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Les Rencontres d’Arles: la forza della fotografia nell'età del dubbio/3

Aggiornamento: 23 lug 2023

di Tiziana Bonomo


Ultimo appuntamento con Tiziana Bonomo che ha seguito l'apertura del Festival di fotografia Les Rencontres d'Arles (precedentemente denominato Rencontres internationales de la photographie d'Arles) che si tiene ogni anno, tra luglio e settembre, nella cittadina di Arles, nel sud della Francia. Il festival è stato fondato, nel 1970, dal fotografo Lucien Clergue, dallo scrittore Michel Tournier e dallo storico Jean-Maurice Rouquette.[1]

Parto sempre con piacere per l’Abbazia di Montmajour un luogo che sa di sud di storia e poi è bellissima. Ogni anno una mostra notevole come quella di quest’anno 50 ANS, DANS L’OEIL DE LIBE co-prodotta insieme a Libération, che quest’anno compie 50 anni. Da mezzo secolo il giornale accompagna e cambia il suo tempo. Il Larzac, l'elezione di Mitterrand, la Marca, la guerra in Cecenia, Metaleurop, i gilet gialli, l'Ucraina... A Libé, il mondo si racconta anche in immagini. Le fotografie esposte sono state commissionate o pubblicate da Libération, dalla nascita del giornale nel 1973.

Sono state scelte in archivi ricchi di immagini sia analogiche sia digitali. Ci fanno vivere, o rivivere, mezzo secolo di storia immediata, di passioni esagonali, di conflitti, di conquiste politiche... Una passeggiata nella storia, suddivisa in cinque decenni dal 1973 al 2023, raccontata attraverso l'occhio di Libé.

Lo stile del giornale si è modellato grazie a Christian Caujolle che dagli anni '80 aveva una sola parola d'ordine: rompere i codici. Usare i fotografi contro-lavoro, mostrare un altro sguardo, una scrittura singolare... Il giornale è fin dai suoi inizi un vero e proprio terreno di sperimentazione, «un territorio immenso, in perpetua estensione» scrive Serge July. In tutto, centinaia e centinaia di fotografi hanno collaborato con Libé. I più grandi nomi della fotografia come Henri Cartier-Bresson, Raymond Depardon, Françoise Huguier o William Klein, ai collettivi più recenti, passando per i compagni di viaggio del giornale; essi hanno plasmato una certa idea della fotografia di stampa. E mi prende un groppo in gola vedere la foto di James Nachtwey scattata in Somalia di una donna che porta il suo bambino morto avvolto nel lenzuolo secondo la tradizione musulmana a causa della carestia, della fame. La foto vincerà il World Press Photo nel 1993.

La giornata è per me dedicata a scoprire la fotografia che fa informazione e dopo una estenuante ricerca mi appare improvvisamente davanti la scritta MYOP Manifeste Amnesty International x Myop in un hotel dal sapore vintage. Questo luogo è stato pensato per il festival come luogo di dialogo con dei fotoreporter che condividono la stessa visione etica, politica e poetica del mondo.


Si affacciano allo sguardo i ritratti di persone “anonime” che si sono battute per i diritti della società e in un modo o nell’altro ne hanno pagato le conseguenze e poi i racconti di Cinq Visage de la Jeunesse: sono giovani tra i 18 e 28 anni di età della Russia, Turchia, Germania, Israele, Ruanda che si battono per un mondo migliore. E lì dentro ritrovo la mia convinzione che “questi giovani sono il nostro futuro e la loro voce merita di essere compresa”.

Concludo in bellezza con la mostra “Ritratti” della collezione Damien Bachelot al Musee Réattu Con quasi mille opere, la collezione Florence e Damien Bachelot, profondamente legata alla qualità e al valore storico delle stampe, è radicata nella fotografia umanistica, documentaristica e sociale dell'inizio del XX secolo ai nostri giorni. Una collezione di pregio, ricercata e curata con passione. In questa splendida galleria di ritratti spicca la foto (in basso) di Ivo Saglietti che come giusto che sia è stato inserito a fianco dei grandi noti reporter del mondo – come Boubat, Lartigue, Leiter – con uno scatto realizzato a Cuba nel 1993 nel progetto intitolato Alla ricerca di Mr. Evans. Ha scelto bene il collezionista Damien Bachelot acquisendo una tiratura vintage di Saglietti che su quel progetto scrisse: “Queste fotografie, rimaste nascoste o dimenticate nel mio archivio fino ad oggi, sono il risultato di quel pellegrinaggio. Nel 1993 ebbi un incarico a Cuba per le celebrazioni del 26 di luglio, data dell'assalto al Moncada. …Sarà l’ultima commemorazione… mormoravano gli ambienti ben informati, avrei potuto fotografarne altre 14. Portai con me due libri: Siglos de las Luces di Alejo Carpentier e Havana 1933 di Walker Evans. Terminato il lavoro sulla manifestazione, decisi di visitare, La Havana, 60 anni dopo, alla ricerca dei luoghi e delle immagini di Walker Evans. ”Una pennellata di delicatezza, di umanità – che in questa età dove il dubbio è diventato un perenne malessere – conferma la sua esistenza.

Una bella conclusione di festival! Il suggerimento è quello di andare sul sito del festival e scaricare l'esteso programma. Il rammarico, tipico in queste circostanze, è di non aver interiorizzato tanto altro che avrei voluto di questo linguaggio che vedo con gli occhi ma che sento con la mente, lo stomaco e soprattutto il cuore.


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