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Medio Oriente: giorni di incubo per l'umanità intera


di Maurizio Jacopo Lami


"Questa è la nostra ora più buia. È l'ora più buia del mondo. Dobbiamo restare uniti e vogliamo vincere "

Benjamin Netanyahu, primo ministro di Israele


In Medio Oriente nelle ultime ore si segnalano una serie di attacchi con missili, razzi e droni partiti da Libano, Yemen, Siria e Iraq. Zone diverse, ma tutte con una precisa caratteristica in comune: la presenza di una fazione sciita legata all'Iran. È impossibile credere che sia una singolare coincidenza: al contrario il lancio simultaneo di razzi contro bersagli israeliani e americani fa intuire una regia comune, quella del governo di Teheran. L'Iran, benché minacciata apertamente dagli Stati Uniti ("Che nessuno si inserisca nella contesa fra Israele e Hamas. Non tollereremo interferenze", ha dichiarato ripetutamente la Casa Bianca) sembra trascinata dalla propria stessa retorica su una china estremamente pericolosa.

Israele si sente, e lo è, minacciata da più fronti: dagli Hezbollah (probabilmente il nemico più organizzato e meglio addestrato in questo momento, tranne ovviamente l'Iran), che lanciano razzi e preparano commando (ne sono già stati annientati tre); dalle milizie filo iraniane in Siria, che si stanno disponendo sul confine meridionale e potrebbero tentare incursioni; dai palestinesi della Cisgiordania, che finora erano molto freddi verso i connazionali della striscia di Gaza (non condividono il loro integralismo), ma che ora danno chiari segni di inquietudine (oltre 30 morti negli scontri con gli israeliani dal fatidico 7 ottobre); dalle fazioni filo iraniane in Iraq come Hashad al_Chaabi ("forza di mobilitazione generale"), che tentano di colpire le basi statunitensi; in ultimo, perfino dai ribelli Houtni (detti anche "partigiani di Dio") dello sperduto Yemen, che hanno lanciato missili contro Israele, intercettati da un incrociatore americano.

In una situazione così difficile sembra che il Governo e lo Stato maggiore dell'esercito israeliano si siano trovati d'accordo sulla necessità di attaccare direttamente la Striscia di Gaza, cioè impiegare le truppe di terra per entrare nelle zone palestinesi e cercare di dare (sarà doloroso, pesante e per nulla semplice...) il colpo definitivo ad Hamas. Se ci riuscisse otterrebbe tre grandi vantaggi e uno svantaggio di cui Israele fino ad oggi non si è mai preoccupata di tenere in considerazione. Primo vantaggio: eliminerebbe l'avversario più vicino a Gerusalemme; secondo, spezzerebbe l'accerchiamento (se si guarda su una cartina la situazione attuale è impressionante); infine, darebbe un chiaro segnale ai nemici, simile a quello che fu degli americani dopo Pearl Harbour, il 7dicembre 1941: "È vero che il 7 ottobre ci siamo fatti sorprendere in modo incredibile, ma non ci arrendiamo: la nostra forza e la nostra determinazione a batterci è intatta". Lo svantaggio sarebbe rappresentato dalle reazioni negative dell'opinione pubblica mondiale e dall'intervento dell'Onu, le cui risoluzioni a favore dei palestinesi però sono sempre state ignorate.

Netanyahu, che pur con tutti i suoi pericolosi difetti, cui Israele si spera rinunci velocemente, è uomo di culturale, adora i libri di storia in generale, e la biografia di Winston Churchill, in particolare. Quindi, come tutti gli amanti di storia, ama le frasi definitive, le sentenze che riassumono il momento contingente. Quella sull'ora buia riflette perfettamente il senso del dramma che sta vivendo Israele e spiega i tre vantaggi. Ma non quello dei palestinesi nella Striscia di Gaza. Che non è un optional.


"Il Medio Oriente è quel luogo in cui a un certo punto le armi si mettono a sparare da sole", Winston Churchill

"Hamas morirà. Io non ho più altri scopi nella vita che questo", Benjamin Netanyahu "L' entità sionista sarà distrutta per sempre. E più presto di quanto i servi sionisti immaginano", Ibrahim Rantisi, presidente dell'Iran Le reazioni alla terribile, e per ora ancora misteriosa esplosione (Tel Aviv sostiene che sia stato un missile della jihad islamica caduto per errore) che ha devastato l'ospedale Battista di Gaza, provocando numerosi morti, sono divise fra la rabbia degli Arabi e gli sforzi dell'Occidente per evitare una nuova e vera propria catastrofe. Più delle manifestazioni di massa in Medio Oriente e in Nord Africa ciò che deve preoccupare davvero è il fatto che ora in tutta l'area le voci moderate sono costrette a tacere. Per esempio anche le pietre del Mar Morto sanno che il re di Giordania Abd Allah osteggia con tutte le sue forze il militarismo di Hamas: ora è costretto dalle nuove circostanze a esprimere solidarietà. Proprio oggi il monarca avrebbe dovuto incontrarsi con il presidente statunitense Joe Biden, ma le reazioni furiose dell'opinione pubblica araba hanno fatto saltare l'importante faccia a faccia. Abd Allah da sempre è uno statista vitale e ottimista, che non cede mai allo sconforto, ma perfino lui ha affermato: "Il Medio Oriente è sull'orlo dell'abisso". In concreto è costretto, su pressione della potente minoranza palestinese a non incontrare il leader degli Stati Uniti (anche se in realtà si continua a parlare freneticamente dietro le quinte per evitare il disastro).

