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La Russa? Lo si lasci esternare, la Resistenza non è picconabile

di Menandro


Ignazio Benito Maria La Russa sulla guerra partigiana ha detto..., La Russa sull'antifascismo dice..., La Russa il 25 aprile dirà... E allora? Lasciatelo esternare sereno e tranquillo questo povero Presidente del Senato. Che cosa volete che possa picconare? La Resistenza, che ha visto la maggioranza del popolo italiana lottare contro il nazifascismo? Cerchiamo di provare il massimo dell'umanità verso La Russa, cerchiamo di capire che dopo una vita di prove muscolari, in qualche modo dovrà pur elettrizzare i suoi prossimi 76 anni. E dunque, si conceda spazio alla sua naturale incontinenza verbosa con cui ama vellicare gli interlocutori di passaggio nel Transatlantico romano, primi e grandi speculatori bulimici di frasi ad effetto o titoli polemici totalmente decontestualizzati dalla storia e dagli avvenimenti. In fondo, che male fa o potrebbe mai fare agli italiani una persona che si è accomodata sul secondo scranno della Repubblica italiana alla stessa stregua di un pensionato su una panchina dei giardini pubblici? Egli osserva, esterna, libera nell'etere qualche critica velenosa, va giù d'amarcord, per la serie "come eravamo duri e puri...", ma con l'innocua beatitudine di chi sa di non poter modificare il presente. Tuttalpiù avrà il rimpianto di non essere riuscito a farlo nel passato. Ma sono, come suol dire, affari suoi.

Perché indietro nel tempo, Ignazio Benito Maria La Russa ha provato a fare più che a dire. Eccome se ci ha provato! Non era uomo di semplici esternazioni. E, per quanto non aitante, non gli ha mai fatto difetto il coraggio fisico. In prima fila ai cortei dell'estrema destra, era pronto fare della politica un terreno di scontro, senza esclusioni di colpi.

Negli anni Settanta, fresco reduce di studi da un college della Svizzera tedesca, lo si ricorda segretario lombardo del Fronte della Gioventù, emanazione giovanile del Movimento sociale italiano, erede del Partito Nazionale fascista. E in quei tempi bui, La Russa non disdegnava la frequentazione, per usare un eufemismo, della gioventù nera di San Babila, che non era "la meglio gioventù", ma squadristi che secondo tradizione fascista odiavano il diverso, picchiatori pronti a malmenare chiunque sospettato per un eskimo in più di sinistrismo, in quella Milano non ancora da bere, in cui gli opposti estremismi si confrontavano con coltelli e chiavi inglesi.

Allora sì, che nel fiore dei suoi arditi anni giovanili, Ignazio Benito Maria La Russa era un fiero oppositore dell'antifascismo, se non altro perché coerentemente e pervicacemente ammetteva di essere un "nero" a tutto tondo, la stessa rotondità della testa di Mussolini, da cui non si è mai staccato. Qualcuno ricorderà il giovedì nero del 12 aprile 1973 a Milano. Fu il giorno del corteo - c'era anche La Russa - non autorizzato del Movimento sociale italiano che si dirigeva verso piazza Tricolore per applaudire il comiziante di turno, l'eroe neofascista del momento, quel Ciccio Franco che aveva capeggiato la rivolta di Reggio Calabria. Ma quelle file di fasciste a braccetto, secondo il costume del tempo che ricordava le gloriose legioni romane, non si limitarono a frasi truculente, ma diedero un saggio di perizia balistica nel lancio di bottiglie, sassi, bulloni, candelotti e soprattutto di bombe a mano (Srcm in dotazione all'esercito italiano), una delle quali colpì a morte in via Bellotti un agente di polizia di 23 anni, Antonio Marino. L'allora procuratore della Repubblica Guido Viola, nella sua ordinanza di rinvio a giudizio di alcuni fascisti scrisse: "Sembravano un’orda di barbari intenta a distruggere, a saccheggiare, a ferire, a devastare". Insomma, ottime frequentazioni.

In quella circostanza, lo storico segretario del Msi, Giorgio Almirante, accusò l'informazione di pregiudizio nei confronti del suo partito, osservando che dei 70 arrestati per gli scontri di Milano, "soltanto" 16 erano militanti missini... (sic!) Anni dopo, il Tribunale di Milano assolse da ogni responsabilità i dirigenti locali del Msi, mentre nel 1973 il Parlamento aveva già negato l'autorizzazione a procedere contro i due parlamentari del Msi coinvolti nell'inchiesta.

Ora, se le sentenze non si discutono, i fatti restano, sono indelebili, almeno nella ricostruzione dei meccanismi che portarono alla violenza di gruppo e organizzata. Che non era appannaggio soltanto dell'estrema destra. Il 16 aprile 1973, quattro giorni dopo, morirono nel rogo di Primavalle a Roma i fratelli Mattei, il cui padre era un esponente del Msi. Cinquant'anni dopo, nella doverosa commemorazione di quelle giovani vite stroncate dall'odio ideologico, c'è chi le ha definite "vittime del comunismo" con un'acrobatica interpretazione della storia italiana. Ma in quello stesso giorno, non si è ricordato l'agente Marino, morto per mano fascista, e qui, senza acrobazie di nessun genere.



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