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Marmolada: l'ipocrisia della "fatalità" in montagna


di Mauro Nebiolo Vietti



Quando, quindicenne, ho provato a cimentarmi con le prime vette tentavo di tenere il passo dei “vecchi” che non erano tali per età (quando acceleravano riuscivano sempre a mandarmi in affanno), ma perché padroneggiavano regole che avevano in parte imparato o appreso dai loro vecchi.

Sono cose di cui si parla nelle serate nei rifugi o nei bivacchi perché c’è una certa timidezza nel farlo con persone estranee all’ambiente ed è durante queste serate che all'epoca mi spiegarono che, se non si vuole correre rischi, occorre rispettare la montagna, concetto che ho ben assimilato negli anni a venire; non ho mai subito incidenti, ma ne ho visti o ero nelle vicinanze quando è successo.

Ho sempre verificato che chi aveva subito l’incidente (in un caso anche mortale) non aveva rispettato le regole della montagna che sono semplici e di buon senso, ma è paradossale come l’uomo alle volte sia arrogante o presuntuoso arrivando a considerare la montagna non come un ambiente con le sue regole, ma un qualcosa che deve piegarsi al suo volere ed allora la montagna non è più qualcosa da amare, ma diventa un nemico da conquistare, un avversario da battere.

Si prenda il caso dei ghiacciai, spiegando a chi non lo conosce il concetto dello zero termico; con questo ci si riferisce all’altitudine con temperatura a zero gradi durante la prima fascia giornaliera; si tratta di un elemento importante per gli alpinisti che vogliono programmare un’escursione. Sotto lo zero termico, con il sorgere del sole, il ghiaccio formatosi di notte tende a sciogliersi con l’effetto di liberare sassi che possono essere diventati instabili per la ghiacciata della notte. Lo zero termico indica agli alpinisti anche il grado di tenuta del ghiaccio sopra il livello dello zero (dato fondamentale per valutare il rischio di passaggi sopra i crepacci) e così altre informazioni che possono condizionare l’uscita o l’itinerario.

Fino a quindici anni fa, lo zero termico oscillava tra duemila e duemilacinquecento ed i ghiacciai, per lo più sopra tale livello, potevano essere affrontati rispettando ordinarie cautele.

Domenica sulla Marmolada lo zero termico era oltre i quattromila e, poiché i punti di arrivo più alti non erano superiori ai 3.800, ogni persona esperta sapeva di giocare con un alto rischio, anche se è difficile immaginare non il cedimento di un seracco o di una volta di ghiaccio, ma quello dell’intera montagna, ma non lo si può certo definire un fenomeno imprevedibile.

Per ragioni di età ho smesso di frequentare punte troppo alte, ma avrei smesso comunque perché il ghiacciaio si sta trasformando e stanno emergendo pericoli nuovi; il crollo della Marmolada e la sua tragedia che ne è derivata è solo l’ultimo atto di un gigante che l’uomo non ha inteso rispettare e questa è la risposta.

Quando non si vuole affrontare il problema si parla di fatalità (che in montagna è cosa rarissima); occorre invece convincersi che, se i livelli dello zero termico si stabilizzeranno sui tre o quattromila, nessun ghiacciaio potrà essere sicuro e l’attraversamento sarà rischioso; le autorità, di fronte a valori allarmanti, dovranno impedirne l’accesso perché in caso diverso gli incidenti aumenteranno e, generalmente, si tratta di incidenti che uccidono.


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