Disastro che secondo tutti gli osservatori potrebbe essere davvero alle porte: Hezbollah, ("partito di Dio"), potente organizzazione sciita che è un vero e proprio stato nello stato in Libano, sembra essere sul punto di scatenare un'altra guerra, nonostante le minacce di ritorsione israeliane: "se Hezbollah commette la follia di attaccare Israele, il nostro Tzahal (l'esercito israeliano) si scatenerà e gli darà una terribile punizione, più grande di quanto si possa sopportare. Tutto il Libano tornerà all'età della pietra". Può sembrare una follia che gli Hezbollah e l'Iran minaccino una guerra contro Israele che dispone di un esercito fortissimo, di un'aviazione di livello superiore e, soprattutto, nella peggiore delle ipotesi, di un numero di ordigni nucleari sufficiente a spazzare via tutto il Medio Oriente. Per di più da sempre Israele può contare su un alleato di ferro, un alleato enormemente potente e che mai accetterebbe di lasciarlo al suo destino: gli Stati Uniti d'America. Lo ha ribadito Biden con forza durante la visita: "Non siete soli. L'America vi appoggerà fino in fondo". E allora quale follia potrebbe spingere l'Iran potrebbe spingere l'Iran ad attaccare? I motivi potrebbero essere due. Uno è la difficoltà di controllare Hezbollah, che da sempre proclama la necessità di "distruggere l'entità sionista". A furia di ripeterlo all'infinito ora si scontra con la dura realtà: se attacca può causare perdite dolorose a Israele, ma poi si scatenerà l'inevitabile reazione israeliana. Se non attacca sembrerà che manca di coraggio e coerenza. L'altro motivo risiede nel tentativo di stornare l'enorme tensione interna dell'Iran, dove ormai la dissidenza contro il regime è continuativa, in un conflitto esterno che "distrarrebbe" l'opinione pubblica: è una follia, ma gli ayatollah potrebbero commetterla per disperazione o per intima presunzione collettiva. Intanto Israele continua ad abbattere leader delle organizzazioni nemiche: fra di loro Abu Hilal, capo militare del gruppo terroristico Comitati Resistenza Popolare ucciso a Rafah in un attacco aereo. È toccato anche a Jamila al Shanti, la prima donna a far parte del gruppo dirigente, vedova di Abdel Rantisi, uno dei leader storici di Hamas, ucciso a sua volta nel 2004, dopo avere preso da solo un mese il posto del fondatore del gruppo, Ahmed Yassin, un anziano paralitico che mandava a morire giovani kamikaze, ucciso dopo essersi vantato di aver convinto ad un'azione suicida una giovane donna. Rantisi, che era un medico, nell'assumere il comando disse "morirò prima o poi come tutti, o colpito da un elicottero Apache o dopo una lunga agonia per un tumore: preferisco l'Apache. Fu accontentato. È toccato anche a Jiadh Muhesein, capo forze sicurezza di Hamas: un duro colpo per l'organizzazione. Ma al di là di tutto questo, resta l'angoscia per una situazione che vede crescere le vittime di continuo e presenta sempre nuove complicazioni. Fra l'altro è emerso che Hamas impiega anche armi provenienti clandestinamente dalla Corea del Nord. Vero o falso, in quel perfetto rompicapo che è la controinformazione, è un altro elemento che va ad aggiungersi alla tensione internazionale. Ha detto uno dei più grandi strateghi americani, il generale David Petraeus, comandante delle forze alleate in Iraq nel 2007-2008 e in Afghanistan nel 2019-2011, poi direttore della CIA: "L'obiettivo di Israele di distruggere, per quanto possibile, Hamas, richiederà operazioni molto ardue sul terreno, e, inevitabilmente, la guerra urbana contro un nemico che combatte tra la popolazione porterà a vittime innocenti e danni alle abitazioni e infrastrutture civili. E col passare del tempo potrebbe portare ad aumentare la pressione su Hezbollah e altre milizie legate all'Iran ad agire". Ha detto il ministro della difesa israeliano Yoav Galant: "Dobbiamo entrare a Gaza. Non c'è altra soluzione. Nessun perdono è possibile. Solo la distruzione totale dell'organizzazione di Hamas è la soluzione a tutto questo. Combatteremo giorni, settimane ed anche mesi se necessario ma la otterremo".

Ciò che Yoav Galant omette di dire, è quante vittime innocenti faranno i giorni, le settimane e i mesi di combattimento e quali reazioni potrebbero innescare nel mondo. Ciò che Yoav Galant trascura è la forza con cui gli esseri umani reclamano di convivere in pace e di come il desiderio di pace sia il vero antidoto per isolare la violenza e i violenti. Ma lo Stato di Israele sembra avere smarrito per strada la sua grandezza ideale nella foga di vendicarsi. Speriamo che quel patrimonio di principi e di valori sia ancora nell'anima del popolo ebraico.

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