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Mladić, il macellaio di Srebrenica, rimane un ergastolano

di Marco Travaglini|

Il tribunale dell’Aja ha respinto il ricorso dell’ex generale serbo-bosniaco Ratko Mladić contro la sua condanna per genocidio e crimini contro l’umanità, che con la conferma diviene definitiva. Mladić, oggi 78enne, era il comandante delle truppe serbo-bosniache durante il conflitto che insanguinò la ex Jugoslavia nella prima metà degli anni ’90, era noto come “il macellaio di Bosnia” e “boia di Srebrenica”. Quattro anni fa era stato condannato all’ergastolo in primo grado per il genocidio di Srebrenica (come l’altro criminale di guerra, Radovan Karadžić) e per altri crimini commessi durante la guerra in Bosnia tra il 1992 e il 1995, inclusi persecuzione e sterminio. Fu sempre lui a guidare le truppe che strinsero in una morsa Sarajevo nel più lungo assedio della storia che durò ben quattro anni, dal 5 aprile 1992 al 29 febbraio 1996, con migliaia di morti e centinaia di migliaia tra feriti e profughi. L’11 luglio di ventisei anni fa, nella calda estate del 1995, in quella cittadina dal nome che richiama l’argento posta tra le montagne della Bosnia nord-orientale, enclave musulmana a pochi chilometri dalla Drina, oltre diecimila musulmani bosniaci maschi, tra i 12 e i 76 anni, vennero catturati, torturati, uccisi e sepolti in fosse comuni dalle forze ultranazionaliste serbo-bosniache e dai paramilitari serbi. Fu un genocidio, riconosciuto tale dal Tribunale internazionale per i crimini nella ex-Jugoslavia dell’Aja. Molti vennero massacrati sul posto, altri furono uccisi sul percorso della “marcia della morte” dalle truppe paramilitari serbe sguinzagliate sulle loro tracce da Ratko Mladić. Di lui si ricordano frasi agghiaccianti come “le frontiere sono sempre state tracciate col sangue e le nazioni delimitate dalle tombe”. Nell’ordinare la strage, il generale raccomandò ai propri uomini di uccidere solo gli uomini perché “le loro donne devono vivere per soffrire”. I nomi di quegli uomini, ragazzi e vecchi, sono impressi nell’enorme lapide di pietra che circonda la grande pagoda del Memoriale di Potočari, sobborgo di Srebrenica dove erano acquartierati i caschi blu olandesi, i quali non seppero assumersi le proprie responsabilità e difendere i 300 bosniaci di fede musulmana presenti nella loro base. Una pagina nera nella storia dei Paesi Bassi. Resterà per sempre il dolore delle madri, mogli, sorelle e figlie delle vittime del “boia di Srebrenica”. La loro testimonianza, diretta e cruda, ha consentito di conoscere quella realtà violenta e arrogante. “Chi è che sa di che siamo capaci tutti, vanificato il limite oramai. Vanificato il limite, sotto occhi lontani, indifferenti e bui… sotto un cielo slavo del Sud ”: così cantava nella struggente “Memorie di una testa tagliata” la voce profonda e rauca di Giovanni Lindo Ferretti. Parole che fanno riflettere se si pensa a Srebrenica, dove quel limite venne oltrepassato, calpestato, negato con un cinismo paragonabile solo alle pianificazione nazista dell’Olocausto. E tutto questo cinquant’anni dopo. Segno che la storia, troppe volte, non insegna nulla nonostante ci offra un’infinità di cose sulle quali riflettere.

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