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Le macerie dell’Afghanistan e le falsità dell’Occidente

di Stefano Marengo|

Al presidente americano Joe Biden va riconosciuto il merito della chiarezza. Gli Stati Uniti, ha detto, non sono andati in Afghanistan a fare opera di “nation-building”, ma per tutelare i propri interessi nazionali. Poche parole che spazzano via vent’anni durante i quali si è tentato in ogni modo, ipocritamente, di dare in pasto all’opinione pubblica l’idea che la guerra afghana avesse, tra l’altro, l’obiettivo di “esportare la democrazia”. Le cose non stanno così. Non sono mai state così. Il destino del paese non è mai stato una variabile indipendente nei calcoli strategici di Washington, dove peraltro sanno benissimo che la democrazia non può essere trattata come un articolo di import-export. La favola della democratizzazione, molto più semplicemente, era un espediente ideologico per giustificare i veri obiettivi dell’occupazione militare. Ma quali erano questi obiettivi? Il primo, dichiarato, era la lotta contro il terrorismo internazionale. Il secondo, non dichiarato, ma a lungo teorizzato dagli ideologi neocon, era la destabilizzazione del Medio Oriente e di alcune aree dell’Asia Centrale per contrastare le ambizioni geopolitiche di altre potenze (essenzialmente Russia, Cina e Iran) e, soprattutto, assicurare all’Occidente un saldo controllo su quelle regioni. La logica che si seguì fu quella della politica di potenza. Le azioni militari che ne derivarono ebbero tutte le caratteristiche di quelle che un tempo si sarebbero chiamate guerre imperialiste.

Oggi il ritorno al potere dei talebani ci presenta il conto e ci mette di fronte a un bilancio impietoso. Gli Stati Uniti e tutto l’Occidente, in Afghanistan, hanno subito una sconfitta umiliante. La strategia che fu pensata vent’anni fa si è rivelata fallimentare in tutti i suoi aspetti. Biden, da parte sua, non ha fatto altro che trarne cinicamente le conseguenze. Per lui si trattava di uscire da un pantano che aveva risucchiato migliaia di miliardi di dollari dei contribuenti americani e che ormai non garantiva più nessun vantaggio politico. E così, dopo due decenni, si è tornati al punto di partenza. Ma il discorso deve essere ben più ampio. Nel quadro della medesima strategia fallimentare, infatti, fu pianificato anche l’intervento in Iraq del 2003, conflitto nel quale George W. Bush e Tony Blair ci trascinarono a suon di menzogne sugli arsenali di Saddam Hussein pieni zeppi di armi di distruzioni di massa. In questo caso l’esito della guerra è stato un paese perennemente sull’orlo della disgregazione, brodo di coltura in cui è nato e cresciuto l’Isis, vale a dire la più strutturata e pericolosa organizzazione terroristica degli ultimi decenni. Inoltre, l’effetto domino che quel conflitto ha innescato non si è certo arrestato lungo i confini iracheni, ma ha investito l’intera regione, come testimonia la decennale devastazione della Siria. In breve, dopo due decenni di avventure belliche il mondo non solo non è un posto più libero e democratico, ma non è nemmeno più sicuro. Un bilancio disastroso, che peggiora ulteriormente se si considera che i fallimenti americani hanno rafforzato l’influenza diretta che altre potenze, a partire dalla Cina e dalla Russia, esercitano sull’Asia Centrale e il Medio Oriente. Vent’anni di guerra, migliaia di miliardi di dollari spesi in armamenti, interi territori distrutti, morti e feriti che si contano a milioni. Queste macerie sono l’eredità che lascia al mondo l’arroganza neoimperialista dell’Occidente. A pagarne il prezzo, però, non saranno gli Stati Uniti o l’Europa. Saranno, come sempre, quei paesi e quei popoli che, per loro sfortuna, hanno incrociato la strada delle nostre politiche di potenza.

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