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La scomparsa di Peng Shuai e quel film con Richard Gere

di Menandro|

La prolungata assenza pubblica e silenzio della tennista cinese Peng Shuai, di cui si occupano da giorni i media internazionali, presenta singolari analogie con la trama di un film americano del 1997, interpretato da Richard Gere, con la regia di Jon Avnet. Il titolo “Red corner”, tradotto per i nostri schermi in “L’angolo rosso – Colpevole fino a prova contraria”, è la storia di un ricco avvocato americano (Gere) che si ritrova impegolato a Pechino nell’omicidio di una giovane e avvenente donna cinese. Arrestato, “dimenticato” dal suo governo alieno da rotture diplomatiche con la Cina, si ritrova al suo fianco unicamente l’affascinante attrice cinese naturalizzata americana Bai Ling nel ruolo dell’avvocato d’ufficio. Gere, naturalmente poco incline ad accettare il ruolo di predestinato al patibolo, riuscirà con l’aiuto di Bai Ling a dimostrare la sua innocenza e a svelare il nome del vero colpevole: il figlio di un potente cinese che aveva ucciso la donna, dopo un tentativo di violenza. Fin qui la trama del film cui Richard Gere, che ha lontane ascendenze italiane, diede una caratterizzazione molto intensa e personale per il suo impegno politico in prima fila a favore del Tibet. Una scelta che gli ha procurato dal 1993 l’ostracismo della Cina e il divieto ad entrare in quel Paese. In effetti, l’eco che arriva dalla storia che investe la tennista cinese ha più di un risvolto allarmante. Di Peng Shuai non si ha più notizia dagli inizi di novembre, da quando la donna ha accusato di violenza carnale un alto papavero della Repubblica Popolare cinese, l’ex vicepremier Zhang Gaoli. Dalla Cina hanno replicato con un po’ di furore i canali ufficiali, diffondendo sul web alcune foto di Peng Shuai. Immagini diventate sospette perché messe in relazione con la minaccia dell’organizzazione tennistica mondiale Wta di escludere la Cina dalle competizioni internazionali. In attesa di vedere se la trama del film si replicherà dal vero con la comparsa di un capro espiatorio occidentale, un Richard Gere di turno, ovviamente più giovane e aitante, la comunità internazionale rimane con fiato sospeso sulla sorte di Peng Shuai. Quando si parla di Cina e di diritti umani, nel passaggio dalla celluloide alla realtà gli angoli diventano buchi e il colore rosso diventa nero.

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