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La scuola non è finita..., ma è cambiata! Ripensiamo a un nuovo patto educativo

di Stefano Capello


Eccoci nuovamente a parlare di scuola. Le cronache degli ultimi mesi raccontano con crescente frequenza episodi di aggressione verbale e fisica nei confronti degli insegnanti. Vicende che suscitano indignazione e preoccupazione e che inevitabilmente alimentano il dibattito pubblico.

Repressione o prevenzione? Denuncia o perdono? Pugno duro o mano tesa?

Dietro questi apparenti contrasti si nascondono domande ben più profonde. Domande che riguardano non soltanto la sicurezza degli insegnanti, ma il significato stesso dell’educazione e il ruolo della scuola nella società contemporanea.

“La scuola è finita!” È il grido di gioia che risuona ogni anno a giugno, quando studenti e docenti si preparano alla pausa estiva. Ma forse oggi dovremmo porci una domanda diversa: la scuola è finita...? Non nel senso del calendario scolastico, ma nella sua capacità di svolgere pienamente la propria missione educativa.


Non rimpiangiamo il passato...

Lungi da me indulgere nella nostalgia dei “bei tempi andati”, tuttavia è vero che alcune situazioni-limite che si riproducono con preoccupante insistenza sarebbero state impensabili qualche decennio fa. Premesso ciò, il compito di chi educa non è rimpiangere il passato, bensì comprendere il presente, però.... Non possiamo ignorare un dato evidente: alcuni dei pilastri su cui si è tradizionalmente retta la scuola sembrano oggi profondamente indeboliti. Il senso del dovere, il rispetto delle regole, il riconoscimento dell’autorevolezza dell’adulto, la responsabilità personale e la vita comunitaria non possono più essere considerati acquisiti.

Alla scuola si chiede di essere molte cose: luogo di inclusione, presidio sociale, supporto psicologico, centro di aggregazione, spazio di prevenzione del disagio. Tutte funzioni importanti e spesso indispensabili. Il rischio, però, è che nel tentativo di essere tutto, la scuola finisca per non poter essere fino in fondo ciò che le è proprio: una comunità educativa che insegna, forma, valuta e accompagna la crescita culturale e umana delle nuove generazioni.

In questo scenario emerge una domanda decisiva: il patto educativo tra scuola e famiglia si è spezzato? Forse sarebbe eccessivo affermarlo in termini assoluti. Tuttavia è difficile negare che quel patto oggi attraversi una fase di profonda fragilità. La fiducia reciproca, la condivisione delle responsabilità educative e il riconoscimento dei rispettivi ruoli appaiono sempre più difficili da costruire. Se il patto educativo è in crisi, allora occorre ripensarlo.


Santi e pedagogisti

La storia dell’educazione offre esempi illuminanti. Grandi pedagogisti come Jean-Baptiste de La Salle, fondatore dei Fratelli delle Scuole Cristiane, Giovanni Bosco, educatore e santo, Lorenzo Milani, presbitero e pedagogista non hanno mai applicato modelli astratti. Hanno osservato attentamente i giovani del loro tempo, ne hanno compreso le difficoltà e hanno costruito proposte educative capaci di rispondere ai bisogni reali delle persone.

I problemi non mancavano allora, così come non mancano oggi. Ciò che ha reso grandi questi educatori è stata la capacità di leggere il proprio tempo senza rinunciare ai valori fondamentali dell’educazione. È proprio questa l’operazione che siamo chiamati a compiere. I valori della scuola non devono essere abbandonati. Al contrario, devono essere custoditi con ancora maggiore convinzione. Ciò che deve cambiare sono le modalità con cui essi vengono proposti e vissuti. L’oggi non è migliore, né peggiore di ieri. È semplicemente diverso. Prendiamo, ad esempio, il tema delle gite scolastiche. Per generazioni di studenti esse hanno rappresentato un’occasione straordinaria di scoperta: visitare una città d’arte, vedere il mare per la prima volta, entrare in un museo o conoscere realtà lontane dalla propria esperienza quotidiana.

Oggi molti ragazzi hanno già avuto accesso a queste opportunità attraverso le famiglie, i viaggi o gli strumenti digitali. Questo non significa che le gite abbiano perso valore educativo. Significa piuttosto che forse devono essere ripensate.

Accanto alle tradizionali visite culturali potrebbero trovare maggiore spazio esperienze laboratoriali, percorsi di cittadinanza attiva, attività di servizio alla comunità, esperienze di volontariato, incontri con il mondo del lavoro o progetti di immersione nella realtà sociale.

Restano sempre gite, ma con finalità educative più aderenti ai bisogni e alle sfide del presente. Non si tratta di abbassare il livello delle richieste, di fare sconti o di rinunciare all’autorevolezza educativa. Al contrario. Educare significa avere chiara la meta. E la meta continua a essere una scuola capace di formare persone competenti, responsabili e libere. Ma chi educa sa che non basta conoscere la meta. Occorre anche saper trovare le strade che permettano ai giovani di raggiungerla.

Forse la scuola non è finita. Forse è semplicemente chiamata, ancora una volta, a reinventare il proprio modo di essere scuola senza smettere di essere se stessa. Dobbiamo lavorare tutti insieme per passare dalla domanda La scuola è finita? all’esclamazione la scuola è cambiata!

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