione di persone. Gli stessi dati in Italia, elaborati da Oxfam, ci descrivono una situazione non molto diversa: il 40% più ricco della popolazione italiana detiene l’87% della ricchezza e il restante 60% più povero il 13%. Dallo stesso rapporto emerge che il 5% più ricco della popolazione italiana detiene una ricchezza superiore all’80% più povero; l’1% più ricco detiene il 22% della ricchezza nazionale; i 3 miliardari più ricchi d’Italia posseggono quanto il 10% più povero della popolazione, circa 6 milioni di persone. La situazione sopra descritta risulta presente e in crescita negli ultimi vent’anni, quindi ben radicata prima della pandemia che si è abbattuta su un’Italia già fortemente disuguale. I divari economici sono il risultato di scelte politiche che hanno cambiato la distribuzione del potere economico, subendo l’influenza di gruppi che vogliono mantenere nella società la propria condizione di privilegio. Gli undici governi che hanno governato il Paese negli ultimi vent’anni, di cui tre con a capo Silvio Berlusconi, non hanno contrastato questo processo, anzi l’hanno favorito. Processo che oggi sta facendo emergere in maniera drammatica vecchie e nuove fragilità, con conseguenze allarmanti per l’inclusione e la coesione, oltre che per il comparire di crescenti conflitti e risentimenti sociali. Gli strumenti per contrastare le disuguaglianze, oggi ancor più evidenti a causa della pandemia, richiedono un deciso e urgente intervento pubblico, non limitabile al solo sostegno economico emergenziale e a riforme di sistema per ora solo annunciate, ma accompagnato soprattutto da un forte cambiamento di mentalità e cultura che richiede investimenti in una istruzione pubblica di qualità. In questi due anni di didattica a distanza ci siamo tutti concentrati sul metodo senza entrare nel merito dei programmi scolastici, che risultano carenti di elementi forti dell’educazione, per trasmettere conoscenza storica e senso civico. L’educazione civica, reintrodotta solo da quest’anno nei programmi scolastici, dovrà saper plasmare le menti ai principi di solidarietà e uguaglianza contenuti nella nostra Costituzione, essenziali per una convivenza di pace e una presa di coscienza storica oggi carente. Servono una decisa innovazione didattica e pedagogica nei programmi e la garanzia dell’accesso universale all’istruzione e al sistema educativo: tale garanzia è venuta meno in un contesto, come quello causato dalla pandemia, di impossibilità economica di dotarsi, da parte di tutti, di strumenti tecnologici per seguire la didattica a distanza, praticata in una situazione abitativa talvolta inadeguata o caratterizzata da tensioni famigliari; limiti che hanno aumentato i divari culturali e le opportunità tra gli studenti, con conseguenze negative preoccupanti sul loro percorso formativo e sul loro futuro lavorativo. Il contrasto alle disuguaglianze – tema divenuto di attualità in questi giorni da parte dei media – non ha l’obiettivo di produrre un livellamento generale delle condizioni di vita, ma di valorizzare l’uguaglianza nella diversità, favorendo la creazione di società più mobili, dove la distanze sociali ed economiche tra le persone non siano provocate da vantaggi non giustificabili. Le differenze devono essere socialmente accettabili: una società dove sono in pochi a migliorare la propria condizione e in troppi a peggiorarla produce fratture insanabili e pericolose. Nel dossier “Fisco e Uguaglianza” pubblicato sul sito web dell’ARDeP (Associazione per la riduzione del debito pubblico – www.ardep.it) le note introduttive di Mercedes Bresso, che rinviano al più completo lavoro di rielaborazione di proposte di riforma radicale del funzionamento della società italiana, trattano il tema dell’uguaglianza alla nascita. È solo casuale nascere in una famiglia ricca, piuttosto che in una con redditi inferiori alle soglie di povertà. Ed è pertanto ingiustificata, perché senza alcun merito, la ricchezza che si trasmette di generazione in generazione. Le imposte sulle successioni, che in Italia sono quasi inesistenti (per merito o demerito di Berlusconi), sono uno degli strumenti per non favorire la concentrazione della ricchezza e pertanto andrebbero ripristinate, anche in senso progressivo. E il loro gettito, come suggerisce Mercedes Bresso, “(più i lasciti volontari che andranno incentivati con forme varie, dediche di aule, sale, spazi pubblici, menzioni su targhe ecc.), dovranno confluire in un fondo destinato ad aiutare la partenza nella vita dei bambini i cui genitori sono sotto la soglia del reddito di povertà relativa, con la costituzione di un fondo alla nascita, utilizzabile per aiutare il bambino e il giovane negli studi, nell’avvio di una attività e in altre occasioni che lo aiutino a costruirsi una esistenza degna”.

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